“Si trova incessantemente nel mio cuore”. Il romanzo perfetto di Penelope Fitzgerald
Libri
Marilena Garis
“Ciò che è strano, pensai – o piuttosto, ricordai – racchiude poco mistero. È ciò che è comune a risultare davvero sconcertante”. Con questa frase si avvia alla conclusione il primo capitolo de Il problema finale (Settecolori, 2025), il romanzo Arturo Pérez-Reverte, splendido giallo deduttivo che strizza l’occhio ai maestri del genere, quali Arthur Conan Doyle e Agatha Christie.
L’autore, già famoso per il Club Dumas o per il ciclo del Capitano Alatriste, costruisce un romanzo che va oltre l’omaggio ai già ricordati grandi del passato: Reverte propone al lettore un mistero canonico, minandone però la comprensione con tutta una serie di accorti dettagli che impediscono una visione d’insieme. Sin dall’inizio del romanzo, tutto si gioca in un luogo sospeso tra realtà e finzione. L’esempio più lampante sta nella costruzione del personaggio principale, nonché narratore in prima persona.
Siamo nel 1960. Il protagonista, Hopalong Basil, è un attore ormai sulla via del tramonto, diventato celebre per aver interpretato Sherlock Holmes in ben tredici film. La sua prova attoriale e la sua immagine sono rimaste talmente iconiche, che tutte le persone, oramai, non possono fare a meno di associare istintivamente l’attore a Holmes e viceversa, come se fossero, in effetti, tutt’uno.
Ora, l’attore si trova in vacanza in un’isola greca, e durante il soggiorno, si consuma una tragedia: una degli ospiti viene trovata morta, in un classico scenario da “mistero della camera chiusa”. In più, come nel più tipico dei gialli, una tempesta non permette l’arrivo della polizia. Basil si trova isolato in albergo con un gruppo disparato di persone, tra i quali l’amica della vittima, due tedeschi dal passato misterioso, uno scrittore di libri di spionaggio, per sua ammissione, scadenti, un medico turco, un produttore italiano e la fidanzata. Di comune accordo, tutti chiedono a Basil di interpretare il “ruolo” dell’investigatore, per fare stare tutti più tranquilli. Inizialmente, l’attore rifiuta, per poi farsi trascinare nell’indagine dal suo vecchio personaggio, come un richiamo ancestrale.

E così accade. Nel corso del romanzo, infatti, Basil inanella una serie di considerazioni che sarebbero state degne del famoso inquilino di Baker Street: dettagli materiali che sfuggono a tutti tranne che a lui, deduzione basate su principi fisici e psicologici… insomma, tutte quelle tecniche che hanno reso celebre l’investigatore di Baker Street. Inoltre, Basil non si risparmia citazioni testuali, battute a effetto e pose tipiche del personaggio che lo ha reso celebre.
Il lettore, però, date le premesse, non può fare a meno di chiedersi se quanto legge è davvero frutto della deduzione di una mente brillante, oppure se sia invece una suggestione in cui lo stesso protagonista è caduto.
Nel corso del romanzo, Basil e Sherlock Holmes sembrano fondersi, poi distanziarsi, poi tornare a intrecciarsi come vecchi amanti… ma chi è che sta indagando? Chi è Basil? Un vecchio attore esaltato dal ruolo che gli è stato richiesto di ricoprire, o una effettiva “incarnazione” del mito? E il mistero è reale, o solo frutto di una serie di distorte teorie?
Lo stesso Basil, e con lui gli ospiti dell’albergo, si pongono più volte questo dilemma: è qualcosa di serio, o un gioco macabro, quello a cui stanno assistendo? Eppure, sembra che qualcuno prenda decisamente sul serio tutta la vicenda, tanto da sfidare Basil come se stesse sfidando Holmes, lasciando indizi, tracce e richiami diretti all’opera di Conan Doyle.
Insomma, Reverte, con la falsa promessa di un giallo deduttivo alla vecchia maniera, fa entrare il lettore in un sofisticato labirinto di specchi, in cui proprio colui che dovrebbe aiutarti ad uscire presenta un’identità ambigua e poco credibile, a metà tra l’illusionista e l’invasato. Tutto, in queste pagine, sembra effettivamente oscillare tra l’illusione e il fanatismo: alla fine di ogni capitolo, pare di avvicinarsi allo svelarsi della realtà, che sia sotto forma della fine di un’allucinazione, o dell’affiorare della trama di complotto reale. La soluzione a tutto, però, arriva solo nel momento in cui deve arrivare, nel momento in cui l’autore decide di liberare la sua vittima.
A noi non resta che ammirare questo gioco tanto serio quanto raffinato, e ringraziare don Arturo di averci concesso di partecipare.
Nicolò Bindi
*In copertina: l’impareggiabile Sherlock Holmes interpretato da Basil Rathbone