Si dice che l’uomo abbia imparato a cacciare dal lupo, osservando il modo in cui questo si muove in gruppo, concepisce il terreno, annusa l’aria, spazializza la sua fame e il suo destino. Cacciare, in fondo, significa mappare e mappare implica disegno e misura. Disegnare, a sua volta, ci insegna a pensare in termini di futuro e passato, di desiderio e fine. In un certo senso, il lupo ci ha reso poeti.
Il ciclo Confessioni del lupo raccoglie i frammenti di un’elegia esplosa e scheggiata in onore di questo animale, in cui ancora collettivamente e simbolicamente riconosciamo diverse apoteosi: ferocia e tenerezza, intelligenza e istinto, fiuto e indipendenza. Quel mosaico di forme variopinte e a volte grottesche, il cane, non sarebbe il nostro più devoto alleato, con il suo affetto che sembra sfidare ogni logica, se non avessimo, seguendo i nostri capricci, riscritto il destino genetico del lupo. Dovessimo sparire dalla faccia della terra, anche il prodotto della nostra selezione artificiale sparirebbe con noi. Il cane tornerebbe alla sua unica e vera dimensione possibile, tornerebbe a essere lupo – o comunque un animale molto simile al Canis lupus, come vividamente immaginato da Richard Jefferies in After London (1885) uno dei primi romanzi post-apocalittici dell’era moderna, dove branchi ferali vagano in un’Inghilterra riconquistata dalla natura.
Nel mio ciclo, il lupo si confonde, come in una pittura rupestre, con elementi umani. Se lì si intreccia, si fonde con il carbone applicato, il sangue, il fuoco che ha guidato il disegno, con la luce millenaria imprigionata nelle rocce calcaree; qui, si mischia con la marmellata di mirtilli, l’asfalto, il seme schizzato sulle lenzuola. Nella poesia finale del ciclo, ho immaginato un lupo – uno di quelli realmente reintrodotti negli anni Novanta del secolo scorso nel parco di Yellowstone –il suo iniziale disorientamento, il panico di fronte all’ignota sensazione della fame, fino al primo morso, alla successiva diminuzione della popolazione di cervi. Pare che i biologi si fossero messi le mani nei capelli all’inizio, incerti sulla bontà del loro progetto, finché, dopo un paio d’anni, videro gli alberi crescere, non più decimati sul nascere dai troppi erbivori ingordi. E con gli alberi ai bordi dei fiumi tornarono i castori, e con le loro dighe nuove popolazioni di insetti e uccelli, finché persino il corso dei fiumi cambiò. Il lupo non aveva solo rinvigorito l’ecosistema: aveva trasformato persino la geografia del parco.
Il ciclo Confessioni del lupo è tratto da un libro in fieri. Mi piace pensare a questa raccolta, alla quale lavoro dai primi mesi del 2023, come a una sintesi dei due libri precedenti, Habitat e La grande nevicata, con cui andrebbe a formare una sorta di trilogia. Non so se la parola “sintesi”, con quel retrogusto hegeliano, sia davvero quella giusta per definirne l’identità, ma è vero che in queste pagine ritornano sia la riflessione ecologica e topografica che ha animato Habitat, sia quella meteorologica e memoriale che contraddistingue La grande nevicata. La differenza è che in questi testi più recenti emerge con maggiore forza – e una certa virulenza – la dimensione elegiaca, intesa tanto come lamento quanto come celebrazione. Forse ciò è dovuto al mio ritorno a Rilke, così pervasivo e dominante negli ultimi due anni: un ritorno esplicitato in modo un po’ ironico, ma non per questo meno radicale e sentito nello pseudo-sonetto Saggio sugli angeli e, soprattutto, in Borgeby. Questo toponimo, di non facile ubicazione, rimanda alla cittadina svedese dove il poeta soggiornò per un certo periodo, nel 1904, e da cui inviava lettere cariche di attesa per le meraviglie policromatiche e dinamiche dell’autunno che si sarebbero presto rivelate. Rilke veniva dall’estate calda, monotona e statica di Roma e non vedeva l’ora di immergersi nei cieli in subbuglio dell’autunno nordico. Quella mia poesia è, a suo modo, una lettera a un destinatario non nominato – una lettera priva dei caratteri riconoscibili della corrispondenza – in cui gli accenni a una quotidianità claustrofobica si intrecciano a frammenti di geografie fluide, umane e non-umane.
Federico Italiano ritratto da Dino Ignani
La poesia – anche quella più difficile o apparentemente inutile – è radicata nella realtà, possiede una propria causalità, simile al suono generato dal vento che attraversa la “Æolian lyre”, l’arpa eolia, evocata da Shelley nella sua Defence of Poetry. Essa nasce dall’incontro tra due realtà oggettive che, interagendo, si trasformano, si traducono, generando una terza entità, un terzo oggetto, la poesia stessa. Questa, a sua volta, darà vita a ulteriori pieghe del reale. In tal senso, la poesia non solo agisce sulla realtà, la poesia è realtà.
Provai a percorrere tutti i fiumi di Francia sulla carta limnologica a colazione – c’era la Loira in blu, l’Aveyron in rosa, la Mosella in verde e tutti i tributari, tutti gli affluenti, nei loro correspettivi colori.
Mappai le vene di un mammifero immenso, squartato e deposto sul tavolo autoptico della Storia ma finito il caffè mi alzai, feci andare il lavastoviglie e dimenticai i fiumi, il prosciutto, la Francia e il sangue,
per scrivere di un poeta vegetariano che da Borgeby in Svezia mandava lunghe lettere alla moglie sull’autunno imminente, sul vento che non cessa, sul turgore dei frutti, sulle cicogne più giovani ormai indistinguibili da quelle più anziane.
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Saggio sugli angeli
Le ossa degli angeli si flettono elastiche ma si possono fagliare se esposte troppo a lungo all’atmosfera terrestre. Sono un mix di cellule e collagene, come le nostre, solo che al posto dei fosfati hanno uranio espulso dalla supernova Tycho. Simile a quello degli uccelli, il loro sterno è ampio, a forma di ascia, con un osso biforcuto sotto il collo: non fosse per le piume sulle ali e i così biondi boccoli, ne aprirei con piacere uno lungo il torace per capire cosa si nasconda lì dentro – se una stufa celeste, un ingranaggio divino – cosa gli faccia splendere madreperla la cute insinuando la finzione del sangue sulle gote.
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Confessioni del lupo
1.
La notte è un mostro gigante che ho sfamato centinaia di volte bruciandomi le mani e il pube.
Ho il pelo radioattivo, sono un pericolo. Le viscere della terra – una mucosa che si prende gioco di me.
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3.
impronte latenti
Con l’eloquio di una perdita còlta in flagrante, l’umidità mi ha tradito svelando al lampadario e a tutte le finestre dirimpetto gli esiti della mia pressione, strani fischi nel mio sistema di valvole, le crepe nelle mie guarnizioni, l’odore di caviale sui lenzuoli e il beneficio atteso di uno schizzo, di una goccia – una nota, una bozza d’essere.
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4.
lupo vegano
Quando nel cielo scomparvero tutte le pecorelle intimorite dal mio gioire nel guardarle smisi di provare piacere con gli occhi e rinnegai Dio-Lupo dedicandomi a funghi psicotropi e arbusti aromatici per lenire l’acidità nel mio stomaco e l’infiammarsi dei miei pensieri grigi.
Un mattino, passato l’inverno, le greggi tornarono in cielo, infinite pecorelle candide come neve, ma non avevo più gli occhi per contemplarle né avidità nei lombi, estinta era la gioia indivisibile di chi divora il giorno senza masticare e non teme il suo vero colore.
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5.
die Füchse brauen
[le volpi fanno la birra]
Quando dai boschi sale la bruma o la foschia ammanta brughiere e villaggi dicono sia colpa delle volpi che fabbricano birra nelle loro tane come se quei loschi canidi rossi sappiano discernere il malto dal luppolo. Che ingenui – le nebbie salgono dalle mie lingue quando ansimo per raffreddarmi il sangue.
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6.
Aldo Leopold
Solamente la montagna ha vissuto così a lungo da capire davvero – dicono – il mio ululare.
Ah, ma si sbagliano: per ogni mio lamento c’è un lupo oltre il bosco che si interroga e risponde
un filo d’erba che si piega, un sassolino che scricchiola sotto le mie zampe contratte nel canto
una foglia che cadendo cambia direzione e colpisce un efemerottero mentre ispeziona il suo stagno
una lepre che medita immobile sulla fine dei giorni e un assiolo solitario che si eccita.
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7.
Pelle aggrottata lingua del passato, duna, radioattiva spiaggia intertidale, pergamena o lenzuolo, ti indosserò fino alla fine, senza cedere nulla, neanche un millimetro, neanche una molecola, pel- le.
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10.
Yellowstone National Park
Mi reintrodussero senza darmi istruzioni vagai senza una mappa guaendo e fornicando per sconforto con l’orrore dei crinali negli occhi e il pelo che si rizzava a ogni alito di vento o al ronzio di un calabrone.
Non sapevo neanche cosa fosse la fame finché qualcosa si contorse e m’inondò di saliva le mascelle: un profilo tondo – una coscia, vicino al ruscello, ben tornita – le mie pupille s’espansero e addentai un futuro di sangue.
Dopo qualche inverno si ridussero i cervi i germogli perdurarono, divennero alberi, crescendo lungo le rive, i castori ebbero legna per le loro dighe – nicchie per marmotte e idrofile – un giorno vidi un astore inchinarsi al mio passaggio.
La mia fame assestava il corso dei fiumi fortificava colline e spargeva fiori nel verde indiviso delle vallate ogni mio morso dava agli alberi il tempo di fare corteccia, mettere muscoli resistere al vento, cambiare le topografie.
In copertina: schizzo preparatorio di Rubens per “La caccia al lupo e alla volpe” (1616 ca.)
[1] Federico Italiano ha pubblicato, tra l’altro, “Nella costanza” (Atelier, 2003); “L’invasione dei granchi giganti” (Marietti, 2010), “Habitat” (Elliot, 2020), “La grande nevicata” (Donzelli, 2023). Ha tradotto, tra gli altri, Jan Wagner (per Bompiani e Einaudi), Michael Krüger e Durs Grünbein; è tradotto in inglese, spagnolo, ungherese, ebraico, svedese e un certo numero di altre lingue. Lo trovate anche qui: http://www.federicoitaliano.com