15 Luglio 2024

Eterno Fascismo Italiano, o delle eterne banalità degli storici

Mi sono sempre meravigliato di quanto gli accademici possano scrivere male, intendendo per “scrivere male” non quella cosciente sprezzatura della bella frase, del periodo troppo leccato e accarezzato che conduce invece all’esito spesso felicissimo della scrittura pietrosa, impervia ma di assoluto fascino. No, intendo lo “scrivere male” proprio alla lettera, con il ricorso a un fraseggio altisonante e teso a impressionare il lettore con l’arsenale della retorica.

Solo che se gli accademici sono talvolta incomprensibili anche a loro stessi, va dato atto al più strombazzato filologo classico e antichista dell’Italia odierna, Luciano Canfora, di possedere almeno il dono della chiarezza. Pregio non da poco nel consesso paludato dell’Accademia. 

Reso a Canfora quel che è di Canfora, la sua scrittura, anche se di immediata comprensione, resta quanto di più burocratico e disameno si possa immaginare, tale da fare sembrare un bugiardino dell’aspirina, a confronto, alato come un sonetto del Petrarca. Nel suo più recente saggio, Il Fascismo non è mai morto, pubblicato per le Edizioni Dedalo, Canfora dismette i panni dello studioso del mondo classico e si cimenta con la questione storiografica più irta e spinosa che ci possa essere in relazione all’Italia del Novecento e all’Italia contemporanea, con estrema sinteticità ma con il suo consueto stile ingrato che rende faticosa e accidentata perfino la lettura di un libello così esiguo. 

La tesi cardinale del saggio è già evidentissima dal titolo, con la riproposizione del fascismo come perenne paradigma della politica e della vita civile italiane.

Mi pare che sia stato Carlo Levi il primo a parlare testualmente di “eterno fascismo italiano”. 

Con il comprensibile sentimento di chi la dittatura fascista l’aveva patita sulla propria pelle con l’esperienza del carcere e del confino, ispiratore del suo libro più celebre, Levi era ancora troppo fresco di memoria storica per poter ragionare a freddo e da un’angolazione dal suo punto di vista più che comprensibile sottraeva il fascismo all’orizzonte propriamente storico per consegnarlo invece a quello della metastoricità.

Il fascismo non era più una categoria storicamente data, un ben preciso movimento politico e ideologico in cui Mussolini aveva trasfuso i geni del suo giovanile socialismo massimalista e un complesso di mitologemi legati alla retorica del sangue, della violenza, della romanità e più tardi, scelleratamente della razza. Esso, nella visione di Levi, intrisa sicuramente di echi gobettiani, diveniva un fil rouge della storia d’Italia, un perpetuo modello autocratico o dittatoriale destinato a ripetersi ciclicamente. 

Ma il fascismo aveva ben precise radici storiche e ideologiche, innervate in esperienze tardo ottocentesche, e sforzarsi come fecero Mussolini o Gentile o Volpe di attribuirgli  i più remoti e improbabili antenati (Dante come Machiavelli, Mazzini come Oriani) equivale solo ad alimentare quella retorica e a dimenticare come i suoi rizomi più prossimi si trovassero proprio nel socialismo massimalista, dottrina che impronterà, almeno a livello di scelte collettivistiche, tutta la parabola della ventennale dittatura.

La visione di Carlo Levi fu poi riecheggiata da Pasolini, che in modo molto più articolato e argomentato riprese molte volte la tesi del fascismo come una sorta di minaccia strutturale, e da Umberto Eco in una famosa conferenza tenuta a New York nel 1995 il cui asse portante era la tesi dell’“Ur-fascismo” come categoria permanente della storia italica.

Eco coglieva benissimo nel suo scritto i fondamenti archetipici ed emozionali dell’ideologia fascista, come il fascismo si basasse più che su una filosofia definita su una grezza riproposizione dell’idea dello Stato etico (e tale perniciosa visione fu contrabbandata dal suo massimo intellettuale, Giovanni Gentile) e dall’ossessione dell’“uomo forte”. Eco sviscerava a dovere tutto queste componenti costitutive dell’ideologia fascista ma cedeva alla tentazione, qui ripresa da Canfora, di svellere implicitamente il fascismo dal suo humus storico, dal ben preciso brodo di cultura in cui esso si originò per trasportarlo in una dimensione metastorica e ricorsiva, in una sorta di iperuranio. E fare del fascismo una costante della storia d’Italia, un virus destinato ad un Eterno Ritorno non risponde alla domanda su quale siano stati gli effettivi antenati di esso nella nostra nazione, anzi, la elude. Forse il governo Crispi con il suo autoritarismo e le sue velleità coloniali, culminate in quello che Sergio Romano definì il “progetto per una dittatura”? Ma al controverso statista siciliano, che Gramsci per primo vide come il diretto progenitore del fascismo e che Mussolini stesso esaltò collocando la sua figura nel pantheon dei suoi ideali antenati, mancarono alcune delle caratteristiche essenziali dell’arsenale ideologico del Duce e del suo regime e sarebbe più corretto dire che solo alcuni aspetti della sua politica contengono, in nuce, delle caratteristiche lontanamente protofasciste.

La vera radice dell’ideologia di Mussolini va piuttosto cercata in un confuso cocktail tra massimalismo socialista, sindacalismo rivoluzionario soreliano e motivi attinti al primo Futurismo, il tutto miscelato maldestramente con elementi saccheggiati ad altre fonti: un certo D’ Annunzio (colto solo nella sua dimensione più esteriore), il nazionalismo del “Regno” di Corradini, l’Arditismo, ecc.

Del pari è arbitraria, mi pare la rigida saldatura che Eco faceva tra fascismo, antimodernismo e tradizionalismo. Mussolini si può considerare per certi versi un antimodernista ma non un tradizionalista, distinguendo con ciò tra un antimodernismo prettamente socio-politico e un tradizionalismo che affonda invece in radici ben più complesse e profonde, e il cui valore è invece di natura conoscitiva e, talora, “sapienziale”. L’allarme provato da Eco e ora da Canfora per i rigurgiti di estrema destra e per le imbarazzanti kermesse di chi ancora fa sfoggio della retorica e dell’ideologia fascista è legittimo e motivato in chiave di pubblicistica politica legata ai problemi dell’oggi ma non altrettanto sul piano della storicizzazione, sostituendo un’ideologia strettamente incardinata al suo tempo con una metastoria permanente.

Fu Leonardo Sciascia a dire che molti italiani vivrebbero dentro “un fascismo” come dentro la propria pelle. Affermazione, mi pare, più motivata e persuasiva, per la fascinazione costante che sembra esserci nel dna italico (ma non solo nel nostro!) proprio per l’illusoria figura dell’uomo forte, dell’autocrate che può scavalcare le decisioni popolari.         

Chiaro che Eco e Canfora hanno ragione nella condanna del fascismo e nella qualsivoglia impossibilità di equiparare fascismo e antifascismo come ancora oggi si sente fare da parte di politici come di ricercatori storici. Ma, nel caso di Canfora, tale giusta condanna non lo salva da un perenne ricorso al doppiopesismo storico, da una diversa valutazione dei crimini commessi dal totalitarismo comunista in quanto dettati da un’ideologia universalistica. L’universalismo diviene proprio il facile alibi assolutorio nei confronti dei crimini compiuti da totalitarismi di segno e indirizzo diverso, crimini taciuti o minimizzati, quando invece, come disse Pierre Chaunu, nazismo e comunismo sono per certi versi “gemelli eterozigoti” e la stessa Hanna Arendt, ne Le origini del totalitarismo, non poté fare a meno di sottolineare i molti tratti di parentela che li uniscono. In primis la comune fede collettivistica e anti-individualistica e l’idea, qui in Italia sostenuta anche da Gentile, della creazione dell’“Uomo nuovo”. 

Mi viene da dire che a differenziare il fascismo dalle altre dittature europee, sia di destra che di sinistra, fu il carattere marcatamente carnevalesco della sua retorica, il sottofondo di farsa che spiccava sempre dietro il suo dramma. La Spagna di Franco e il Portogallo di Salazar, la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin furono, al contrario, dittature tragicamente “serie”, che nessuno spazio lasciavano ad elementi farseschi, a pagliacciate così vistose come quelle ostentate dalla propaganda del nostro regime. Forse in questo senso è sposabile la tesi di Canfora, del perpetuarsi nella nostra politica e nella nostra società, davvero con corsi e ricorsi storici imbarazzanti, di tale predominio della retorica carnevalesca e delle arlecchinate a buon mercato. 

Detto questo, l’ipostatizzazione che fa invece Canfora di più definiti elementi ideologici mi pare impermeabile ad ogni “revisione” (che è cosa ben diversa dalla “rivalutazione”) storica del fascismo, revisione che intraprese oltre sessant’anni fa il suo massimo storico, Renzo De Felice, incontrando resistenze e denigrazioni di ogni tipo, accuse grottesche di filofascismo e calunnie ingiuriose, sino all’ episodio dell’attentato alla sua casa pochi mesi prima della sua scomparsa.

Non diverse sono le resistenze e le accuse che ora si indirizzano verso chi cerca di incrinare la visione unilaterale che del colonialismo italiano dettero Angelo Del Boca e altri studiosi che lo seguirono a scia. Il desiderio italico di autoflagellazione ha condotto a una visione del colonialismo italiano come quella di un puro e semplice catalogo di orrori, di mostruosità, a cominciare dai famigerati gas asfissianti. La valutazione negativa dei colonialismi, quali che siano, è quasi apodittica, essendo lampante che la penetrazione di una qualsivoglia potenza europea in un territorio “esotico” è per sua natura contraddistinta dallo sfruttamento, dal saccheggio, da logiche prevaricatorie inconciliabili con i principi democratici e umanitari. Ma il compito dello storico non è di somministrare facili pagelline morali e di dare i voti ai buoni e ai cattivi, bensì di vivisezionare, di riaprire le ferite purulente e di suturarle nell’ottica, appunto, di una storicizzazione distaccata.

Un giovane e valente ricercatore storico torinese, Alberto Alpozzi, ha dimostrato dati e documenti alla mano, nei suoi volumi Bugie coloniali, come Del Boca avesse non solo omesso ma talora vistosamente falsificato numerose fonti, fornendo una visione del colonialismo italiano a senso unico. L’ipse dixit e il ricorso pigro e non verificato all’autorità intangibile hanno collocato Del Boca su un piedistallo che non gli spetta e la nuova e più complessa visione del nostro colonialismo che appare all’ orizzonte è parallela e speculare a quella che De Felice intraprese del regime fascista.

I contributi di Alpozzi, inoltre, sembrano suggerire che più che di colonialismo bisognerebbe parlare di “colonialismi” italiani, in quanto, ad esempio, l’esperienza coloniale in Somalia, oggetto privilegiato della sua indagine, presenta diversità peculiari rispetto a quella in Eritrea e in Etiopia. 

Sintomatico che Siad Barre, ricevuto una volta da Pertini, allorché l’allora Presidente della Repubblica italiano volle presentare le proprie scuse per l’occupazione coloniale italiana si sentì rispondere che gli Italiani nulla avevano da scusarsi e che la memoria della loro presenza era invece guardata con simpatia dalla popolazione somala. Del pari sintomatico che, nel caso dell’Etiopia, esiste ad Addis Abeba un museo dedicato agli orrori del terrore comunista di Menghistu ma non esista un parallelo museo volto a denunciare il colonialismo italiano. 

Colonialismo, il nostro, che anche nei suoi crimini e nelle sue storture, non fu segnato come altre analoghe esperienze da una pura ottica di rapina e devastazione ma dalla creazione di infrastrutture e dall’ abolizione della schiavitù in Somalia, debellata dal governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. 

Benedetto Croce, dopo un’iniziale e poco storica fiducia accordata al fascismo, considerato un momento parentetico e transitorio necessario al ristabilimento dell’ordine (madornale errore che fu compiuto da tutta la classe liberale, ad eccezione forse di Giustino Fortunato e di pochissimi altri), fu per un ventennio, come si sa, irriducibile avversario di Mussolini, estensore del Manifesto degli intellettuali antifascisti in risposta a quello di Gentile, e uno dei massimi capisaldi del libero pensiero  in un paese dove la libertà di stampa fu sostanzialmente soppressa ma dove egli poté comunque pubblicare articoli e libri dal chiaro contenuto antifascista in grazia della sua notorietà internazionale. 

In una conferenza tenuta nel dopoguerra presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici su “Le storie dei propri tempi”, egli rievocava il quadro da lui tratteggiato dell’Italia liberale e della Destra storica nella sua Storia d’ Italia dal 1871 al 1915, apparsa nel 1928, a dittatura già consolidata, e contente in filigrana un incessante polemica contro il regime liberticida. 

Ribadendo il sentimento di odio, ripugnanza e fastidio nei confronti di Mussolini e della sua dittatura, Croce però notava come, se avesse mai dovuto scrivere una storia del ventennio fascista, non avrebbe mai dipinto un quadro tutto in nero, di soli orrori e vergogne, “e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente Pessimismo”, avrebbe toccato del male solo per cenni necessari al nesso del racconto.

“E darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei giustizia aperta a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili”. 

Nemmeno i momenti più cupi della storia possono essere di puro disvalore e pura negatività e l’indagine storica intorno ad essi deve invece confrontarsi su quanto di positivo pur inintenzionalmente essi produssero. 

“Se non per altro, il fascismo resterà per questo: per gli avversari che ha generati e disciplinati; per i tanti che soffrirono nelle sue carceri, nei luoghi di confino, negli esili; per quelli che morirono di stenti e non si arresero; per quelli che morirono combattendo contro i fascisti e gli stranieri tedeschi; per la terribile e pur salutare scossa data alle nostre anime affinché non dimentichino mai la tragicità della storia e non si lascino illudere, e poi atrocemente deludere , dalla dolcezza degli idilli che neppure la severa poesia conosce”. 

Parole che mirabilmente rendono conto delle molte ombre e delle poche luci di quel periodo e che ristabiliscono la funzione risvegliatrice del sentimento della libertà che involontariamente esercitano le dittature. 

Visione molto più complessa e dialettica di quella a senso unico e più moralistica che effettivamente storiografica proposta da Canfora nel suo recente libello. 

Alessio Magaddino

*In copertina: Gabriele Galantara, LUI, caricatura di Mussolini, L’Asino, 1924

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