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“Dentro di me c’è una sorgente profonda. E in quella sorgente c’è Dio. Sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Su Etty Hillesum

Amsterdam, 8 Marzo 1941. Una giovane ventisettenne ebrea incomincia a scrivere un Diario: evento minuscolo quanto la nascita di un seme. La ragazza si chiama Etty e ancora non sa che da quelle pagine sarebbero sbocciati germogli resistenti alla neve, alla morte, agli anni, giungendo fino a noi con l’intatto profumo di un’ostinata tenerezza. Storie come la sua (così fragile, così potente) parrebbero miracoli, isolate rarità avverabili soltanto entro l’orbita dei martiri, dei carismi speciali; sono invece la prova che, pur non esistendo argomenti capaci di dimostrare una volta per tutte l’esistenza di Dio, esistono atti di coraggio attraverso cui la Sua essenza, la Sua intima natura si rivela. È il caso della “ragazza che non sapeva inginocchiarsi” e che pure lo imparò, su un tappeto di cocco di una stanza da bagno. Proclamare la vita di fronte alla disperazione, consegnarsi interamente al coraggio di essere, al talento di saper vivere ogni cosa, ogni momento in pienezza, nel bene quotidiano, scoprendo l’eternità del mondo in un sassolino: potremmo descrivere così il suo lascito morale. O forse semplicemente rispolverando quel versetto della Prima lettera di San Paolo ai Corinzi che dice: “Se distribuissi i miei beni per nutrire i poveri e dessi il mio corpo per essere arso ma non avessi la carità, a niente mi gioverebbe” (1 Cor 13, 3).

Ma chi era Etty Hillesum quando iniziò a scrivere il Diario? Una studentessa  olandese come tante, nata nel 1914 a Middelburg da una coppia di ebrei non osservanti. La sua famiglia, composta da altri due fratelli, Jaap e Michael (Mischa), si dimostra da subito problematica in quanto segnata dalla malattia mentale per via ereditaria. Terminati gli studi superiori, nel 1932 Etty si trasferisce da Deventer ad Amsterdam per studiare diritto all’università. In seguito affitta una camera presso un vedovo, Han Wegerif, che la assume come governante della casa: tra i due nasce una relazione sentimentale che tuttavia non impedisce a Etty, dai costumi sessuali molto liberi rispetto alle ragazze del tempo, di avere contemporaneamente altre relazioni. Nel 1939 conclude l’università e si iscrive alla facoltà di lingue slave, con l’intento di studiare il russo, sua lingua materna; inizia ad accusare problemi psicosomatici, derivati da una forte solitudine interiore, da una costipazione spirituale che le fa vivere un’esistenza disordinata, spingendola sul limite della pazzia. La data più significativa della sua vita è, a suo dire, il 3 febbraio 1941, giorno dell’incontro con Julius Spier, ebreo tedesco riparato ad Amsterdam dal 1939 a causa delle persecuzioni, psicochirologo incoraggiato da Jung a coltivare il dono di formulare diagnosi psicologiche a partire dalla forma e dalle linee delle mani. Spier è un uomo assai carismatico e amato dalle donne, ambiguo circa il proprio metodo terapeutico (sappiamo che praticava la lotta al tappeto tra lui e le pazienti, spesso trasformata in giochi erotici) ma anche molto interessato alle questioni religiose: il suo supporto e la sua preparazione spirituale incideranno moltissimo sul percorso di conversione di Etty, tanto da averlo lei stessa definito l’ “ostetrico” della sua anima. Nell’anniversario del primo incontro con Spier, scrive di avere la sensazione di essere stata messa al mondo una seconda volta. Si tratta di un cambiamento stupefacente, di una nuova identità che sboccia e prende possesso della propria interiorità: Spier le fa conoscere Sant’Agostino, Francesco d’Assisi, Tommaso da Kempis e altri classici  della spiritualità, non solo cristiani; diventa il suo amante ma anche maestro, è incredibile la trasformazione repentina che si innesca in lei grazie a quest’uomo. Sarà infatti proprio lui, per motivi terapeutici, a suggerirle di annotare le proprie emozioni sugli stessi quadernetti che, tra il 1941 e il 1943, avrebbero composto la sua unica opera (insieme alle Lettere), quel Diario pubblicato postumo solamente nel 1981.

L’8 marzo dello stesso anno ne scrive la prima pagina. Etty ha sempre amato la letteratura e vorrebbe diventare scrittrice. In particolare legge Rilke, Dostoevskij, la Bibbia. Dopo poche settimane di cura con Spier si sente già guarita. A quest’altezza le accade qualcosa. La sua seconda nascita (quella interiore) esplode, prendendo forma in una potente metanoia di carattere mistico. Il primo passo verso la fede religiosa tuttavia non avviene in virtù di un interesse intellettuale verso la religione ma sulla spinta del senso di inadeguatezza generato in Etty dal modo in cui lei, giovane studentessa europea, si confrontava in passato con la realtà circostante tramite la ragione. Per lei la mente occupava una posizione troppo ingombrante, soggettivizzando i fenomeni solo in funzione di se stessa. La ragione non bastava, c’era bisogno di una risposta del cuore che semplicemente ascoltasse il mondo e lo accogliesse nella sua interezza. La scoperta divina di Etty avviene il 16 marzo 1941, un mese dopo l’incontro con Spier, senza quasi rendersene conto. È un pomeriggio di sole, sta seduta su un bidoncino dell’immondizia accanto a un castagno. Sente, per la prima volta, la necessità di abbandonarsi a uno stato trascendente che superi le contraddizioni del pensiero attraverso un gesto semplice, spontaneo: inginocchiandosi dinanzi a quel sole, alla campagna, al mondo colto nella sua policroma unità. «Mentre me ne stavo al sole, ho inconsapevolmente piegato la testa, come se potessi assimilare meglio quel nuovo senso di vitalità. D’un tratto ho compreso come una persona, il volto nascosto dietro le mani giunte, possa crollare violentemente sulle ginocchia e poi avere pace» (Diario 1941-1942, Adelphi, Milano, 2012, pag. 61).

Dai passi del Diario scritti a ridosso della rinascita spirituale, emerge come Etty trovi un sistema più efficace della ragione per affrontare il proprio disordine. Esso la salva dalla depressione, l’aiuta nell’esplorazione dei paesaggi dell’anima (insegnandole a fluttuare come una barca tra le onde del “grigio Oceano dell’Eternità”) e schiude la parte più intima, “più profonda e migliore” di sé. 

La parola “Dio” fa capitolino nel Diario per la prima volta il 10 agosto 1941, cinque mesi dopo l’incontro con Spier. Etty si trova nella casa dei genitori a Deventer. Riceve una lettera dal maestro: dapprima, leggendola, si sente “alienata” e “fuori sintonia” con lui e con se stessa, poi torna ad esservi in contatto ardente. Gli scrive: “Ho ritrovato di nuovo il contatto con me stessa, con la parte migliore e più profonda del mio essere, quella che io chiamo Dio, e quindi anche con te” (Diario 1941-1942, pp. 141-142). Secondo lei, Dio è la parte migliore e più profonda di sé poiché la fa entrare in comunione con Spier e con tutte le creature terrestri. Ma è solo all’inizio del suo percorso, impara così ad ascoltarsi, a intuire le sue profondità interiori. Etty usa la parola tedesca hineinhorchen: ascolto di sé stessa, degli altri e del mondo. È proprio in questa ricerca che trova Dio. “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo” (Diario 1941-1942, pag. 153). Dissotterrare Dio, disseppellirlo dalle macerie del quotidiano per farne fiammella viva di perpetua inabitazione e ricerca. Sta qui il cuore dell’esperienza mistica ed Etty, inconsapevolmente, lo incarna. 

Poche pagine dopo, annota: “Oggi pomeriggio mi sono ritrovata d’un tratto in ginocchio sulla stuoia di cocco marrone, nel bagno, la testa nascosta nell’accappatoio, che pendeva dalla sedia di vimini rotta. Non riesco proprio a inginocchiarmi bene, c’è una sorta di imbarazzo in me. Perché? Forse a causa della parte critica, razionale e atea che pure mi appartiene. Tuttavia sento, di tanto in tanto, un forte desiderio di inginocchiarmi con le mani sul viso, per trovare pace e per ascoltare la fonte nascosta in me” (Diario 1941-1942, pp. 168-169). Quel gesto improvviso le crea imbarazzo a causa del lato “critico, razionale, ateo” della sua personalità, come se di punto in bianco una parte di lei guardasse stupita ciò che un’altra, più profonda, sta facendo. Nella sua mente echeggia la domanda della parte “atea” che giudica questo gesto come ridicolo, dall’altra esso diventa un bisogno, una necessità quotidiana.

Con il tempo Etty ci dice che, pur non essendosi mai inginocchiata né sapendolo fare, si esercita in questo gesto spontaneo, una sorta di rampa di lancio verso l’Assoluto. Pregando in ginocchio, poi, si rende conto che la novità di simile pratica non è importante per lei. Scopre di essere diventata religiosa, davvero religiosa, riunendosi a se stessa, rovistando il pozzo nero della sua anima in cerca di una sorgente di luce. Così il corpo diventa “creato e fatto” proprio per compiere l’atto di inginocchiarsi: “È come se il mio corpo fosse fatto per il gesto dell’inginocchiarsi, un movimento che sento nascere a volte nel corpo intero. Ogni tanto, nei momenti di profonda gratitudine, sento un’irresistibile necessità di inginocchiarmi, il capo del tutto chino e le mani sul viso. È un gesto ormai connaturato al mio corpo, e quel gesto a volte vuole essere realizzato. […] Eppure, quando annoto queste esperienze, avverto ancora un certo imbarazzo, come se stessi descrivendo la più intima delle cose intime; avverto ancora maggior timidezza e pudore che se dovessi mettere nero su bianco la mia vita amorosa. Del resto, c’è qualcosa di più intimo della relazione tra gli uomini e Dio?” (Diario 1941-1942, pag. 474). Inginocchiarsi diventa sempre più anche una disperata ricerca di protezione, affinché la sua fragile umanità – la sua anima sensibile, dolorosa – rimanga viva e non sia avvelenata e annichilita dalla barbarie. 

Scopre di aspettare un bambino e decide di abortire; intanto scatta l’obbligo per gli ebrei di portare la stella gialla, iniziano le prime deportazioni e vengono promulgati i primi divieti pesanti ad onta della popolazione ebraica. Con le progressive restrizioni alla libertà, Etty cade in un “abisso di angoscia e scoramento”. Poi però prende rifugio nel corpo, in quel che era il centro della propria costipazione spirituale, scrive: “Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande, e anche un fatto sempre più oggettivo. La concentrazione interna costruisce alti muri fra cui ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni. E potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni – sin quando non sentirò di avere intorno questi muri, che m’impediranno di sfasciarmi, perdermi e rovinarmi” (Diario 1941-1942, pag. 536). 

Nel luglio del 1942, alcuni amici trovano a Etty una sistemazione al Consiglio Ebraico con la speranza di salvarla: lei accetta malvolentieri; assolutamente persuasa a condividere la sorte del suo popolo, si fa quasi subito mandare come operatore sociale nel campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Il sentimento di una profonda vita interiore che si sta destando in lei comincia a trasformarla sotto ogni punto di vista. La sua carica erotica, così bruciante negli anni dell’università, viene incanalata in una nuova direzione. Impara poi ad assorbire le emozioni negative senza disconoscerle, diventa padrona della propria ombra preparandosi a sopportare una tenebra più grande, cercando di vivere ogni momento come una riserva di doni ed elementi accrescitivi della sua trasformazione interiore. L’istante presente, in mezzo a tutta la disperazione del tempo, diventa sacro. Ora anche una tazzina di caffè dev’essere bevuta con reverenza poiché potrebbe essere l’ultima da un giorno all’altro; nel campo di Westerbork avrà sempre in testa le parole del Vangelo di Matteo che dicono: “Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini” (Mt 6, 34). In lei si fa intanto più profonda la convinzione che alle radici del cuore umano vi siano bontà e amore e non, sebbene l’evidenza voglia dimostrare il contrario, malizia e odio. La sua forte spiritualità produce un senso di vocazione, la sensazione di “avere un destino”. Da qui la decisione di non accettare le offerte di aiuto per un eventuale nascondimento dalle truppe naziste. Etty, mentre il mondo attorno si fa sempre più crudele e cupo, avverte inoltre un forte bisogno di bellezza. Anche negli ultimi tempi prima della partenza per Westerbork suole quotidianamente comprare, al mercato nero, piante e fiori. Sulla sua scrivania non di rado petali di rosa caduti sono lasciati ad appassire tra libri e carte.

La cifra distintiva della spiritualità della Hillesum è capire che il Dio dei Salmi (protettivo, buono, misericordioso) non può aiutarci. Eppure lei non riesce a vivere senza questo Dio, senza inginocchiarglisi in continuazione. Leggendo il suo Diario e le sue Lettere, ci ricorda ciò che Dietrich Bonhoeffer scrisse al fratello poco prima di essere impiccato davanti ai nazisti. Per lui Dio è “debole e inerme nel mondo”, “Dio accetta di essere assente dal mondo, ma presente sulla croce”: unico modo per esserci vicini, per aiutarci. Così Etty perviene all’assunto fondamentale che segnerà per sempre la sua vita: di fronte alla miseria, alla sofferenza e al destino della sua gente, capisce che è compito suo cercare di non abbandonare con amarezza la fede in Dio, di proteggerlo e vegliare su di Lui poiché senza Dio, senza questa sorgente interiore di luce si perde tutto, l’umanità, la bellezza, la vita. Sempre nelle pagine del Diario scritte in tale periodo ribadisce più volte che il problema non è salvare la propria vita, ma come conservarla nell’onestà e nell’obbedienza al bene. Dio per lei diventa una presenza vulnerabile, fragile, da custodire e proteggere: 

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la Tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutar Te, difendere fino all’ultimo la Tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare Te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle Tue braccia” (Diario 1941-1942, pag. 714).

Emerge così, dall’incandescente crogiolo dell’Olocausto, una profonda teologia della Presenza vulnerabile, che conduce Etty a trionfare sul male che minaccia di fagocitarla. Pur conscia che tale forza maligna e mostruosa l’avrebbe indebolita e distrutta, Etty coltiva la solitudine interiore, pratica il distacco cercando di non essere ostaggio della paura: mentre tutto urla e dispera intorno a sé, si rifugia nella cella del cuore, in quella sorgente emersa proprio nel momento più disperato della sua vita. Si apre in tal modo al mistero divino, che in lei si rivela vulnerabile (come non pensare a quel verso di Silesio che dice: “Il mio corpo è un guscio in cui un pulcino sarà covato dallo Spirito dell’eternità”) al punto tale da rendere indistruttibile l’amore, la tenacia con cui si rifiuta di odiare. 

Ma quali intuizioni, quale disciplina mentale le consentono di custodire il proprio ideale? Etty non può odiare perché l’odio blocca il processo di comprensione del mondo, con le sue tante facce sempre nuove e ricche, chiude la mente, devia energia preziosa incanalandola nel rancore: lei sa che la verità in quanto tale è indivisibile, va accolta nella sua multiforme interezza e complessità. Nel corso della sua storia, ad Amsterdam come a Westerbork, Etty impara a guardare e ascoltare così a fondo l’essenza delle persone che incontra da spogliarle di tutte le maschere imposte dalla guerra, rifiutandosi di soccombere alla lotta fra i più deboli, interessata soltanto a riscoprire il “piccolo essere umano nudo in mezzo a un mostruoso naufragio”. Riconoscendo poi che “il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi”, Etty capisce che non si può migliorare il mondo esterno senza aver prima migliorato, perfezionato e radicalmente trasformato quello interiore. Se teme qualcosa, è la paura. La paura spinge gli uomini sull’orlo della pazzia, togliendo loro ogni desiderio di provare sentimenti. Questa consapevolezza, sottolineata dalla percezione di un’umanità sempre più alienata dal timore di morire e perciò da un cieco individualismo, la riempie di compassione, nel tentativo di preservarsi capace di pensare e di sentire per poter aiutare gli altri in una così terribile situazione. 

Nel settembre del 1942 l’amante e maestro Julius Spier muore, un giorno prima che arrivi per lui l’ordine di deportazione. Etty prova un fortissimo dolore. Nell’autunno di quell’anno però può tornare varie volte in licenza dal campo di smistamento di Westerbork ad Amsterdam; nella spola porta all’esterno lettere di internati e messaggi per la resistenza, mentre fuori raccoglie medicinali da portare nel campo. In un primo momento vi occupa una posizione privilegiata e non rischia di essere deportata ad Auschwitz. Non è ancora un’internata. Accoglie così il suo destino sempre con la speranza di tener duro in questa sua estrema difesa dei più alti ideali umani e divini. Cerca in tutti i modi di salvare Dio, dissotterrandolo dalla paura, dai cunicoli foschi della mente. Afferma poco prima di partire: “Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo esser passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò” (Diario 1941-1942, pag. 712). 

A Westerbork Etty scrive alcune lettere che contengono una vivida rappresentazione di ciò che fu veramente l’Olocausto nazista in termini di sofferenza e crudeltà; in esse emerge il risultato della sua battaglia contro la paura, attraverso una piena accettazione del dolore e del male, rivolta sempre a un’idea messianica di futuro, dove sarà possibile godere di società interessate davvero alla cura delle persone. Leggendole, colpisce molto questo passo: “La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me e arriva già in un altro mondo. È proprio come se tutte le cose che succedono e che succederanno qui siano già, in qualche modo, date per scontate dentro di me, le ho già vissute e assorbite e già partecipo alla costruzione di una società futura” (Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2005, pp. 87-88).

A dicembre rientra ad Amsterdam dove passa alcuni mesi tra casa e ospedale, a causa della sua salute sempre più malferma. Annota nel Diario impressioni e ricordi della recente esperienza di internamento: “Di notte, mentre ero coricata nella mia cuccetta, circondata da donne e ragazze che russavano piano, o sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente, o si giravano e rigiravano – donne e ragazze che dicevano così spesso durante il giorno: ‘non vogliamo pensare’, ‘non vogliamo sentire, altrimenti diventiamo pazze’ –, a volte provavo un’infinita tenerezza, me ne stavo sveglia e lasciavo che mi passassero davanti gli avvenimenti, le fin troppe impressioni di un giorno fin troppo lungo, e pensavo: ‘Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca’” (Diario 1941-1942, pp. 787-788). La scrittura del Diario costituisce il suo nutrimento più profondo. Riferendo le sue attività giornaliere, riflettendo sui suoi sentimenti e incontri, scrivendo i passi dei libri che più la entusiasmano (e così delineando un vero talento di scrittura) Etty vive in un modo infinitamente più ricco e nutritivo della barbarie che imperversa all’esterno. La sua passione per i fiori, ad esempio, è un riflesso di ciò che le sta crescendo nel cuore. Nel momento in cui molto del suo mondo le viene strappato e fatto a pezzi, i fiori che tanto ama riflettono la tenace, ostinata bellezza della sua interiorità. Fino alla fine della sua vita ad Amsterdam, anche quando le sono ormai negati tutti i mezzi di trasporto, continua a uscire per comprare rose e tulipani, come a sottolineare, in tempi tanto austeri e perversi, l’essenzialità dell’inessenziale ‒ retaggio pure della mistica ebraica, così portata a considerare la contemplazione della natura come elemento essenziale per lo sviluppo spirituale umano, basti pensare alla festa di Tu Bishvàt.

Etty è una ragazza sopraffatta dalla gratitudine. In un passo del Diario racconta di essersi a volte fermata per strada chiedendosi: “Questa è davvero la mia vita? Così piena, così ricca, così intensa e così bella?” Pur in un clima dove tutto sembra volgere al peggio, continua a celebrare l’immutabile generosità della vita, guardando alla natura, all’arte, alla sua stanza interiore da cui intravede (affacciata come sull’Orsa Maggiore) universi pieni di stelle. Imparare a soffrire diventa la chiave di accesso a questi regni di pace poiché insegna a oltrepassare i confini del sé per farsi prossimi a tutte le persone che patiscono, in particolare ai cuori afflitti dei nemici, persino alle madri dei tedeschi che parimenti “soffrono per i loro figli uccisi”. Etty diventa una persona universale per cui la guerra è un fenomeno a misura d’uomo, estraneo alla volontà divina: questa mancanza d’amore, di misericordia, di compassione proviene soltanto dall’uomo, dalla sua terribile cecità spirituale. Fin dalle prime pagine del Diario Etty esprime il bisogno di sopportare il dolore, di assumere su se stessa un poco della sofferenza del mondo abbracciandola e cercando di non accrescerla con ulteriore violenza. In una pagina scritta poco prima di partire per Westerbork, afferma: “Una cosa, tuttavia, è certa: si deve contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile. E di amore ne ho tanto, tantissimo, così tanto che davvero può fare la differenza” (Diario 1941-1942, pag. 688).

Più di ogni altra cosa è notevole in Etty il rifiuto di odiare: mentre altri intorno a lei affrontano la paura e rafforzano la propria capacità di resistere con l’odio contro gli occupanti tedeschi, Etty si rifiuta, mantenendo salda questa convinzione fino alla fine. Di fronte alle restrizioni, alla sempre più preoccupante possibilità d’essere deportata in un Lager insieme alla sua famiglia, Etty reagisce dedicandosi alla preghiera in ginocchio, al silenzio; il suo corpo diviene un rifugio, una cella dove nutrire la fiamma del colloquio mistico con la segreta volontà di Dio. Convinta che l’unica risposta possibile all’odio e alla sofferenza sia creare dentro di sé un rifugio per il dolore, si spinge addirittura a voler abbracciare totalmente il futuro di morte e distruzione che le si prospetta innanzi. Scrive che la sua vita è “stata resa più ampia dalla morte”, più profonda, paradossalmente più vitale. Gli ebrei, per Etty, avrebbero dovuto assumersi il compito dei mistici: morire in vita, affinché la morte fosse superata, schiacciata in un presente totalmente redento. “Si deve semplicemente essere”, liberati di tutto, “di ogni idea esistente, parola d’ordine, sicurezza”, per salvare anche solo un pezzettino dell’anima, non sfuggendo dalla morte ma abbracciandola totalmente nella condivisione della sofferenza del proprio popolo.

Malgrado numerose offerte di nascondimento da parte di tanti amici, Etty decide di declinare qualsiasi tentativo di fuga o di differenziazione dall’inesorabile destino della sua gente, pur essendo un’ebrea laica, non ortodossa. Per una questione di solidarietà si sente legata a tutta la sua comunità, così come interconnessa alla sofferenza complessiva degli uomini del suo tempo. D’altronde, la scoperta e conversione divina era consistita proprio in questo: imparare a interconnettersi, attraverso l’interno, con l’esterno. Quell’hineinhorchen, ascoltare dentro, era un modo per farsi preghiera e comunione cosmica, dimenticando se stessa, identificandosi a tal punto con gli altri da annichilire qualsiasi traccia di egoismo. 

“E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che presta ascolto alla parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio” (Diario 1941-1942, pag. 757). 

Nel breve periodo in cui ritorna ad Amsterdam Etty ha nostalgia del campo; decide di affidare i suoi quaderni all’amica Maria Tuinzing, affinché, qualora non fosse sopravvissuta, li recapitasse per la pubblicazione a un suo amico giornalista. Rientra a Westerbork, nel giugno del 1943, dove si consegna definitivamente al suo popolo, cercando di portare, con la sua piccola esperienza di luce, un pezzetto di quell’amore divino che sente crescere ogni giorno più intensamente dentro di sé. Nel campo, quando può, si inginocchia e prega – la baracca di legno dove vive diventa un convento, una nicchia solare scavata in seno a un’indicibile notte. Nelle lettere da Westerbork parla spesso del sovraffollamento delle baracche e della condizione degli anziani, con profonda compassione, ma subito avvisa che le parole non avrebbero reso l’idea di “quel ciabattare, barcollare e cadere a terra”, di quel “disperato bisogno d’aiuto e delle domande infantili”. Là, con le parole, non si poteva fare molto: a volte anche solo una mano sulla spalla era già troppo pesante. 

Nel campo di Westerbork, sempre nel giugno del 1943, arrivano i genitori di Etty e il fratello Mischa (Jaap verrà deportato più tardi). Li vede e si mette a gridare in mezzo alla confusione dei vagoni merci per farsi riconoscere. Scrive all’amica Christine van Nooten: “Qui è una totale catastrofe. Nelle ultime ventiquattro ore il campo è stato inghiottito da grandi ondate di ebrei. Ma devo dire che papà, la mamma e anche Mischa mi hanno sbalordita. È vero che papà è completamente indifeso, che in queste ore il suo colletto è diventato troppo largo e che la sua ispida barba grigia fa tanta pena. Ma stamattina ha impugnato la piccola Bibbia mentre aspettavamo per ore e ore nella pioggia, e ha trovato splendide parole nel libro di Giosuè. […] Farò il possibile per aiutarli a superare queste difficoltà, personalmente mi sento molto forte e piena di coraggio anche se a volte tutto diventa buio e incomprensibile” (Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2005, pag. 68). E tutto diventerà infatti sempre più buio e incomprensibile. Ma solo esternamente perché Etty mantiene una straordinaria lucidità unita a tenacia, compassione, profonda tenerezza. È sopraffatta dalla pietà per gli altri, descrive la sua vita come “una catena di miracoli interiori”. Rimane in colloquio con Dio, continua a parlargli fino all’ultimo, mentre il cielo diventa scuro di nubi, permeato dall’odore acre della morte. Nonostante ciò che subisce, ciò che sospetta, il suo cuore non si piega alle dinamiche dell’odio, anzi, si alimenta in crescendo di un travolgente, inspiegabile amore per la vita, per gli uomini e ancora, sempre, per Dio.

Visita le baracche. Vede un vecchio moribondo che recita lo Shemà a se stesso, un padre che prima di partire per l’est benedice la moglie e il figlio, poi si fa benedire a sua volta da un vecchio rabbino incanutito come la neve. Studia i volti delle guardie, senza pregiudizi, inorridita. A sera, sul tardi, quando le è possibile uscire dalla baracca entro i limiti del filo spinato, sente dentro di sé, come un affronto a quella miseria, una voce che dice: “la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo”. Più tardi, più tardi. Perché lunedì 6 settembre da L’Aia giunge l’ordine di deportazione ad Auschwitz per lei e per la sua famiglia. Avrebbe preferito partire sola. Mentre aiuta i genitori, le amiche le preparano la valigia nei minimi dettagli. Finisce nel vagone 12. Parla allegramente, prima di partire. Sorride, ha una parola gentile per tutti coloro che incontra sulla passerella. L’ultima sua lettera è una cartolina indirizzata all’amica Christine, fatta scivolare da una fessura del vagone in movimento del treno e raccolta in seguito dai contadini. “Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘Il signore è il mio alto ricetto’. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi da L’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per le vostre buone cure” (Lettere 1942-1943, pag. 149). Il viaggio si conclude il 10 settembre di quell’anno. Etty muore ad Auschwitz pochi giorni dopo, il 30 Novembre 1943.

Ci sono persone a cui torniamo per sentirci meno soli, per intravedere uno spiraglio d’aurora nel muro austero della realtà. Etty è una di queste, capace (con la sua microscopica testimonianza che incoraggia a farsi umani, a riscoprire la quotidianità del bene) di illuminare da sola l’intero tratto di tenebra della storia, passata e futura, fatta d’ombre, egoismi, barbarie. Forse la cosa più straordinaria di tale vicenda è che quanto le toccò sopportare non ne amareggiò la vita; viceversa, la tragedia e il dolore divennero fonte di una granitica fede. Lei stessa soffrì ma cercando sempre di offrirsi al mondo come un piccolo campo di battaglia, un cuore spalancato all’universalità dell’essere. Ecco la sua profezia: non è Dio a doverci aiutare, siamo noi a dover aiutare Dio, custodendolo, riparandolo al lume di un disperato  amore. Nonostante tutto per Etty la vita fu degna d’essere vissuta, anche nelle più terribili circostanze: dotata di sorprendente grazia (proprio nell’accezione teologica del termine) non poté fare a meno di testimoniarne l’irrinunciabilità, la pienezza, lo splendore, spezzando il proprio corpo quasi fosse pane da offrire agli uomini. Bastava poco a entusiasmarla. Per lei aveva senso vivere, credere in Dio soltanto per il colore giallo di una rosa. Fede incondizionata, la sua, ma non per questo cieca. Fede incarnata, lontana anni luce da gelidi ascetismi intellettuali. Fede che le imponeva di assistere il prossimo attraverso la preghiera silenziosa quanto azioni di precisa misericordia, di totale dedizione. 

Con una frase si conclude, si compie il suo Diario ed anche, in un certo senso, la sua vita: “Si vorrebbe essere un medicamento per tante ferite”.

Ci sono persone che portiamo dentro come boccioli. Sia allora Etty una di queste. Sia esempio che sboccia nelle nostre giornate come un piccolo seme di quotidiana resurrezione, un tentativo di aiutare Dio a non spezzarsi in noi, lasciandoci definitivamente orfani di cielo. Provare a interrogarle, queste parole di ragazza che non sapeva inginocchiarsi e pure lo imparò, su un tappeto di cocco di una stanza da bagno. Provare a farle risuonare sottovoce, come una specie di litania incessante, di formula magica che proietti l’anima alle sorgenti della gioia – mentre intorno crollano i soli, le prospettive future. Ripeterle in faccia alla buia sequela dei giorni come un coraggio di più forte luce, di più forte preghiera. Perché in fondo è proprio così: “Non si dovrebbe stare neanche un minuto senza preghiera” (Diario 1941-1942, pag. 789).

Francesco Occhetto

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