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“Da vecchi fuochi cenere, e dalla cenere la terra”. I “Quartetti” di Eliot

C’è una bella differenza, stilistica e di contenuto, tra l’opera maggiore di T.S. Eliot La terra desolata e un’opera, considerata forse marginale (ma ben più grande), i Quattro quartetti. L’opera in questione riflette forse l’approdo, che è fine e allo stesso tempo inizio, di quella che è la vita dell’autore. A quanto pare con una prospettiva molto meno “desolata” rispetto a quella dell’opera più giovanile del 1922 (senza dubbio un capolavoro). Ogni quartetto fu scritto e pubblicato in anni separati l’uno dall’altro, e solo successivamente, nel 1943, reinserito in un opera unica per volere dell’autore. Ma i temi dell’opera non sono un ultimo e circoscritto abbaglio. Si ritrovano infatti, esplicitati, nel saggio Tradizione e Individualità. Qui Eliot ci aiuta a comprendere il senso de I quattro quartetti (nonostante l’opera sia antecedente): “Il senso storico implica la percezione non solo del passato in quanto tale, ma della sua presenza… Questo senso storico, che è senso del non tempo come del tempo, e del non tempo e del tempo insieme, e ciò che rende un poeta cosciente, al più alto grado, del suo posto nel tempo, della sua stessa contemporaneità.”

Ora, non è un segreto la scoperta della dimensione religiosa nell’ultimo Eliot: la storia e il tempo sono e ci sono solo in quanto vi è qualcosa di astorico e atemporale. E questa dimensione è esattamente nel tempo e nello spazio che la si coglie; l’eternità avviene in un momento preciso: Cristo che si fa carne.

È a questi momenti epifanici, che permettono di scorgere l’eterno nel tempo, cui Eliot presta attenzione. Scrive nel terzo quartetto: “ma se comprendere / Il punto d’intersezione del senza tempo / Col tempo, è un’occupazione da santi… / Per la maggior parte di noi non c’è che il momento / A cui non si bada, il momento dentro e fuori del tempo”.

E se per Joyce, la Woolf, o Proust, il momento epifanico favorisce una rivelazione e chiarificazione in primis di sé stessi, come coscienze individuali; per Eliot la rivelazione è quella dei valori storici e universali, che rendono eterno l’individuo (comunque calato nel tempo). Questa perdita del sé temporale nella dimensione astorica e trascendentale avviene attraverso la rammemorazione, infinita e mai conclusa, della propria storia, al fine di comprendere il suo essere collocata in una dimensione universale. Per questo motivo ogni quartetto si riferisce simbolicamente a un momento della biografia dell’autore, e che l’autore ripercorre appunto per accedere al suo più vasto senso atemporale.

I motivi dei quartetti (il rilassamento della coscienza di sé per cogliere una dimensione eterna; la costante coincidenza degli opposti che costruisce quei paradossi intellettuali tra concetti antitetici) fanno dell’opera “l’approdo mistico di uno maggiori lirici contemporanei”, in accordo con ciò che reca in descrizione la traduzione (ormai forse impossibile da da trovare) pubblicata da Garzanti. Nella bella introduzione Attilio Brilli, chiarificandoci il senso (mai circoscrivibile) dell’opera, conclude così: “Nella prospettiva trascendentale dell’Eliot mistico il mondo terreno è nominato per essere negato, assunto nei suoi contrasti esistenziali per essere risolto nel paradosso che li annulla, che rovescia la morte nella vita o che blocca il fluire stagionale nel mistero dell’invernale primavera, del gelido fuoco, che proietta infine la tumultuosa scena mondana nell’immobile centro di tutti i punti sono compresenti.

Ma ora, come in ogni misticismo che si rispetti, la parola, l’intelletto razionale dev’essere escluso nella sua natura strumentale, capace di comprendere. La comprensione è operata su altri livelli. Per questo è forse più appropriato lasciare che il testo parli da sé, di sé, e di ciò che è fuori di sé. Qui di seguito quindi il primo tempo del secondo quartetto. Questo però, da notarsi, è solo parte di un opera che è da considerarsi nella sua organicità, nel suo insieme, grazie al quale ogni quartetto assume il suo senso.

Bianca Cesari

***

T.S. Eliot, East Coker (secondo quartetto), primo tempo.

Nel mio principio è la mia fine.

Volta per volta

Le case s’alzano e cadono, crollano, sono ingrandite

Son demolite, distrutte, restaurate, o al loro posto

C’è un campo aperto, o una fabbrica, o una strada di circonvallazione.

Da vecchie pietre costruzioni nuove, da vecchio legname nuovi fuochi,

Da vecchi fuochi cenere, e dalla cenere la terra

Che gia è carne, pelame e feci,

Ossa d’uomo e di bestia, stelo di grano e foglia.

Le case vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire

E un tempo per vivere e per generare

E un tempo perché il vento rompa il vetro sconnesso

E scuota il rivestimento di legno lungo il quale trotta il topo

E scuota il logoro arazzo col suo tacito motto ricamato.

Nel mio principio è la mia fine.

Ora la luce cade

Piena sul campo aperto, lasciando la strada incassata

Al riparo die rami, buia nel pomeriggio,

Dove ci si appoggia alla proda quando passa un carro,

E la strada incassata tira via dritta

Fino al villaggio, nel caldo saturo di elettricità,

Ipnotizzata. Nella calda foschia la luce afosa

È assorbita, non rifratta, dalla pietra grigia.

Le dalie dormono nel silenzio vuoto.

Non si farà aspettare la civetta.

                                                In quel campo aperto

Se non vi avvicinate troppo, se non vi avvicinate troppo,

Una mezzanotte d’estate potete udire la musica

Del flauto esile e del piccolo tamburo

E vederli danzare intorno al falò […]

Giro giro al fuoco

Saltando tra le fiamme, o uniti in cerchio,

Rusticamente solenni o in rustiche risate,

Alzando piedi pesanti in goffe scarpe,

Piedi di terra, piedi di argilla, alzati in allegria campagnola,

Allegria di quelli che da tanto tempo sono sotto terra

A nutrire il grano. Attenti al tempo,

Attenti al ritmo della loro danza

Come a quello della vita alle lor vive stagioni

Il tempo delle stagioni e delle costellazioni

Il tempo della mungitura e il tempo del raccolto

Il tempo dell’accoppiamento dell’uomo e della donna

E quello delle bestie. Piedi che s’alzano e cadono.

Mangiare e bere. Letame e morte.

 

Spunta l’alba, e un altro giorno

Si prepara al calore e al silenzio. Laggiù sul mare il vento dell’alba

Increspa e scivola. Io sono qui

O là, o altrove. Nel mio principio.

 

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