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Il senso della filosofia “dopo la filosofia”. Quando Rorty si appoggiava a una poesia di Larkin

È con una poesia di Philip Larkin che il filosofo Richard Rorty inizia uno dei capitoli del suo libro La filosofia dopo la filosofia. Contingenza, ironia e solidarietà. Capitolo intitolato La contingenza dell’io, e non ci vorrà tanto a capire il perché. La poesia di Larkin riportata recita così:

E dopo che hai percorso la tua mente intera,

Ciò che domini è chiaro come una bolla di carico

Nient’altro dev’essere da te pensato

Esistente.

E con quale vantaggio? Solo questo: per tempo

Individuare in parte l’impronta cieca

Che tutti i nostri atti recano, poterla ricondurre all’origine.

Ma confessare,

Nella verde sera in cui comincia la nostra morte,

Cosa essa era, è poca soddisfazione,

Giacché si applicò a un sol uomo una volta,

E quell’uomo muore.

Può sembrare inusuale che un filosofo tragga spunto per le sue riflessioni (o che palesi d’aver preso tale spunto) da un ambito così diverso dal suo com’è quello della poesia. Ma da un neopragmatista come Richard Rorty non si rimane tanto sorpresi data questa sua deriva filosofica che cerca di tornare – per così dire – “coi piedi per terra”.

La poesia in questione è di grande ausilio perché ha in sé tutto lo scontro, tutta la tensione storica, millenaria, irresolubile, tra poesia e filosofia. Scontro che si può nominare e rinominare: è lo scontro tra il contingente e il necessario, tra il metaforico e il letterale, tra il particolare e l’universale, l’inventare e lo scoprire.

La disputa su cui si vuole aver l’ultima parola è messa ben in luce dalla poesia in questione. In essa Larkin esplicita lo scontro, la lacerazione che in lui – anche se è poeta – convive (così come convive, vien da dire, in tutti gli uomini). Si tratta della tensione tra la volontà di “individuare l’impronta cieca che tutti i nostri atti recano” e allo stesso tempo la consapevolezza che ciò “che essa era è poca soddisfazione/giacché si applicò a un sol uomo una volta”. È bello sì (e qui sta la tensione del poeta), trovare il nocciolo duro della propria peculiarità, dimostrare di non essere stati una copia o una replica; ma (e qui sta il filosofo) è poca cosa scoprire questa “impronta cieca” se “si applicò a un sol uomo una volta”. Cioè, il filosofo vorrebbe l’universale, la verità “là fuori” cui tutto può essere ricondotto, quella che mai muta nel tempo, che rende necessario ogni gesto perché ogni gesto ad essa obbedisce; mentre il poeta si vuole liberare dalla stretta di questa necessita, se ci fosse una verità esterna a lui, lui non sarebbe più libero, non sarebbe più poeta (che sempre può usare nuove metafore).

Nella poesia lo scontro è pienamente evidente, ed è uno scontro interno, tra il poeta e il filosofo “interiori”, giacché nessuno è mai veramente solo poeta, mai veramente solo filosofo. Se Platone aveva distinto i due ambiti – della serie “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e ognuno pensi ai fatti propri -; con Nietzsche la pace precaria s’infrange (e Heidegger e Wittgenstein a seguire). È con lui infatti che la poesia mette i piedi dove Platone le aveva vietato di stare, nel terreno della filosofia, e le due cominciano a farsi guerra violenta. S’inizia, col coltello della poesia, a mettere in questione presupposti che la filosofia ha avuto fin da Talete, e a cui non è facile rinunciare.

A un certo punto della filosofia, si comincia a prendersela con tutte quelle ipostasi in cui il pensiero è sempre ricaduto: “fare filosofia a colpi di martello”, questo vuole Nietzsche, finché “Dio non muore”. Fondamentalmente quello che fa Nietzsche è sdivinizzare il mondo (“la verità la fuori” è solo “un esercito mobile di metafore”) e mettere al centro il costruire invece che lo scoprire (la scoperta presuppone che ci sia qualcosa là fuori che attende d’essere scoperto). Ma il rischio di Nietzsche (e che Heidegger aveva ben additato) è di re-istituire i dualismi. Se Platone aveva posto l’universale sul particolare, la mente sul corpo, Nietzsche fa semplicemente il contrario: divinizza la potenza creatrice del particolare a discapito dell’esistenza di una necessità universale, esalta la carne rispetto alla mente, la poesia al posto della filosofia. Sicché alla fine ci si ritrova sempre impigliati in nuove divinizzazioni, si cambiano gli idoli, non l’idolatria.

Invece, gli idoli devono cadere. Ed è con Freud, ci dice Rorty, che l’obbiettivo si realizza, lui ci svela la contingenza e dell’universale e del particolare, sicché ogni dualismo, ogni contrapposizione, si spezza, finisce ogni guerra. Freud infatti non ci costringe a scegliere né tra un approccio né tra un altro perché mostra la necessità della loro convivenza. Infatti se per Nietzsche c’è l’uomo debole, il non-poeta, per Freud nessun uomo è mai totalmente sottomesso a una creazione non sua, mai totalmente filosofo (ma neanche, come si vedrà, totalmente poeta):

“La sua teoria della fantasia inconscia ci insegna infatti che ogni vita umana è come una poesia, ovvero che nessuna vita è così prostrata dal dolore da non essere in grado di imparare un linguaggio, né così stremata dalla fatica da non avere un momento libero in cui creare un’auto descrizione. Per Freud ogni vita umana è un tentativo di rivestirsi delle proprie metafore.”

Ma poi appunto anche l’ultimo idolo deve cadere, e tutto si deve allineare, mettersi sullo stesso piano, non pretendere nulla. Solo così finisce quella “volontà di verità”, trappola additata da Nietzsche e in cui Nietzsche stesso ricade (perché lui divinizza il poeta, che è quello che non vuole nessun dio fuorché sé stesso). Allora, anche quella potenza creatrice, quella volontà di dire sempre e soltanto “così io volli” e non “così fu” (per una necessità che sta fuori di me) si deve allora ridimensionare. Non ci possono essere solo metafore, le metafore sono sempre di qualche cosa, per questo ogni poesia è figlia della precedente, nonostante sia unica. Si deve sì riuscire a generarsi, ma non si potrà mai trattare di una generazione totale, sicché alla fine dire di tutta la propria vita “così io volli” è sempre, più che un risultato, un continuo, e mai completato, obbiettivo.

E qui un Hemingway, un Larkin rabbrividiscono, perché la paura della morte (palese nelle opere di entrambi gli autori, per dirne due) è, alla fine, paura dell’incompletezza. E “si muore sempre incompleti” per dirla con Fernanda Pivano. Alla fine però è bene saggiare in via diretta un po’ di sano Rorty, che (da buon filosofo) mostra tutto il suo esser poeta, e val la pena di sentirlo: “Si tratta di mettere una trama di relazioni contingenti, una rete che si tende avanti e indietro tra passato e futuro, al posto di una sostanza già formata, unita, presente e compiuta in se stessa. Anche il poeta più forte, proprio perché anch’egli è un parassita dei suoi predecessori e anch’egli può dare alla luce solo una piccola parte di sé, è affidando la cortesia di tutti gli sconosciuti che popolano il futuro. […] Perfino il poeta più forte non potrebbe fare un’affermazione più forte di questa di Keats: Che egli ‘resterà tra i poeti inglesi’ per costruire, ‘tra di loro’, cioè ‘in mezzo a loro’, poeti futuri che vivranno alle sue spalle come lui è vissuto alle spalle dei suoi predecessori. […] In sintesi, il modo migliore per comprendere il pathos della finitezza invocato da Larkin consiste, a mio avviso, nell’interpretarlo non come il mancato conseguimento di ciò che la filosofia sperava di ottenere – il sovraindividuale, l’atemporale e universale – ma come la consapevolezza del fatto che ad un certo punto si deve confidare nella buona volontà di chi vivrà una vita diversa e scriverà altre poesie. Nabokov ha costruito il suo libro migliore, Fuoco pallido, intorno alla frase “la vita umana è un commentario astruso a una poesia incompleta”. Questa frase può servire sia a sintetizzare l’idea freudiana che ogni vita umana è l’operare di una sofisticata fantasia idiosincrasica, sia a ricordarci che quest’opera non è mai completata prima che giunga la morte a interromperla. Non può essere completata perché non c’è nulla da completare, c’è solo una trama di relazioni da ritessere, una trama che il tempo allunga di giorno in giorno.”

Bianca Cesari

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