skip to Main Content

“L’amore più grande, terribile”. Rivendico il genio di Marguerite Duras

Doveva essere in fondo a Rue Mouffetard, sì.

Uno spiazzo improvviso e una chiesa bianca a sinistra, alberi spogli e tavoli con sedie su sanpietrini, i blocchetti del pavé che dal marciapiede esondano nella rotonda così minuta e bella, con la fontana, così spettinata d’erba tutt’intorno che sembra non servire a niente e aspettare e basta – aspettare inutile e necessaria come i librai e i gatti dei librai nei quaderni di Malte Laurids Brigge… dopotutto siamo sempre a Parigi e cosa possono cambiare un centinaio d’anni, a Parigi (tutto! – fanno eco la città e i costi degli affitti, il cigno di Baudelaire e il ritornello il n’y a plus d’autrefois di Juliette Gréco…) e poi le voci ovunque tra le foglie di mandarini e carciofi e d’insalata a terra, tra le ceste con frutta e verdura in colori, colori e colori come in un bosco d’amore o in talismani di Serusier – nella luce che dal sole si soffonde polverizzata, rossa pompelmo, attraverso i tendalini.

*

Doveva essere lì, vicino a un lampione, proprio lì che vidi il posacenere che un giorno mi pose una domanda: vous êtez plutôt? E poi due cavità, due nomi: Duras, Yourcenar. Ah! Dunque è così: la guerra delle due Margherite non si combatte con sangue e razzie e numeri di morti, ma con strati di cenere, filtri ingialliti con tracce di rossetto, tabacco e mozziconi… sorrido di questa amabile trovata per il posacenere e sorrido della spontaneità di questa mia improvvisa, inutile allegria. Peccato non fumare sigarette, frequentare altre province letterarie. De gustibus… a qualche isolato più a nord, a Saint Germain-des-Prés, l’estremità del mio toscano avrà ormai smesso di esalare fumo ai piedi del busto d’Apollinaire.

*

E mi sorprendo a ricordare quel giorno così stupido e felice, senza angoscia e mascherine… a ricordare quel posacenere vous êtez plutôt e a ricordarloproprio oggi, quasi per sbaglio e del tutto inaspettato, dopo aver letto Les yeux bleus cheveux noirs di Marguerite Duras. Storia di un amore che, da sola, val bene l’ostracon di un mozzicone.

*

Storia di un amore, certo (“[…] il più grande e terribile che mi sia dato scrivere,” ci dice la Duras) ma storia che non racconta, che non è interessata a narrare, quanto piuttosto a tradurre in parole e poi trasmettere un’atmosfera: l’atmosfera di un sentimento appunto grande e terribile, estremamente complesso. Più quadro che storia, questo libro, e un quadro senza figure. O forse sì, qualche figura in effetti sì: e allora avremmo uno spazio – un’estensione che può essere una stanza di notte con un letto al bordo del mare, vicino alle rocce dei passages dove senza domande né spiegazioni si va a donare e pretendere piacere, oppure la hall dell’hotel des Roches in qualche cosa come un cortocircuito della memoria – e in questo spazio un uomo e una donna, una scheggia bruciante nei cervelli impazziti di rimpianto e sempre, sempre la malia e il colore d’occhi blu, capelli neri.

*

Con questa storia, con questo quadro ci viene consegnato un enigma: enigma di un amore nel deserto dell’assenza, del vuoto, dell’intermittenza del ricordo, del rimpianto e la distanza. La prigione della camera a fianco al mare è forse il dramma, la messa in scena del ricordo e del travaglio del ricordo nell’assenza. Il sonno immane, oscuro dei personaggi – si je m’endors, c’est pour ne plus rêver…se m’addormento, è per non più sognare – forse come nelle Assenze di Eluard. Il quadro di un enigma. E la scrittura si piega, docile, a questa necessità che è più di evocazione, che non narrativa. Volendo mantenere la metafora pittorica, si potrebbe dire che il testo raggiunge il suo effetto non tramite l’uso di disegno e composizione, ma per sovrapposizione di strati e strati di colore – per una sorta di estremizzazione di quel fondamento sul colore che Vasari attribuiva ai pittori Veneziani, di contro alla preminenza del disegno nei Fiorentini.

*

[Paragrafo per addetti ai lavori (ma non solo): quando scrivo evocazione, oltre che al significato generale del termine, mi riferisco anche all’uso “scientifico” che ne fece Giacomo Devoto nei suoi Studi di stilistica (letto con tanto di taglierino in una versione ingiallita, disastrata del ’50). Non pretendo certo di riassumere un libro in qualche riga… riporterò in ogni caso un paio di passaggi per abbozzare il concetto. “La evocazione,” scrive il Devoto (§51): “[…] comprende anche quel tono pregiudiziale, quell’anticipo, quel contorno che fascia il quadro […] di un alone prelessicale e quasi pregrammaticale, inconfondibile: una cornice”. L’essenza di tale cornice è “[…] musicale nel suo senso più largo” e contempla i due casi estremi di un periodare melodico o amelodico. Ben lungi dal rassegnarsi a un ruolo subalterno, questa cornice “[…] propone continuamente una diversa interpretazione della sua funzione stessa: quasi […] potesse diventare un fregio valido in sé sino a sottomettere o assorbire il quadro”. In questo senso, la metafora del quadro impiegata in precedenza si rivela insufficiente: perché in questo libro la preminenza non è tanto del quadro, ma della cornice – ed essa è dunque (§60) “[…] non più solamente contorno, ma rilievo, sfondo e sostegno impareggiabile al quadro”].

*

Il libro non va dunque giudicato secondo le più correnti e corrive aspettative che si hanno in materia letteraria: tra le quali finiscono abitualmente per tiranneggiare linearità e trasparenza della trama narrativa (spesso sinonimo di facile, superficiale fruizione del testo da parte del pubblico…) nonché forme più o meno marcate di becero voyeurismo da rotocalco. Certo: per buona parte del libro al lettore è dato d’osservare come un vero e proprio guardone… e ciononostante, con l’avanzare della lettura, si finisce per accorgersi che nessun elemento del testo può portarlo a pretendere d’aver compreso a fondo la situazione, i personaggi: di averli inquadrati in tutto e per tutto e dunque d’avergli concesso, per una operazione psicologica immediata e perlopiù inconscia, il diritto e il piacere (piacere da cervello rettile, o giù di lì) di giudicarli. Capire, inquadrare, giudicare… è forse questo che si deve richiedere a un romanzo, a un autore?

*

Vogliamo invece affermare il diritto del romanzo a non conoscere del tutto i suoi personaggi? il diritto del romanzo a non trasmettere al lettore una visione solida, granitica, univoca del mondo (ivi inclusa la piaga di un troppo comodo, rassegnato relativismo)? il diritto del romanzo a indagare sé stesso e la sua opera di traduzione del reale in sostanza significante, a ricercare l’identità degli attori che lui stesso ha messo in scena, invece di una qualche trama di fatti o misfatti o assassini già escogitata a priori? il diritto del romanzo a perdersi, a trasmettere non tanto dosi di sicurezza o accomodanti conferme o (bleah!) intrattenimento… quanto piuttosto una sensibilità, un’attitudine alla ricerca e all’indagine della complessità del reale? vogliamo affermarlo? Les yeux bleus cheveux noirs è anche questo: un monumento – forse un po’ difforme, decisamente amelodico – al diritto di esprimere tale complessità. Nel caso specifico, la complessità di un sentimento grande e terribile.

*

Per questo motivo il libro merita d’essere letto e per questo motivo, oggi, non avrei dubbi… oggi, con buona pace dell’altra Margherita, il mio ultimo centimetro di sigaro andrebbe alla Duras.

Francesco Zevio

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca