10 Dicembre 2021

"Siamo mendicanti di luce”. Dialogo con don Angelo Casati

“E non sarà l’abisso/ della mia lontananza/ a sfiorare il tuo manto,/ Signore?// Dal profondo ho toccato/ tremando/ la tua tenerezza./ Di questo/ e null’altro/ essere memoria/ vivente/ sulla terra!”. Una manciata di versi, un pugno di lucciole rischiaranti l’opacità di questi tempi: sono le parole di don Angelo Casati. Classe 1931, divenne sacerdote giovanissimo per prestare un ministero durato una vita intera, svolto in alcune parrocchie lombarde sotto la guida di figure indelebili come il cardinal Martini e padre Turoldo. Ma più di tutto don Angelo è stato ed è poeta, viandante nel mistero del Verbo. Poche le raccolte pubblicate nel corso della sua lunga esistenza: un esercizio di profonda fedeltà al silenzio, lontano dalla fabbrica della fama e delle glorie letterarie, il suo. Un apprendistato quasi a bocca chiusa, nell’officina dei migliori fabbri – quei piccoli servitori di Dio e dell’alata Sophia, chini a trascrivere i segreti del cielo e dell’anima, a esplorare con la lente della scrittura i segnali della terra e del paesaggio umano, mai stanchi dell’ombra entro cui svolgono il loro così nascosto ma luminoso operato.

Recentemente, presso le Edizioni Qiqajon, scrigno di preziosità letterarie e spirituali, è uscita la sua ultima silloge poetica, E non avere occhi spenti. Un testo incantevole, magnificamente prefato da Chandra Livia Candiani, che dell’autore, con fraterna ammirazione, annota: “Mi sono sempre sentita esclusa con i vari portatori di verità scritte, fossero poeti laureati, sacerdoti di tutte le religioni, rivoluzionari di professione, interpreti di anime e di corpi, curatori, salvatori e guru vari. Ma cosa è successo con Angelo di Neve? Che i suoi racconti edificano fiabe per far abitare gli altri e non sé stesso, che si ride tanto e che il suo Dio è un Dio di ciottoli grigioneri, di vecchini da raddrizzare senza fargli male, di alberi neri e spogli che con la primavera dichiarano il loro desiderio di abbracciarsi. Dentro a un Dio così ci abito anche io”. Come non essere d’accordo: vien voglia anche a noi di abitarlo, perché davvero quello di don Angelo è il Dio delle infinite sorgenti, il Nome dei nomi che forse potremmo, biblicamente, sintetizzare con la più semplice parola Amore (1 Gv 4, 16). Nelle sue poesie, questo Nome compare con grande parsimonia in quanto già fattosi pane da spezzare e condividere con gli amici che si accostano al suo canto. Canto che è in principio un inno alla bellezza di ogni sorriso scambiato, di ogni volto accarezzato: unica ricchezza da serbare nel vivo della memoria, unica testimonianza di sequela cristiana. Canto che don Angelo si fa raccogliere dalle labbra e dalle mani, e ci dona, in forza dei suoi novant’anni, come promessa di tenerezza di un mendicante di luce che ancora ha sete di occhi e di compassione, che ancora vibra, a sfida del disumano, “per straripamento d’amore”, osando intonare “piccole note/ nel sontuoso concerto di Dio”.

*

Don Angelo, vorrei partire dall’origine del tuo essere poeta. Cos’è stata per te la vocazione poetica?

Non so, Francesco, se ti deludo. Non fu un giorno o un’ora l’origine della mia “vocazione poetica”. Anzi, avverto come un’ombra di dissacrazione quando accade che ai miei versi si va, un po’ troppo disinvoltamente, accostando il nome ingualcibile di “poesia”. All’origine ci fu l’incanto per la poesia di altri. Sentire che quelle parole facevano lanterna nel semiombra. Risvegliavano cose e volti ed eventi assopiti. Sfiorati dalla poesia, era come se rivivessero, sgusciando dal pericolo dell’inghiottimento nel nulla. Accadde poi che qualcuno – penso in particolare a padre David Maria Turoldo – forse per velo di troppa amicizia, mi invitasse a raccogliere alcune prose poetiche. Alla fine cedetti a quelli della casa editrice Servitium che mi chiesero di pubblicare. Quasi una vocazione che si fa nel tempo. Non ancora compiuta. Forse mai compiuta.

Adriana Zarri definiva il poeta come «ponte tra l’Assoluto e il tempo: non può tradire Iddio parlando, non può tradire l’uomo tacendo; il risultato è un’espressione tutta particolare che non è più discorso umano e non è ancora Verbo assoluto e silenzioso». Qual è il tuo rapporto con il silenzio?

Avverto che la poesia abita questo spazio di cui tu parli e vive di silenzi. Il mio rapporto con il silenzio è un rapporto tra nostalgia e disincanto. I miei rimarranno sempre passi di avvicinamento. Ho nostalgia di montagne. Per me – la cosa è molto personale – è come se le montagne fossero per privilegio terre di silenzio. Mi porto negli occhi le immagini dei monti, non ancora violati. Dentro, lasciami dire, una stagione, la nostra, ubriaca di parole e di rumore. Mi riconosco un po’ folle per il desiderio che a volte mi accende di uscire nella notte e ascoltare il silenzio delle stelle. Veniamo – so che sto esagerando – dal paese del disgusto. Dal rumore delle parole. Assordante, impenitente. Un inferno in terra. E più si è vuoti, più si consumano parole. «Entra e chiudi la porta della tua camera»: direbbe Gesù (cfr. Mt 6, 6).

A volte mi chiedo che cosa è silenzio. Forse è trattenere il fiato e respirare una presenza. Trattenere il fiato per fare spazio. In un certo senso svuotarsi. Se sei pieno, nulla accade. Mi succede di pensarlo, quando trovo chiuso il grande portone della casa parrocchiale in via Montenapoleone dove ora abito, e mi si apre un portoncino, così basso che per entrarci ti devi piegare, ti chiede di abbassarti. Quasi a dirmi che tu entri in una casa, in una situazione o nel cammino dell’altro, a questa unica condizione: piegarti. Se no? Se no, rimani fuori, non entri.

Sappiamo che il Verbo è altra cosa dalla parola umana. Il Verbo è ineffabile, indicibile e al contempo sta alla radice sonora del «misterioso concerto» di tutto l’universo, per usare un’espressione di Rebora. Quale nesso tra la parola della poesia e la Parola di Dio?

La parola della poesia venera e custodisce la distanza, il suo posto è sulla soglia. Non voglio togliere valore alla prosa. Ma alla prosa per disavventura può accadere la pretesa di definire aggiungendo parole a parole, la poesia rarefacendole. Lontana da ogni arroganza. La poesia allude. Non dice: “è”, invoca immagini. Come faceva Gesù. Che non diceva: “il regno di Dio è”, ma amava dire: “il regno di Dio è come…”. La poesia sa di fessura. È come risposta all’invito a togliere i calzari in prossimità del roveto che arde e non si consuma: “Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro (Es 3, 5)”.

Veniamo ora alla tua poesia. Con la tua ultima raccolta (“E non avere occhi spenti”, Qiqajon 2021) hai dato ancora una volta prova di essere un uomo innamorato della vita, prima ancora che di Dio. V’è scritto: «A me è dato/ per grazia/ carico d’anni/ incantarmi». Che cos’è, per te, lo stupore? E come fare a mantenerlo vivo?

Mi dici “innamorato della vita”. Ti confesso che vorrei esserlo ancora più profondamente. Ho forti dubbi su chi dice di essere innamorato di Dio, e lo vuole certificare con la sua distanza dalla terra. Dai primi anni delle mie esperienze pastorali mi accompagnano queste parole di Charles Péguy: “Poiché non hanno la forza di essere della natura, credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio del temporale, credono di essere entrati nella sfera d’influenza dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di un partito dell’uomo, credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio”.

Innamorato della vita. E per grazia a novant’anni ancora incantarmi, stupirmi. L’incanto e lo stupore chiedono un indugio, considerato perdita di tempo in una società contrassegnata da fretta e pretesa. È beatitudine del Vangelo, quella degli occhi: “beati i vostri occhi perché vedono” (Mt 13, 16). Mi perdonino gli esegeti se spudoratamente traduco: “Beati i vostri occhi perché si incantano”. Ci si incanta quando si guarda con la consapevolezza di sfiorare un mistero. E quando ti accade di essere guardato con occhi che si incantano per come sei, ti senti come toccato nella pelle. E più dentro ancora della pelle. Ma se gli occhi sono vuoti tutto è vuoto.

Una raccolta, questa di cui parliamo, attraversata dal ricordo e dalla benedizione degli amici di tutta una vita, antichi e nuovi. Quali sono le figure che più ti hanno ispirato così nostalgiche e dense pagine?

Hai detto bene, amiche ed amici, usando il plurale, antichi e nuovi, il passato e un presente che non recide, ma si srotola nel futuro. L’amicizia è una ed è moltitudine. Sicuramente una benedizione, per me. Certo le profondità, le intensità, i fremiti sono diversi. Il ricordo va all’accendersi spontaneo di amicizie ogni dove la vita mi portava. Sino a pensare che Dio, sapendo quanto ne avessi bisogno, mi regalasse, ovunque andassi, e smisuratamente, amiche ed amici ad ogni passaggio.

Mi riempie di gioia sostare alle amicizie di Gesù, a volte dimenticate, o ritenute poco rilevanti, marginali. Confesso che una delle icone dei Vangeli a me più care è quella di Maria di Betania, l’amica di Gesù, che, intuendo come battesse forte il cuore dell’amico all’avvicinarsi del giorno della croce, lo volle ungere con un profumo che per costo era una follia, nessuna parola, un gesto totale che toccava i corpi.

E, accanto all’icona di Betania, mi è cara una poesia di Dietrich Bonhoeffer – pastore e teologo protestante, vittima dei campi di sterminio nazisti – che celebra l’amicizia dandole l’immagine del fiordaliso. Nel campo della vita è come se convivessero due necessità, quella del grano – ci è necessario il grano – e quella del fiordaliso, dell’amicizia, necessaria quanto il pane. L’amica, l’amico, fiordaliso e casa per me.

La poesia di questa raccolta che più ho a cuore è “Sosta ad ogni torrente”. Un testo meraviglioso perché esprime il senso di un cammino interiore autentico, fedele soltanto al Soffio imprevedibile dello Spirito. Qui scrivi: “Lasciateli/ tronfi a ripetere/ con assoluta/ impassibile certezza/ da case senza finestre/ senza cuore di nomadi/ che la loro/ è l’unica civiltà del mondo./ Tu indugia/ e adora ogni cammino./ Sosta ad ogni torrente/ e tocca il nuovo/ dell’acqua. E canta/ il Dio delle infinite sorgenti”. Ce ne vuoi parlare?

L’aria mi era e, a volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo, esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri:

Hanno abbassato i monti,
l’hanno chiamata religione.
Hanno impoverito l’orizzonte,
l’hanno chiamata fede.

Leggo di Gesù, un Rabbi che sconfinava. Lui beatificava come “donna di grande fede” – anzi aggiungeva che una fede simile non l’aveva mai trovata nella sua religione – una donna sirofenicia che lo aveva strappato ai confini chiusi della sua tradizione fino a indurlo ad affrettare l’ora della guarigione della figlia gravemente malata. La fede in terra straniera.

Sento come dono prezioso avere avuto un vescovo, il cardinal Martini, che, fedele a questa parola, ci insegnò questo sguardo aperto, pronto a riconoscere lo Spirito nel cuore di non credenti o diversamente credenti. Ce lo ha insegnato inventando – pensa – una “cattedra dei non credenti”. Possiamo mandare in cattedra i non credenti: sono abitati dallo Spirito.

“Lo Spirito c’è – scrisse – anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato”.

Il Dio che cantano le tue poesie è un Dio tanto amorevole e domestico quanto enigmatico e nascosto. Mi pare che il nascondimento sia stato e sia tuttora un aspetto molto importante anche per la tua vita…

Nascosto. Qualcuno dice perché ama farsi cercare. Provo disagio di fronte a quelli per i quali di Dio tutto è risaputo, quelli che amano le definizioni, e non viene loro sospetto che “definire Dio”, è farlo finire, una mostruosità.

Posso solo sostare alla soglia. E usare, osare il forse. Penso che Dio si svela ma anche si nasconda nella sua parola. Che diventa così miniera, in cui scavare. Sono vecchio e ancora, per come posso, scavo. E sono ogni volta sorpreso dell’oro che viene alla luce. Penso anche che Dio sia nascosto in coloro da cui una umanità indifferente gira via lo sguardo. Anche questa è ricerca del Dio nascosto… Abbiamo occhi e non vediamo.

La società in cui viviamo sembra volerci convincere ogni giorno di più che nasconderci – curando il silenzio dell’anima, osservando un digiuno dall’ego che sia affidamento alla volontà divina – sia invece un’onta, abituati come siamo a considerare valore soltanto l’apprezzamento degli altri, a ritenerci soddisfatti soltanto se la nostra opera è messa in bella vista, affermata e lodata. Come giudichi questo nostro modello culturale?

È un modello miope – dobbiamo riconoscerlo. Ed è diventato come una liturgia, la liturgia dei manichini che ostentano vestiti di rare raffinatezze, ma non hanno visi se non impalpabili, coprono il nulla, anche il nulla delle parole. È la religione dell’idolo. E già il Primo Testamento ce ne metteva in guardia. Hanno piedi e non camminano. La civiltà, confinata in questo modello, non cammina, non apre il cuore, non parla al futuro.

A volte penso che ci tocchi demitizzare chi si incensa e dare trono a chi vive la segretezza del Vangelo.  Non per nulla Gesù, a fronte di quelli che si autocelebravano in raffinate vesti, chiude il Vangelo mettendo in cattedra una donna povera e vedova, che nel silenzio fa scivolare nel tesoro del tempio i suoi due spiccioli, tutto quanto aveva per vivere. In mezzo a maschere religiose, lei l’unica veramente viva.

Tra le pagine del tuo libro il filo rosso forse più riconoscibile è la ricerca del Mistero, poeticamente riverberata dalla “musica delle cose”. Parli di viaggi lontani in chiesette solitarie ed eremi immersi nel verde: metafora del tuo ormai annoso itinerario di insonne cercatore di Dio? A che punto sei della tua mendicanza di luce?

Spesso mi ritornano alla mente quelle parole, appuntate su un foglio da Martin Lutero, trovate l’indomani della morte sul suo scrittoio: “Siamo mendicanti. Siamo mendicanti, ecco la verità”. Siamo mendicanti. Di luce. Nella mente mi passa la figura di un monaco che nel silenzio e nel buio della chiesa del monastero, con passo quasi felpato, andava accendendo un lume davanti a un’icona. Nelle sue mani un soffio di luce. Un soffio, solo un soffio, siamo mendicanti di luce. Verità spesso dimenticata. Se la ricordassimo, saremmo, a tutti i livelli, meno arroganti, meno presuntuosi, meno petulanti. “Siamo mendicanti, ecco la verità”.

Un Dio misterioso, quello che canti, don Angelo, ma soprattutto un Dio incarnato che ha patito la croce, imparando a perdonare il mondo con infinita misericordia. Chi è per te Gesù? E dove lo ritrovi, nel presente?

Tu puoi capire quale grazia sia per i miei occhi. Sono lettore innamorato di Vangeli, non sono un esegeta, scavo nelle parole. Mi emoziono quando posso portare alla luce l’oro che le abita. Spesso trovo tracce di Gesù sotto polvere di sabbie, che il tempo e la nostra opacità vi hanno in ampia misura depositato.

Quando leggo sento il rumore dei passi, sono leggeri, senza fanfare, senza esibizioni, senza autocelebrazioni. È l’incanto. L’incanto della realtà, la realtà della sua persona, del suo Vangelo, della sua via. La sua via, tanto diversa da tante vie dello spirito che abbiamo disinvoltamente chiamate cristiane, di Cristo. Seguo il rumore dei passi. Dove portano? A volte, te lo confesso, mi porto dentro la sensazione che abbiamo immobilizzato Gesù. In una statua. Andiamo a pregare statue. L’avventura è entrare nella vita vera di Gesù. È come entrare nella bellezza dell’umano.

Si svuotano le chiese, e si trascura la vera grande opportunità, quella che è apparsa nella storia, Gesù e il suo Vangelo, lui il racconto luminoso del volto di Dio e del volto dell’uomo come lo ha sognato Dio. Ho detto “Gesù e il suo Vangelo”, il Gesù dei Vangeli. Che di Dio ci ha parlato attraverso la sua umanità. Disumanizzandolo da un lato abbiamo svuotato la fede e dall’altro abbiamo ferito, ferito a morte, nel più profondo, il fascino di Gesù. Che ancora oggi è enorme. Anche fuori dai confini. Sto esagerando, a volte più fuori che dentro i confini. Così gli era accaduto in vita.

Spesso ritorno ai due discepoli che stanno all’inizio del Vangelo. Torno a loro che un giorno si sentirono dire dal Battista: “È lui”. E il dito faceva segno al profeta di Nazaret. Cominciò tutto da quell’ora… Gli chiesero: “Dove abiti?”. A loro non interessava di certo la casa, le pietre della casa, a loro interessava vedere dove stava lui con i suoi pensieri, con i suoi sogni, con le sue passioni. “Andarono – è scritto nei Vangeli – e videro”. Semplice. Non ci sono le nostre complicazioni, niente di organizzato, non ci sono proclamazioni, non ci sono parole, strategie: “Andarono e videro”. E non è detto neanche che cosa videro. Rileggo l’episodio, è tutto giocato sugli sguardi e non sulle parole. Potessimo ritornare a quest’aria della casa e della strada, in cui ci si racconta e ci si passa la memoria di Gesù. E uno che accenda un lume al suo volto.

E venendo
da cenacoli chiusi
in prati d’erbe
smunte
senza refoli di vento
l’avventura dei tuoi passi
su erbe bagnate
colorate d’ignoto
da un oltre che segna
il tuo passaggio di silenzio.
Andavi per pareti di vento.
Ed io a inseguire,
per acuto di nostalgia il tuo
profumo di vento.

So che hai molto amato la raccolta di Chandra Livia Candiani intitolata “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”. Una raccolta dove emerge – imprescindibile e inderogabile – la scommessa di un valore enorme e troppo spesso trascurato. La tenerezza.

Penso di aver sfiorato con te questa parola tenerezza parlando dell’incantarsi. Tenerezza, lo riconosco, è parola che da decenni ormai trova ospitalità e pulsa nelle mie omelie e nei miei interventi, parola quasi assente invece nelle omelie e nei documenti ecclesiastici. Esclusa per un pregiudizio, nel timore che parlare di tenerezza significasse accedere ai toni deboli del “sentimentale”, il sentimentale come la decadenza del sentimento. Il pregiudizio spesso si allargava sino a coprire di sospetto anche i sentimenti. Ma noi siamo anche sentimenti. Siamo sentimenti e siamo corpo. E non solo pensiero.

Poi d’un tratto la parola tenerezza, che sembrava cancellata o ignorata dai discorsi e dai documenti di papi e di vescovi, dalle omelie dei preti e dai libri dei teologi, si è improvvisamente riaccesa nella Chiesa per le parole di un Papa di nome Francesco. Per ben sei volte – pensa – la parola tenerezza appare nel suo discorso di inizio pontificato. Con un invito ben due volte a non averne paura. Disse: “Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!”.

Tenerezza, potremmo dire, è dare la priorità al volto. Non al ruolo, non al passato, non all’appartenenza. Ti basta il volto. E io mi fermo. Tenerezza è incantamento. Incantamento perché quel volto è abitato. Non è casa vuota. C’è una bellezza. Bisogna, in qualche misura, perdersi a guardare. Perdersi, perdere tempo, a guardare.  Oggi che non c’è più tempo per cogliere nei tuoi occhi un brivido di gioia, il sussulto di un turbamento, il velo della stanchezza. Accade la tenerezza quando tu ti accorgi che io mi incanto a guardarti. Non sei una pedina che io muovo per realizzare qualcosa. Sei tu al centro. E contemporaneamente tenerezza è stare sulla soglia. Lontano da ogni invasione e occupazione. Tenerezza è il sottovoce. Le parole urlate sono come il gelo dell’inverno. C’è un rovesciare parole. E c’è un “parlare sul cuore”. Un parlarsi sul cuore, che può essere anche parlarsi in silenzio. Parlano gli occhi, gli sguardi, le mani. Parlano perfino i silenzi: “Cercami nelle parole che non ho trovato…” recita la poesia testamento di Blaga Dimitrova.

Don Angelo, hai da poco compiuto novanta anni. Con sguardo incantato e fanciullesco non smetti, come diceva il tuo amato David Maria Turoldo, di cantare il «sogno del mondo». Sembra una follia, in un tempo come il nostro dominato da un disincantato realismo, da un culto per l’oggettivo e per il materiale. Come continuare allora, da cristiani ma non solo, a preservare lo «scandalo della speranza»?

Sembra una follia oggi sognare e cantare i sogni del mondo. Sembra una follia dove tutto è misurato e calcolato. Dove ogni sconfinare, per miope pragmatismo, è giudicato come eccesso. Dove l’invito è a “stare con i piedi per terra”. L’invito mi accompagna dai tempi dell’infanzia. Ora è diventato dura necessità, ora che mi accompagno a un bastone che mi regge. Guardo strisce nere di asfalto, ma perdo visioni. Non i sogni.

Sì, non pochi trovano strano, follia, che a cantare sogni sia un novantenne. Ma, testardo come sono, mi vado dicendo che senza un po’ di follia, non ci si muove. In nessun campo. Senza un grumo di follia che cosa diventa anche l’amore? Se non stanca abitudine, un recinto di calcoli e misure. In vigilia di soffocamento.

Ti dirò che è veramente fantastico che ora l’invito a sognare e a cantare i sogni del mondo venga da Francesco, il vescovo di Roma. Basterebbe rileggere i suoi discorsi agli incontri mondiali dei movimenti popolari. L’ultimo, l’ottobre scorso, custodisce questo incipit sorprendente: “Sorelle, fratelli, cari poeti sociali! Così mi piace chiamarvi, poeti sociali. Perché voi siete poeti sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza. Con le vostre mani sapete forgiare la dignità di ciascuno, quella delle famiglie e quella dell’intera società con la terra, la casa e il lavoro, la cura e la comunità. Grazie perché la vostra dedizione è parola autorevole, capace di smentire i rinvii silenziosi e tante volte educati a cui siete stati sottoposti, o a cui sono sottoposti tanti nostri fratelli. Ma pensando a voi credo che la vostra dedizione sia principalmente un annuncio di speranza. Vedervi mi ricorda che non siamo condannati a ripetere né a costruire un futuro basato sull’esclusione e la disuguaglianza, sullo scarto o sull’indifferenza; dove la cultura del privilegio sia un potere invisibile e insopprimibile e lo sfruttamento e l’abuso siano come un metodo abituale di sopravvivenza. No! Questo voi lo sapete annunciare molto bene. Grazie.”

La speranza viene spesso spenta dalla consapevolezza dell’inesorabilità del male. Le tue poesie sono piene di amore per la vita ma anche di aspra critica verso coloro che coltivano «caritas sine veritate», che «hanno ucciso i profeti» e «hanno respinto le barche». Come rimanere stabili nella gioia, nella centratura dell’anima serena poiché abbandonata a Dio, con attorno un mondo che intanto brucia di dolore e disperazione?

Vorrei essere sentinella, avvertire l’affacciarsi di un bene ma anche l’affacciarsi di soppiatto del male, e se possibile mettere in guardia. Certo la mia è piccola voce. Quella di David era di tuono. Vorrei avere – la sogno e la invoco – la forza dei miti. Che non saranno mai degli acquiescenti. E vorrebbe essere denuncia: mi colpisce ogni volto ferito, i volti dimenticati e feriti delle donne, i volti dimenticati e feriti dei poveri della terra, i volti scartati e feriti di coloro che una società, che si dice civile, osa ancora chiamare “irregolari”.

Vorrei alzare la voce contro chi copre con inganno la dissacrazione dei volti e della verità. Soffro l’ipocrisia, le parole usate contro il loro sacro significato, anche le parole a noi più sacre come libertà, fede, amore. Spudoratamente usate per dire il contrario, lo slogan per nascondere il nulla del pensiero. È la ferita dei volti. Non posso passare oltre. Soffro l’indifferenza. Vorrei destare da assopimenti di coscienza, a cominciare dal mio assopimento. Nell’indifferenza e nel sonno di molti sono accadute tragedie innominabili. Al cuore mi bussano le parole di Dietrich Bonhoeffer, pastore della chiesa confessante tedesca, giustiziato da Hitler. Diceva: “Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano”.

Vorrei concludere con una domanda, forse un po’ troppo personale. Se ti volti indietro, a guardare la tua lunga e intensa vita, quale immagine ti coglie per prima? Quale verso ti torna alla mente?

Vecchio come sono mi prende nostalgia di una panchina.

Ora che i marciapiedi
gridano accorati
alla ristrettezza,
sorte amara è andare
uno in fila all’altro
senza abbracciarsi,
senza raccontarsi,
quasi fosse divieto
d’amore e di amicizia.
Inseguo da lontano la piazza
la panchina del raccontare,
il rimasuglio di una sosta,
l’entrare negli occhi.

*

Darti un nome

Negligente in scienze sacre
ancora non so darti, o Dio,
un nome.
O forse sì:
“Tu sei colui che dà il nome”.
Anche a un piccolo
minuscolo
bruco della terra.

*

Ancora incantarmi

A me non è dato
per assenza di codici
varcare il segreto
di questo salmo e controsalmo,
responsori
tra ramo e ramo
per liturgie d’uccelli
nell’ora prima
del mattino.
Né so se è canto
di stupore
per bellezza di radure
o per estasi d’amore.
A me è dato
per grazia
carico d’anni
incantarmi.

*

La luce segreta

Ora che gli occhi
per peso d’anni
si sono fatti
pallidi e lisi,
me ne vado barcollando
e sorrido.

E come potrei, Dio mio, chiederti
in questa tarda ora
che mi si squamassero gli occhi
come a Saulo,
cieco per troppa luce,
nella casa di Giuda?
Io che busso alla casa d’ombra
del tuo stupito silenzio?
Me ne vado arrancando
e sorrido.

E come potrei chiederti
occhi illimpiditi
ora che scorrendo quotidiane grafie
mi accadono, mio Dio,
sospensioni di visione
tra lettera e lettera
tra vocale e vocale
e fatico il congiungimento?
Me ne vado cercando
e sorrido.

Oso chiederti per grazia
che sia tu, Signore,
la luce segreta
dei miei occhi impoveriti
e sia congiungimento
tra parola e parola
tra sillaba e sillaba.
Tu a ridare senso al non senso,
tu luce dei miei occhi, o Dio.
Me ne vado vivendo
e sorrido.

*

Nell’ora di invisibili violini

Sul punto di lasciarsi
fanno racconto
con voci di silenzio
le ombre del giardino
prima che l’impazzito
rumore
strappi il lascito
dell’intimità.
Cinguettii
come di piccoli
uccelli in risveglio,
note sospese e silenzi
come di violini
per devozione solo sfiorati:
il ciao leggero degli uccelli
alla fontana che nel buio
ha raccontato fiabe
gorgogliando
tra sentieri ed erbe
della notte.

Intervista a cura di Francesco Occhetto

Gruppo MAGOG