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“Mi affascinava la gente attentissima che registrava le omelie, le rondini che entravano in chiesa ad ascoltare quel profeta di Turoldo dalle mani enormi. Mi sembra di essere nato in quella voragine”. Corpo a corpo con Alessandro Dehò

Alessandro Dehò è sacerdote dal 2006, dopo anni di attività parrocchiale ha recentemente obbedito, in seguito a una svolta spirituale, a un desiderio di vita più profonda e raccolta andando ad abitare in una piccola casa di montagna, vicino a un antico eremo benedettino, in un luogo un po’ misterioso al confine tra Liguria, Emilia Romagna e Toscana, la Lunigiana. Ha pubblicato presso le Edizioni Paoline due libri, intensi, Maria (2020) e La parola libera. Lacrime e baci (2021), dove si accosta alla Parola con voce silenziosa, e innamorata. A chi lo definisce eremita dice di essere un uomo che «semplicemente vive» – per usare un’espressione cara ad Adriana Zarri – alternando lavoro nell’orto, preghiera, ascolto, studio e scrittura.

Il senso ultimo di questa scelta, afferma, lo sta imparando a conoscere giorno dopo giorno e forse lo scoprirà soltanto alla fine, in assoluta libertà, anche dal proprio ruolo di parroco, che continua a ricoprire in modo diverso, più esposto alla normalità di tutti, più periferico, più felice. Dice: «Io vorrei essere, per chi mi incontra, una persona felice di stare al mondo, di preparare da mangiare, di camminare, di pregare, di stare in silenzio, di scrivere, di giocare col cane… non è questo poi il senso di una vita? Far prevalere la gratitudine sul risentimento, la pacificazione sulle lotte di potere, la povera ma vera nostra identità sul ruolo, che rischia di uniformare e schiacciare». Un’esperienza di solitudine abitata, di deserto fiorito, che affronta l’incertezza dell’oggi nell’orizzonte della restituzione terrena di quel centuplo evangelico promesso a chi riesce ad abbandonare tutto per fedeltà all’oscuro volere dello Spirito, certo che il «sovrappiù» non verrà disatteso, che in fondo è già qui, nascosto – come un tesoro irrinunciabile – nel costato sanguinante del mondo. (Francesco Occhetto)

La casa di Dehò alla Crocetta

«La parola di Dio è sua compagna di viaggio, la legge e la condivide da innamorato», recita la tua biografia. Vorrei partire da qui: quando e come è accaduto – perché nel Mistero si cade, soprattutto, interamente risucchiati – questo innamoramento divino?

Sono cresciuto in una famiglia normalissima dove si respirava l’aria di quel cristianesimo post conciliare aperto alla Scrittura. La Parola è stata discreta e fedele compagna di viaggio fin dall’infanzia, è stato il mio orizzonte ordinario, banalmente ricordo la mia prima Bibbia a fumetti (che divoravo e conservo ancora), il parroco di quando ero ragazzino che era un divulgatore strepitoso della Parola, le messe a Fontanella da Padre Turoldo (mi affascinava il clima, la gente attentissima che registrava le omelie, le rondini che entravano in chiesa ad ascoltare quel profeta dalle mani enormi e dalla voce profonda), da adolescente gli incontri con la Scuola di Parola, alcuni preti importanti che mi introducevano ad una lettura più adulta e matura della Parola, poi il seminario… da una parte mi sembra di essere nato in quella “voragine”. In verità tutto questo è stato come un lungo agguato d’amore, una paziente attesa, Sua, del mio capitolare risucchiato nel Mistero. Qualche mese fa, quando ho capito che la vita mi stava chiedendo altro, ho percepito per la prima volta il bisogno (oserei dire fisico, carnale) di aggrapparmi non tanto alla Parola ma al Vivente che nella Parola di svela e si vela. Non potevo vivere lontano da quell’incontro di amore e di lotta. Non sono un esegeta, non sono uno studioso, sono solo vittima di questo innamoramento. E ho la fortuna di poter vivere costantemente tra Parola e parole.

Fino a qualche anno fa ho sempre percepito questo innamoramento come qualcosa di molto “elegante”, scrivere sulla Parola di Dio, provare a cercare parole buone per consolare in occasione di un funerale o per celebrare la vita ad ogni messa domenicale, le catechesi bibliche con i miei parrocchiani… mi sembrava di fare bene la cosa giusta, poi è accaduto che questo non lo sentivo più vero, mi sentivo fuori posto, scavato dentro, sono crollate tante cose e in quel momento ho sentito l’invadenza amorosa di Dio, la violenza di un amore che non mi lasciava andare, la gelosia di Dio, non ne ho mai parlato perché ancora sto sperimentando lo stupore e lo scandalo di questo volto del Vivente che prima forse avevo troppo razionalizzato e quindi addomesticato.

Quando parli della gelosia di Dio alludi alla scelta di diventare eremita (o comunque di sperimentare una vita di tipo eremitico)?

Quando parlo della gelosia di Dio mi riferisco ad un momento particolarissimo della vita in cui era crollato il mondo in cui credevo, in cui avevo trovato posto. Non era successo niente di drammatico, io avrei potuto continuare a fare il parroco e credo, onestamente, anche bene. Poi però è successo che mi sentivo fuori posto; dopo aver tentato stupidamente di cambiare la parrocchia ho semplicemente compreso che la parrocchia aveva il diritto di continuare secondo le sue logiche. Mi ero anche accorto che chi “contestava” la struttura spesso non era altro che un volto integrato dello stesso sistema. Io non riuscivo più a sentire che la mia vita aveva lì il suo spazio. Crollando il ruolo che avevo costruito con tanta pazienza mi sono sentito finalmente inutile e in quell’inutilità non è emerso il volto di un Dio deluso dal mio comportamento ma, provo a dirlo con parole che non rendono l’esperienza, un Dio geloso di me, Alessandro, per quel che ero, al di là del ministero. Quello è stato per me disarmante. Ero stupito di essere amato nella mia fragilità e, se vogliamo, nel mio tradimento. Avevo perso la sicurezza di essere un bravo prete, stavo perdendo la faccia perché sentivo che stavo per deludere le aspettative di tanti, stavo crollando dopo che mi ero impegnato a rispondere alle aspettative di tante persone… stavo perdendo la faccia andando a chiedere aiuto per una vita diversa da quella che avevo costruito… e in quel crollo, in quel cedimento, in quella caduta Lui è accaduto in me e con me. Ma non vorrei che questo sembrasse dolce e consolante, mi ha anche infastidito questo atteggiamento divino. Perché Dio non mi lasciava in pace? Perché non mi lasciava andare? Perché non rispettava la mia libertà, come andavo predicando da anni? La gelosia, l’amore, è anche invadenza.

Così ho poi trovato il coraggio di scegliere, ma non di scegliere la via eremitica (io non mi sento eremita), ma di decidere di me. Di essere obbediente a un desiderio di vita più profondo. Un cammino lontano da etichette e ruoli rassicuranti (in fondo subisco ancora il fascino di avere un posto, sarebbe più facile abitare in un eremo e definirmi eremita, ma non sono io). Ho trovato il coraggio di andare da un padre gesuita e chiedere una mano per capire se stessi scappando o se il Signore mi stava parlando in altro modo. E così eccomi in cammino. Non so bene come sarà la vita qui a Crocetta, la pandemia poi ha rallentato tutto; forse per la prima volta, a quarantacinque anni, vivo una vera esperienza di fiducia e abbandono. Non mi impegno per essere bravo a interpretare un ruolo ma ad ascoltare e accogliere la vita. Spesso con fatica.

Parafrasando Adriana Zarri, stai imparando l’arte del «semplicemente vivere»; del resto, il primo culto da officiare è la vita e spesso, per farlo onestamente, occorre perdersi, abbandonandosi in essa. Non si tratta forse dell’aspetto più essenziale e profondo dell’insegnamento cristiano? Penso a Mc 8, 35: «Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»…

Questa domanda è centrale. Credo che potremmo stare delle ore solo su questa. Quel perdere la propria vita, quella logica del seme che si perde per dare frutto è tema centrale per provare a comprendere ciò che sto vivendo qui. Spazio di riflessione che non ho ancora concluso (e che forse non va per nulla concluso!) Per anni ho vissuto all’ombra di quella logica evangelica del seme che deve diventare frutto caricando la frase sul suo finale: il frutto giustificava la perdita inevitabile del seme. Quindi è eroico ed accettato lasciare un lavoro (ero infermiere), gli affetti, la forma del mio vivere per entrare in seminario (seme, appunto) per dare frutti di una vita consacrata nel servizio: prete. Il ruolo finale, il frutto giustificava il seme. Non mi ha mai fatto problema questa logica. Tanto che ti confesso che Crocetta nasce sotto lo stesso segno: lascio la forma seme del prete/parroco per portare frutti di predicazione, accoglienza, scrittura, per riaprire un santuario, per ipotizzare ritiri nelle città d’arte, per aiutare le parrocchie vicine… non è andata così.

Mi sono accorto che la chiamata stavolta era diversa, avrei rischiato solo di fare il prete in un altro luogo. Le categorie e i ruoli che mi volevano affibbiare mi toglievano il fiato (fisicamente!), non dicevano la verità di quello che stava maturando in me. Crocetta non era la Terra Promessa ma il deserto. E così ho cominciato a deludere le persone che non avevano più risposte chiare all’unica domanda che in fondo chiunque si faceva “cosa fai lì?”. La pandemia chiaramente ha svolto un ruolo determinante, se all’inizio molte persone venivano a trovarmi ecco che da un giorno all’altro ero solo. Scrivevo, è vero, e per tanti questa è una rassicurazione ma io so che non sono scrittore. Non sono eremita, non sono il parroco della zona, non sono il gestore di un eremo… sono la frattura del seme. Sono la perdita, il vuoto, sono il vaso di nardo che ogni giorno si spezza. Sono la delusione della domanda funzionale. Amici preti mi hanno detto “cosa fai adeso che sei in ferie tutto il giorno?”, altri mi dicono “che sono scappato”, altri mi hanno detto che ero qui perché arrabbiato con il sistema… sono tutte interpretazioni sbagliate.

Io sono venuto qui per dare frutto e mi sono trovato a fare i conti faticosamente – molto faticosamente, te lo assicuro – ad abitare questo vuoto. Sono un prete bergamasco, la nostra logica è quella del fare e io ci sono nato e cresciuto e ci ho creduto, il lavoro pastorale è stata la mia linfa, ti lascio immaginare la lotta quotidiana per ripensarmi. Personalmente sono anche insicuro e sempre alla ricerca di conferme esterne, conferme che la chiesa ufficiale mi ha sempre dato in abbondanza, fino a Crocetta. Adesso sento che il mio stare è diverso, sento che sono in cammino, sento che Dio mi ha invaso sorprendendomi e davvero facendomi perdere! Non so se riesco a spiegarmi ma ora il peso della frase è tutto sull’inizio: perdersi, rompersi.

Il tempo di pandemia è stato fondamentale per questo, mio padre è morto in ospedale, io ho potuto vederlo due volte prima di morire, lui che era attivissimo, un volontario Caritas instancabile, è morto crocifisso ad un letto, scavato dal dolore, solo. Io l’ho visto. Quell’immagine è il volto di Dio che mi porto dentro, è la vocazione del seme che muore, è l’eredità paterna che io raccolgo. Essere segno di quella mancanza di aria, di Respiro. Siamo mancanza. Essere vuoto, come un sepolcro, per dire che il frutto non è di questo mondo. Per dire che si prosegue di frattura in frattura, di perdita in perdita, di fame in fame, in questo esodo che è la vita, per dire che siamo esseri simbolici, poetici, uomini affamati di ciò che qui possiamo sperimentare solo come segno, come presenza/assenza.

Io non so come sarà la mia vita futura – per la prima volta non ho progetti chiari, che inizi ad avere fede? – però spero di mantenere nelle cose che farò la forza della mancanza, e la lucidità di far morire tutto ciò che prenderà vita. Amiamo entrambi Adriana Zarri, tu la conosci molto meglio di me, c’è un passaggio che io adoro, quando le chiedono del Molinasso e lei dice, vado a memoria, che quel luogo tornerà invaso dalle erbe e dai fiori. Che bello! Dopo pochi mesi dal mio arrivo a Crocetta (che non è un eremo ma una casa normalissima) un amico prete mi dice “devi pensare a cosa sarà questo posto dopo di te, devi metterti in collegamento con altri eremiti”, io lo guardo stupito e gli dico che ho già ben chiaro cosa sarà Crocetta dopo di me: tornerà rudere come tutte le case del posto. E se qualcuno invece la abiterà… farà quel che vorrà. Si nasce, si muore, si cambia… l’importante è non costringere nessuno a tenere in piedi strutture. Siamo semi, no?

Un processo di continua semina, la volontà divina, che implica appunto l’alternanza degli stati luminosi del chicco che si fa stelo e fiore ma anche di quelli tenebrosi e oscuri della frattura e dello spargimento di esso, quando viene tempo di perdere la propria vita per rimetterla alla terra. In sanscrito, la consonante “d” significa luce, proviene dalla radice indoeuropea “dī” che significa “moto continuo delle cose”. Da qui deriva il verbo sanscrito “dī, dīyati” che significa “brillare, splendere”. È una prospettiva vicina a quella di Mc 8, 35: solo obbedendo fiduciosi alla dinamica del cambiare e del morire ci verrà spalancata la luce. Cosa ne pensi? Nel tuo caso, cosa ha significato la morte improvvisa di tuo padre?

“Moto continuo delle cose”, “brillare, splendere”: ci leggo la logica della resurrezione. Evento centrale di Cristo che non viene fermato nemmeno dal buio del sepolcro ma anche evento già svelato dal Suo agire che era “risorgente”, capace cioè di far muovere la vita arenata ad una rinascita di luce che era segno e simbolo del parto finale, quello che farà coincidere il nostro ultimo respiro con il Respiro eterno. Una consegna alla luce.

La morte di mio padre è stato l’ultimo incontro ravvicinato con la morte. Morte che è ciò che muove la mia ricerca, la mia fede, la mia inquietudine. Da sempre mi appartiene uno sguardo fisso sull’evento della morte, sull’enigma, sul suo svelare almeno in parte il senso della vita. Lo sguardo di mio padre morente è stato l’ultimo di tre sguardi che mi porto dentro e che segnano il mio cammino. Il primo che ricordo è quello di una paziente in Ematologia, una signora anziana che stava per essere dimessa, non vedeva l’ora di tornare a casa per vedere il suo nipotino appena nato. Era il turno di notte, io ero un giovanissimo infermiere, rispondo a una chiamata dalla camera, era lei, trovo questa donna piegata sul lavandino in un bagno di sangue, lei mi guarda, aveva capito che stava per dormire. Quegli occhi chiedevano “perché?”. Io l’ho presa tra le braccia e l’ho messa a letto. È morta così.

Il secondo sguardo è quello di Claudio, un prete amico, praticamente un fratello. Aveva poco più di trent’anni, malato di leucemia, l’ultima volta l’ho visto attraverso i vetri dell’ospedale di Pavia. Sfigurato, mi guardava, continua a guardarmi. Quella sera nevicava. Da allora, ogni volta che vedo la neve sento depositarsi dentro i suoi occhi.

Il terzo sguardo è quello di mio padre, l’anno scorso, da sotto un casco, anche lui sfigurato dal Covid. Io che piango e gli dico che gli voglio bene, io che non so cosa fare, io che ho paura, io che non so più chi sono.

Tre sguardi che svelano la mia impotenza: come infermiere, come amico e come figlio. Tre sguardi che svelano il seme che muore, l’abbandono, il bisogno, il diventare mendicanti di cura e di amore. Io questo l’ho visto e vorrei balbettarlo in ciò che dico e in ciò che scrivo. Vorrei impararlo in ciò che vivo. Vorrei imparare a morire ogni giorno di più. Tre sguardi che mi attraversano, feriscono, trapassano. Che mi afferrano, tre sguardi che sono una deposizione e un affidamento. Anche questo credo sia una delle poche cose da imparare.

Nel tuo libro più recente, “La parola innamorata. Lacrime e baci” (Paoline, 2021), c’è una domanda che mi ha colpito molto, vorrei riproportela perché mi pare davvero calzante con quanto detto sino ad ora. «Ma dove si nasconde la Parola, quando la vita sembra una valle di morte? Quando la paura di morire trasforma ogni esperienza in un gigante infallibile? Come fare esperienza della Parola salvifica e libera e selvatica? Come fare l’amore nei pressi della morte?»

Amore e morte, un rapporto doloroso, inevitabile, drammatico, misterioso, inafferrabile. Domanda che rimane sospesa tra il Calvario, la morte che muore fecondata dalla follia di un amore scandaloso e ferito, e il sepolcro, un Vuoto che chiede di essere interpretato come un ventre, come lo spazio fecondato, l’ultimo atto di una gravidanza.

Io non lo so dove la Parola si nasconda quando la vita sembra una valle di morte, mi verrebbe da dire che si nasconde esponendosi, si mostra, in modo scandaloso e spesso irriconoscibile, proprio nell’atto del morire. Se penso allo sguardo di mio padre vedo il dramma della morte e la profondità dell’amore, insieme. In quel momento ho come sentito in modo chiaro che le due realtà non potevano separarsi. E questo, ti giuro, è durissimo da reggere. Davanti a quello sguardo avrei voluto rimanere lì per sempre (amore) ma anche fuggire, era troppo il dramma in cui ero immerso (morte), è stato in quell’istante che per la prima volta ho capito che i discepoli amavano davvero Gesù, e ho compreso la loro fuga dal Calvario.

Chissà, forse ogni esperienza è sempre gigantesca, se ci pensi la vita è fuori portata. Sconfiggerla è fortunatamente impossibile, si può accogliere, affrontare, si può morire lasciandosi fecondare dagli eventi. Qualche mese fa un amico, poco più che quarantenne, è morto in pochi mesi di un tumore molto aggressivo. Pochi giorni prima di morire mi disse “non ero pronto a tutto questo”, con una semplicità disarmante, ed è vero, chi è pronto ad affrontare la morte? Poi però, in verità, nel dramma e nel dolore, nello smarrimento, io ho visto in lui un affidamento commovente. Quello che lui ha provato e sentito rimane un mistero ma per me che l’ho accompagnato per un piccolo pezzo è stato prezioso. Sai la cosa che mi ha colpito di più? Quando sono entrato a casa sua si è alzato e si è messo a sedere sul divano, non lo faceva da tempo, mi ha guardato e battendo delicatamente il palmo della mano sulla parte di seduta accanto a lui mi ha invitato a sedermi lì. La morte stava invitando anche me, e lo faceva nel volto sofferente di un ragazzo che mi voleva davvero bene. In quel momento mi è sembrato di non aver paura di morire. La morte fecondata dall’amore diventa un invito. Ma mi accorgo che scrivendole queste cose perdono credibilità, sembrano delle prediche, sarebbe meglio tacere. È davvero troppo questo mistero.

Fare esperienza di Parola salvifica, libera e selvatica, è esercizio di onestà e di umiltà. La Parola ci precede, ci abita, ci supera. Noi possiamo solo aggrapparci a lei. Forse è questo Soffio che dall’Eterno viene a baciare le nostre carni per portarci con Lei. Come la pioggia e la neve scende dal Cielo per risvegliare il Cielo che ci portiamo dentro. Lasciarla libera è saper morire, sentire che la nostra vita è solo un segno, un poetico rimando, noi siamo carne di un Altrove quando ci lasciamo fecondare dalla Parola.

Ogni volta che la Parola tentiamo di ammaestrarla, di usarla, di piegarla a qualche ideologia ecco che sfugge via. Per questo credo sia libera.

Come fare l’amore nei pressi della morte? Mi viene in mente san Francesco, un corpo nudo, la terra e il suo canto a chiamare la morte “sorella”. Chissà, forse bisogna imparare dai gesti dell’amore: ci si spoglia, ci si mostra fragili e vulnerabili, si accetta il rischio di farsi violentare, di farsi usare, si ha paura, ci si fida, si lascia andare tutto e ci si lascia penetrare. Lo sapremo solo nel momento esatto della nostra morte, però mi piacerebbe che fosse così, la vita assumerebbe un senso, imparo dalla mia fame, dal mio desiderio, imparo a riconoscermi mendicante di un amore, lo imparo giorno dopo giorno, per preparare meglio che posso il giorno più importante della mia vita: l’ultimo, quella mendicanza radicale di respiro. Trasformare la fine nella richiesta d’amore totale. Senso della vita: imparare a lasciarsi amare. Chissà. Però faccio fatica a scriverne, ci vuole pudore per queste cose, il rischio è di essere blasfemi. Mi spaventa risponderti, mi pare di esercitare eccessiva confidenza con il Mistero. Credo che dobbiamo fare silenzio e lasciare che ognuno di noi si misuri con morte e amore, in vertiginosa solitudine.  

Fare silenzio è tuttavia anche ascoltare la voce del Padre che dentro ci parla e ci prega – quel Dio cristiano venuto a metter tenda nelle nostre fibre, con l’inabitazione trinitaria. Raimon Panikkar definisce “estasi di silenzio” le parole con cui possiamo esprimere in linguaggio umano questa misteriosa Presenza-Assenza, pensiamo alla poesia, alla letteratura mistica, a volte – nei casi più illuminati – anche alla teologia. Pensi sia possibile esprimere, con umane parole, anche solo parzialmente, la “voce di sottile silenzio” del Verbo?

Credo sia possibile mantenendo proprio quella tensione Presenza-Assenza, in qualche modo mi pare sia lo stesso destino dell’incontro Amore-Morte, si può fare l’amore sapendo che è comunque un atto finito, mancante, in qualche modo morto proprio perché indica la mancanza di quell’Assoluto che ci ha attraversato per un istante. Fare l’amore è un atto in cui si accetta di morire per consegnarsi alla nostalgia dell’Assente.

La parola è inevitabile, per fortuna, ma pronunciarla è un assassinio, le parole sono come cadaveri, se morendo illuminano l’Assente, quello è un miracolo. La parola in se stessa, proprio per la sua debolezza, sarà sempre insufficiente. Ma proprio perché insufficiente, finita e parziale svela il Desiderio che ci abita.

Siamo pellegrini, siamo esodo, ci muoviamo un passo dopo l’altro, di morte in morte, è giusto così, l’Approdo lo possiamo solo balbettare, è un brivido, un lampo, una visione, le parole non possono che adeguarsi.

La parola appena pronunciata svela e insieme vela, apre e insieme soffoca, mostra e nasconde. Appena pronunciata la parola muore e morendo apre lo spazio di vuoto, la parola preziosa non riempie ma scava un sepolcro, riesce a trasformarci in mendicanti di vita risorta.

Per quel che sperimento io la poesia è ciò che si avvicina di più alla “voce di sottile silenzio” perché non lascia mai, se è vero linguaggio poetico, la sensazione di esaurire un discorso, regala momenti di smarrimento. Di sospensione. Di attesa. Anche la lettura dei libri di poesia, con quell’incedere ad inciampo, senza trama evidente, senza capitoli legati da causa effetto, mi pare intima a quei frammenti di stupore in cui, quando accadono, ci si può impigliare con gratitudine.

Poi il Verbo si è fatto carne, materia, io amo le parole che aiutano i miei occhi a lasciarsi stupire dalla luce presente in ogni cosa. Parole che toccano il mio modo di vedere il mondo e in qualche modo trasfigurano il mio sguardo. Penso al centurione sotto la croce, al suo riuscire a vedere luce dentro la testimonianza di un uomo che muore, mi pare affascinante, le nostre parole si avvicinano ad essere “voce di sottile silenzio” del Verbo quando, appena pronunciate, e quindi svelate, e quindi uccise, lasciano ad altri sguardi la possibilità di raccogliere come l’impressione delicata e dolorosa di una luce, parole che ci rendono testimoni che il brivido di vita ci ha sfiorato.

Ciò che più mi colpisce nei tuoi libri e nelle tue riflessioni è un certo sguardo innamorato sul mondo – che a partire dall’evento cristiano non può che leggersi, anche nei suoi aspetti più tenebrosi, nella prospettiva della redenzione del tutto, in primis della morte, del non-essere, e poi della «santa materia», per dirla con Teilhard de Chardin. Come si riesce a far convivere un simile stato di innamoramento con la scelta del celibato, che richiede la rinuncia ad un aspetto importante dell’esperienza umana e terrestre come l’amore sessuale?

Non è semplice rispondere alla domanda sul celibato, nel senso che questa scelta ha assunto in me diverse tonalità in base alle fasi della mia vita. Provo a semplificare sperando di non banalizzare. La mia vocazione sacerdotale nasce come una rottura, è stato il mio modo di ribellarmi al sistema. Lo so che può far sorridere ma ci credevo davvero, una scelta eroica e totalizzante, drastica, lascio tutto per un ideale più alto. Lascio affetti, un lavoro, uno stile di vita e aspettative in nome di una vita totalmente e pienamente donata al Signore. Scrivere queste cose adesso mi fa un po’ sorridere e un po’ mi imbarazza, ma è stato così. Il celibato era una rinuncia in vista di una pienezza maggiore. Di un ruolo che avrebbe dato senso alla mia storia. Anche solo queste affermazioni aprirebbero a mille lecite obiezioni, tipo il persistere di una visione clericale della vocazione oppure la visione di un Dio sacrificale, oppure ancora la mia immaturità. Mi vien anche da aggiungere che rinunciare alla paternità a vent’anni non è come rinunciarci a trenta e quaranta. Ma ero io, era la mia storia, chissà, forse fuggivo anche da qualcosa, comunque sia ho affrontato tutto con serietà. Negli anni di seminario la riflessione si è affinata e su castità, povertà e obbedienza ho letto molto. Anche qui probabilmente con un eccesso di intellettualismo, ma ripeto, ci credevo. Ero disposto a lasciare tutto.

Il problema vero probabilmente è che queste scelte ad un certo punto si cristallizzano in una promessa concreta e solenne e rischiano di fermarsi lì. Perché io dal 2006 (anno della mia ordinazione sacerdotale) sono cambiato davvero parecchio. Davvero tanto. Più che impegnarmi a difendere una certa forma di celibato sarebbe stato interessante crescere nella domanda: come stai amando tu oggi? Quel Dio vivo e in cammino che sta crescendo in te quale forma concreta ti chiede? Non so se riesco a spiegarmi ma credo sarebbe ora di uscire dalla logica di obbedienza a una promessa statica per istituire processi in grado di accompagnare la vita in un dialogo più simile a un cammino. Per rimanere fedeli bisogna cambiare! Questo non vale solo per il celibato e non vale solo per i preti. Occorre dare spazio alle nostre scelte per farle crescere con noi, non solo a livello teorico ma proprio pratico, creare e garantire condizioni di cambiamento, altrimenti riduciamo tutto ad una logica difensiva, conservativa.

Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955)

Comunque sia la partenza è quella: rinuncio a qualcosa in vista di una chiamata più alta. Adesso la mia vita è drasticamente cambiata, non vivo più in parrocchia e sono sì ancora prete ma in altro modo. Il mio rapporto con la povertà è mutato: se prima non possedevo una casa ma vivevo nelle splendide case parrocchiali messe a disposizione dalla curia ora possiedo una casa tutta mia. Ora pago un mutuo, le spese, le tasse… l’ho scelto, sono felice, ma chiaramente il rapporto con la povertà è cambiato.

Se per anni sono stato ciecamente obbediente solo a richieste che venivano dall’alto, da qualche anno ho provato ad interrogare un desiderio personale più profondo. Mi sento obbedientissimo, ma in altro modo.

Anche sul versante del celibato l’interpretazione personale è cambiata, non lo vivo più come la rinuncia necessaria ad un ruolo ma, visto che è proprio il ruolo che ho messo in discussione, provo a leggere il celibato come l’incarnazione di una mancanza. Quello che dicevamo per la parola provo a sperimentarlo anche nella carne. Sono un essere mancante. Sono un affamato. Il qui e ora non basta, siamo assetati di Altro. Hai ragione, vivo uno stato di innamoramento ma se non fossi innamorato questo non avrebbe senso. Un celibato vissuto da un uomo non innamorato è solo sterilità e illusione di autonomia. Il vero scandalo è l’uomo non innamorato non l’uomo che perde la purezza. Qualsiasi sia la tua scelta di vita se non sei innamorato è un problema, prima di tutto per te e poi per quelli che vivono accanto a te.

Quello che credo però è che dovremmo smettere di dire che la mancanza è incarnata solo dai celibi, questo mi dà fastidio. A mio avviso anche chi si sposa lo fa perché esplicita una mancanza, innamorarsi è condannarsi ad essere mancante, l’incontro sessuale non è opporre la pienezza contro la mancanza, l’incontro è il grido che rimane aperto anche ad atto sessuale compiuto. Quindi credo che siamo tutti celibi, mancanti di un amore e ognuno di noi abita questo bisogno e lo esplicita in modo diverso.

Vivere la mancanza permette di essere prossimi all’umanità assetata e affamata, che è poi quella delle beatitudini. Se sono pieno della mia verginità, se sono autonomo nel mio vivere il celibato, se sono sfamato dalla mia castità non sono per niente un segno del discepolo innamorato che vive nella mancanza e nella speranza dell’Incontro.

L’amore non lo canto più, se riesco, almeno in parte, lo ospito, come culla, come sepolcro, come spazio vuoto” – mi piacerebbe concludere questo nostro dialogo così, con le tue parole, nel segno della ferita e della mancanza. Forse sta qui ciò che in assoluto contraddistingue la fede cristiana da tutte le altre fedi, in questo abisso che infine dal vuoto della croce conduce all’ospitalità di un misterioso Tutto…

Culla e sepolcro sono le due immagini che accolgono la deponenza di Cristo: Natale e Passione. Dalla culla scaturisce l’appello alla nascita-resurrezione di un padre e di una madre, dalla Passione la nascita-resurrezione di amici. La nostra vita nasce rinasce solo grazie a gesti di deponenza che i nostri simili fanno nei nostri confronti, credo sia questo quello che chiamiamo “fede”. Anche questo nostro incontro l’ho sentito vero perché ci siamo deposti con fiducia e questo genera verità. 

Certo è rischioso e doloroso, mostrarsi è spogliarsi, l’atto d’amore è gesto di estrema vulnerabilità. Ogni incontro è anche una flagellazione, crocifissione, ferita. L’amore e il punto più prossimo alla morte, si fecondano.

Sento anche moltissimo rischio in questo, quello di usare le parole ma di non subirne più il dolore, di non sentirle calde del sangue che le partorisce. Fragilità, ferita, amore, morte… se non fanno stare male quando le pronunciamo, se non c’è una sorta di paura, va a finire che le violentiamo. Le usiamo. E non siamo più credibili.

Nudi ed esposti per imparare a deporci, per imparare a morire, per abitare il mondo come culla e sepolcro, come tavola e altare, insieme, per arrivare a quella deponenza nel Respiro della Vita, per arrivare ad implorare quell’“ospitalità di un misterioso Tutto”, come dici benissimo tu. Implorare ospitalità: qualsiasi gesto, qualsiasi suono, dalla preghiera alla bestemmia, se è un tentativo di implorare ospitalità, ci rende simili, figli e fratelli del Tutto, da questo ventre oscuro così simile al Getsemani.

***

Un frammento da “La parola libera. Lacrime e baci”

Io, la Parola, sono stanca di essere esposta senza pudore, e usata e maltrattata. Io sono stanca della banalità, sono stanca di essere scagliata a ripetizione fuori bersaglio. Sono stanca di chi crede che tante parole convincano. Io ho bisogno di gente che torni a piangere, a mettere lacrime nelle parole. Io voglio dolore, dolore vero, dentro le curve della calligrafia, io voglio baci. No, non voglio che si parli di lacrime e baci, ma pretendo, almeno qualche volta nella vita, di averli dentro, dentro di me. Ingravidatemi di amore e di dolore.

Io, la Parola, ve lo giuro: posso cambiare il corso degli eventi, ma ho bisogno che qualcuno, come Davide e Gionata, trovi ancora la via delle lacrime. Ho bisogno di sgorgare da un dolore vero, ho bisogno urgentissimo di tornare a incontrare le persone non solo affidandomi a un suono ma a una passione, a un colore, a una profondità che solo il dolore e l’amore possono dare.

Non è stata la domanda di Gionata a Saul a cambiare la storia, e nemmeno il giuramento con Davide. Ad aver cambiato la storia sono tutte le lacrime e i baci che in quella campagna Davide e Gionata si sono scambiati, e che poi hanno infilato nella sacra narrazione. Io sono figlia di lacrime e baci.

Se ci pensate bene, sono proprio i baci e le lacrime ad averci cambiato la vita. E tutto il resto? Parole scagliate lontano come frecce, diversivi per chi non può capire, semi dispersi.

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