11 Marzo 2021

“A volte essere senza nome, impronunciabile, o meglio irriferibile, sarebbe cosa molto buona” dialogo con Roberta Dapunt, poetessa a ridosso del sacro

Contate sulle dita, le raccolte poetiche di Roberta Dapunt stanno tutte in una mano: la qualità è nemica degli sperperi, sfugge da sempre alle logiche della quantificazione. In effetti, a testimonianza della limpidezza e dell’originalità dei suoi versi, potremmo anche solo ricordare i tre titoli pubblicati per Einaudi: La terra più del paradiso, 2008; Le beatitudini della malattia, 2013; Sincope, 2018. Rubo a Andrej Tarkovskij qualche parola: “Lo scopo dell’arte non consiste affatto, come talvolta ritengono gli artisti stessi, nell’instillare pensieri, nel contagiare con le idee, nel servire da esempio. La sua finalità consiste nel preparare l’uomo alla morte, nell’arare e nel rendere tenera la sua anima in modo che sia capace di rivolgersi al bene”. 

Ecco, questo pensiero mi pare si avvicini molto alla poesia di Roberta – poetessa nata in Val Badia, cresciuta in grembo a incontenibili silenzi – strappata alla ritualità di un vivere semplice fatto di gesti arcaici, incastonati nella pietra fluttuante del tempo, nel deposito di simboli e orazioni di una civiltà contadina che sta scomparendo. Una poesia che ha il raro coraggio di affermare l’evidenza del reale con precisa carità di sguardo e di ascolto, senza estetiche falsificazioni e quindi sempre a ridosso del sacro, di ciò che il visibile non mostra eppure segretamente contiene. Servono occhi di poeta per scoprire, tutt’un tratto, la perenne novità del quotidiano attraverso parole consuete che sappiano risaltarne l’eccezionalità, radice di un bene onnipresente.

Parlare dunque di stalla, di fili d’erba nel campo, diventa gesto sovversivo perché spinge a credere che non esistono cose banali ma soltanto esiste la banalità del nostro sguardo. L’anima allora scavalca i limiti delle galassie, con un verso tanto piccolo da scoppiare di grandezza. Scrivendo ad alta voce, mentre fuori nevica e la stanza è illuminata appena dal lume del focolare. Parlando coi muri, coi crocifissi appesi e interrogati sottovoce, perché la parola “Dio” non la si può più nemmeno pronunciare. “Divina solitudine sulla mia parete, / cederei la penna per un giorno di fede”: due versi e una sola ferita, constatazione di un’inspiegabile assenza colmabile forse con la parola, “strumento d’intesa” tra l’uomo e il mistero. Sarà infine proprio così? L’ho voluto chiedere direttamente a Roberta, che fin da ora ringrazio per avermi condotto verso una sempre più densa essenzialità del dire e del domandare. 

Mi è sempre stato amico il silenzio, ma molto di più l’ignoto e l’incognito, che qui in questi luoghi di Ciaminades mi aiutano e mi accompagnano così bene. (…) A volte essere senza nome, impronunciabile, o meglio irriferibile sarebbe cosa molto buona”. Queste tue parole mi pare introducano bene ciò che, a una prima lettura, emerge prepotentemente dalle tue poesie: l’esperienza del mistero. Come sei riuscita ad accordare il canto dell’indicibile? Com’è nata questa necessità?

Non ho mai pensato alla poesia come ad un’esperienza del mistero. Forse perché mi basta l’esperienza come atto di percezione solamente. Quella che acquisisco personalmente con l’atto dell’osservare e che mi porta alla conoscenza diretta. La percezione delle cose e dei fatti che mi sono esterni, così la percezione degli stati interiori della coscienza, hanno entrambe la stessa importanza. Mi sono diventate unità, e questa unità mi è diventata contenuto di conoscenza nel percorso della vita. Il termine “accordare” mi piace molto. Alla domanda: qual è il suo lavoro? Il poeta potrebbe rispondere: accordo parole. Sì, accordo parole. Ma non l’indicibile, poiché significherebbe non poter dire. Chi si esprime in versi invece, lo fa perché sente appunto la necessità di dire. Ancora prima di scrivere. 

Ecco, la necessità del dire, scrivendo ad alta voce. Ti penso seduta al tavolo di quella stanza riscaldata “solo per qualche poesia”, immagine che si ripete ne La terra più del paradiso e che forse è pure evocazione del lungo apprendistato che ti ha condotto a essere poeta. Chi era allora Roberta, quando ha scoperto in sé lo scalpitare dei versi?

La prima impressione di una poesia potente ai miei orecchi, è stata quando molti anni fa ormai, ascoltai alla radio la poesia di Heinrich Heine Die slesischen Weber, purtroppo in italiano (I tessitori della Slesia) non ne ha mai incontrato una valida traduzione. La poesia mi entrò talmente forte nel cuore e nella mente che ne ricordo ancora adesso il ritmo della lettura. Ero una ragazza che frequentava la scuola media, di famiglia molto semplice che mancava di qualsiasi richiamo intellettuale o istruttivo. Sola e confusa tra sensazione e conoscenza. Oggi posso dire che l’ascolto di quella poesia rappresenta per me un’identificazione. Non tanto con il poeta, ma con ciò che in quel momento mi stava infondendo la poesia stessa.

Quindi il primo forte richiamo della poesia è avvenuto in una lingua diversa dall’italiano (ricordiamo che tu sei cresciuta e vivi in Val Badia e parli anche ladino e tedesco). In Nauz (Il ponte del sale, 2017) affermi che “la poesia non è solo la scelta di una lingua con la quale ci si può esprimere”: perché dunque componi versi quasi esclusivamente in italiano? Una questione di identità, di estetica o altro?

Sono ladina di madrelingua, ciononostante la mia quotidianità si muove in tre lingue. Per me è normalità dai suoni multipli che non considera una lingua più importante dell’altra. Scrivere in italiano dunque, è un’ovvia conseguenza. Nel discorso alla lingua, un discorso semplice, oltre a “la poesia non è solo la scelta di una lingua con la quale ci si può esprimere”, scrivo anche che la poesia è una necessità o non è credibile. Il compito del poeta è dire le cose come sono, quando sono vissute, quando diventano del cuore e della mente. Chi si esprime in versi lavora ad un prolungamento della propria vita, la poesia è una parte aggiunta, poiché non è solo testimone di sé stessa, ma di vita appunto. Dopodiché l’identità. Questa domanda rivolta a me, nata e residente in Alto Adige, non avrà mai una risposta soddisfacente. Nemmeno per me. Se mi permetti, mi avvalgo di ciò che ho già scritto nel discorso semplice, appunto: “In questo muovermi tra le lingue mi rimane fermo solo il nome. Me stessa. La mia identità. Sì, poiché l’identità è ciò che noi siamo innanzitutto ed è alfabeto e vocabolario dalle caratteristiche fisiche e psicologiche che portano un nome, quello mio è Roberta. E questo nome, cioè io, ha una data di nascita, parte da essa e diventa espressione di rapporti affettivi con le persone e con i luoghi, nel mio modo di ragionare, di comunicare con gli altri. Ciò ci rende unici e inconfondibili, ci definisce e ci dà il senso fondamentale di appartenenza. Ebbene, questa è la mia prima lingua, quella migliore, poiché riesce a parlare senza pronunce o suoni, non usa alfabeti e si esprime per mezzo della mia coscienza individuale, attraverso la mia presenza, così anche attraverso la mia assenza”.

La poesia è una parte aggiunta, un prolungamento della propria vita. E infatti noi, attraverso i libri che hai scritto, siamo entrati nel tuo universo. Abbiamo imparato a conoscere la densità rituale del maso, l’odore di stalla nella stagione delle prime nevi, le grandi distese di larici e abeti, i volti ruvidi e sapienti della gente di montagna. Sempre in Le beatitudini della malattia accenni proprio a “questa sacra immagine del vero”. Sembra quasi che a parlare siano prima di tutto i luoghi, gli affetti che abiti, filtrati dalla tua introspettiva accoglienza poetica. Mi sbaglio?

A volte si cerca lontano e non ci si accorge di essere distanti, addirittura separati da ciò che si crede di trovare. A me è successo, penso succeda principalmente alla mente giovane, che è alla ricerca e non sa, non conosce le proprie possibilità, le proprie capacità. Il tempo invece porta a scorgere le opportunità e anche la misura. Riuscire a vedere, ad ascoltare ciò che si trova accanto, trovare il valore in ciò che ti è prossimo. Senz’altro si presenteranno limiti e confini anche in questa dimensione, ma saranno anch’essi una linea di conoscenza. “A cosa serve sapere e compiacersi del sapere / se non per distinguere un filo d’erba da un altro”.Credo in questi due versi, ecco.

Credi anche “nelle anime sante, / nella loro indipendenza conquistata sui sensi di una preghiera”…  

La conditio humana, l’essere umano e la sua condizione esistenziale, destinata alla sua fallibilità, eppure continuamente accordata ad una tensione ideale verso la perfezione. Si presenta spesso nei miei versi, ad ogni modo è l’unica verità che dà senso alle mie scritture. Apparteniamo a molte cose, dimostrandoci di essere una spettanza, una proprietà dell’insieme. Seppure così pronti a difendere ognuno la propria libertà. Viene da chiedersi quale, ma è questa una difesa semplicemente lussuosa e capricciosa, poiché effettivamente lontana dalla sensazione viscerale stimolata ad esempio dal bisogno di cibo, tanto lontana dal conflitto e dalla guerra che ti punta il fucile alla tempia. E molto, molto lontana dalla richiesta di poter semplicemente esistere, presentandoti con il tuo nome, un tuo sorriso e la dignità di ricevere una risposta uguale. Nell’insieme siamo diventati il corpo di un fenomeno sociale di particolare gravità, che non si dimostra diverso dall’immobilità della pietra. È l’indifferenza la malattia del mondo, le anime sante sono tutte quelle persone che non ci riguardano.

Scrivere può inserirsi in un quadro di salvezza, di tenuta mentale, oppure anche la poesia non può nulla dinanzi a questo “fenomeno sociale di particolare gravità” che è l’“immobilità” di pensiero, l’indifferenza priva di slancio altruistico, misericordioso degli uomini di oggi?

Ho dubbi sulla scrittura pensata come cura, e non sento nella poesia una facoltà di protezione rivolta all’emergenza per chi scrive. Credo invece nella sua capacità di raccoglimento per il prossimo. Leggere una poesia non è leggere l’articolo di un giornale, ascoltare una poesia non è ascoltare una notizia. Leggendo la poesia scritta nei periodi di guerra ho imparato i sentimenti e la coscienza di coloro che hanno subito e che sono morti o sopravvissuti. Ci hanno consegnato il loro dolore, le solitudini, i loro pianti scritti su strappi di carta e sui muri. Quelle frasi, quelle testimonianze scarne di parole per impossibilità di altro, diventavano sostentamento, provvedevano a un nutrimento della coscienza rivolta a chi forse le avrebbe lette. Per me questa è poesia, essa mi fa capire meglio, perché riesce a portarmi al volume del sentimento nell’affermazione, al riverbero della coscienza nel racconto. La poesia non solo può, ma ha il dovere di raccontare il suo presente.

Parli di Dio come di un’entità impenetrabile e al contempo prossima, quotidiana (“Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto. / Perché io so che tu sei, / lo sanno i miei sensi/ quando tornano dalla stalla”). In particolare, mi colpisce molto il passo in cui dici: “cederei la penna per un giorno di fede”. Ma non è, in fondo, anche la penna una specie di fede?

Sono cresciuta in una religiosità stretta e nel dovere di partecipazione. Poi l’incerto ha iniziato ad accompagnare ogni mio avvicinamento alla fede. Crescendo ho imparato a non apprezzare l’obbligo e ho curato una distanza per me necessaria, da un vincolo morale impartito dalla famiglia e dalla comunità del mio paese. Ciononostante mi è rimasto un profondo rispetto e il fascino verso la solennità delle fede, che è ciò che si può vedere e toccare con mano. Chiedermi nella stalla di Ciaminades, che per me è sinonimo di solitudine, se ciò che sento è Dio, è una semplice constatazione che ogni dubbio interiore rimane. Per quanto riguarda la penna, o meglio la mia penna, non conosco mezzo più incerto.

Per concludere, rimanendo nel solco dell’incertezza e del presente, qual è il ruolo – se ancora esiste o è mai davvero esistito – che può essere riconosciuto oggi al poeta?

Esisteva il ruolo del poeta. Nel Medioevo e oltre era considerato un mestiere ed era un’attività privilegiata. Il poeta aveva un ruolo determinante nella società. È un bel pensarsi, ma appartiene al passato. Oggi la domanda corrente è: “qual è il ruolo della poesia?”. E questa è una domanda incurante di colui o colei che scrive la poesia. Semplicemente non ci si dà pensiero del poeta. Provo dunque una risposta sul ruolo della poesia: è un passaggio, una via di penetrazione nelle profondità della coscienza, essa compone il tramite col sacro, muove le emozioni ed è testimone del suo tempo. Ciò detto, io in questo presente, non so bene come definirmi. Eppure alla domanda: “tu cosa fai?” la risposta ci sarebbe. Io faccio la poeta.

Francesco Occhetto

*

Di ritorno dalla stalla

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

*

Credo nelle anime sante,

nella loro indipendenza conquistata sui sensi di una preghiera.

Credo nel lamento di un uomo in agonia,

inaccessibile silenzio degli ultimi istanti in una vita.

Credo nel lavaggio del suo corpo fermo,

nel suo vestito a festa e nell’incrocio delle mani,

testimoni di un battesimo confidato.

Credo nella gloria dei vinti.

Credo nelle loro carni piegate sotto le macerie,

i loro respiri cessati.

Credo nelle distese di orti trasformati,

dentro al loro recinto le ossa dei popoli ammazzati.

Credo nei miserabili che annegano alle porte d’Italia.

Credo in quelli che rimangono e il giorno dopo chiamiamo clandestini.

Credo nelle loro bambine vendute ai nostri piaceri,

nella loro tristezza che sorride vittima di un rossetto ingrato.

Credo negli angeli senza ali,

in quelli che a piedi nudi camminano dentro una fede.

Credo nel mondo,

quello fuori dalla vetrina in ginocchio a guardare dentro.

Credo nel colore delle pelli che indossa,

negli occhi neri dei figli che perde affamati.

Credo nella verità delle madri e del loro amore.

Credo nella miseria e nell’umiltà di questi versi.

Credo nella bellezza

e qui conviene fermarmi.

*

Voglio così come il sorbo tra i larici e gli abeti

coprirmi di infinita neve. Di bianche coltri

l’abbraccio, chiusa irreparabile del freddo ragionare.

Spalancare le labbra e lasciarmi nevicare

lì in fondo alla bocca, infelice incontrarmi

e sciogliersi fiocco dopo fiocco fino a congelare

ed infine raccogliersi, riempirmi.

Mi voglio velare, voglio piano tacere. Sottrarmi

candidamente al complicato uso della voce.

Crescere, innevarsi il mio interno stare come fuori sto ferma.

Voglio immacolarmi. Per sempre zittire,

interrompermi e tacere. Seppellirmi dentro

e intorpidire per sempre la facoltà del solo parlare.

*

Come scrivere altro, altre immagini

se quieta sera mi raccoglie sempre uguale,

che le storie tristemente volute e contorte

rendono simili i versi al dare saggio della propria bravura.

Niente di tutto ciò mi lega, che intorno al corpo

ho intera l’umana condizione, colei che si addormenta

per stanchezza e spessore di mano.

Sottratta vita a ogni profanazione, per sacro sentire

l’odore indubitabile delle mani d’inverno.

È odore di stalla, di latte e di urina,

di fieni concilianti al freddo e nel mite lume

raccogliere in uno sguardo l’ordine in un fienile.

Ciò è per me intelletto, facoltà di intuire il rapporto

nella pratica del rigore. Nulla dipende dai nostri umori soltanto,

niente dalle nostre possibilità creative.

A cosa serve sapere e compiacersi del sapere

se non per distinguere un filo d’erba da un altro.

*

L’amo così, profumata di ultime erbe incolte,

respinte per indifferenza sulle chine contorte.

Difficile comprendere il silenzioso novembre e i luoghi,

che ogni anno di più reclamano il fischio sommesso della falce

e una verde urgenza servita a niente.

Io ti parlo da semplice condizione,

senza narrazioni sacre di avvenimenti,

senza i racconti in dottrine di imprese e di gesta,

senza le origini di dèi e di eroi.

Riservato campo il mio, in cerca solamente di zitte presenze

e del comune esistere, poiché il tempo

in questo luogo è morsa di accadimento sempre uguale.

Casa mia è il maso, dentro il quale fluiscono anni e coscienza,

cadenza che non chiede il permesso di denunciare

ad ogni sguardo, in ogni angolo il suo passato,

epifania presuntuosa di generazioni avvenute.

Misurata vita la nostra, durata giusta che ha da spartire i mesi

tra i pochi fieni raccolti al sole e il loro fruscio ruminato al buio.

Il resto, passante, è silenzioso rimanere quando il tuo è ritorno.

L’amo così, lungo il colmo di abeti in pastura di quiete,

quando si fanno orlo i freddi campi e le nutrite nubi

e si leva una conversazione muta tra la libertà e misericordia.

È congiuntura, che accade una volta soltanto dentro l’anno,

chi torna da greppie riempite lo sa

e sa che il momento prima della neve ha un odore.

Ma soprattutto l’amo nella misura di chi sa scernere un’erba dall’altra

e condividere due silenzi di dovere, differenti

soltanto per un gesto tracciato da un segno di croce.

Civiltà contadina contata ormai in poche mani,

mentalità imprescindibile, semente nostra da salvare.

Possidente di manualità che non conosce il giorno di riposo

e tiene il merito a fronte alta di abitare la montagna.

E dunque, espongo in questi versi, a te che passi un punto di vista,

che una stalla non è il volto della modestia,

bensì il tornaconto dei concimi versati.

È traccia immutabile di rinnovamento,

il beneficio di un vivere consueto lasciato in abbandono dai tanti.

Ciò che conosciamo da sempre ora ci succede di riconoscere soltanto.

Gruppo MAGOG