Il papa donna. Storia lugubre e veritiera della papessa Giovanna
Cultura generale
Nicolò Locatelli
Cormac McCarthy non è stato soltanto uno scrittore: è stato un chierico in esilio. Esterno all’ambiente canonico dei letterati, preferì l’austero e meditabondo isolamento che ha accompagnato la stesura delle sue opere monumentali. La sua vita, come la sua prosa, si dipana tra essenzialità e assoluto. Nato nel 1933 a Providence, Rhode Island, ma cresciuto in Tennessee, ha trascorso gran parte dell’esistenza in silenzio. Non un silenzio imposto, piuttosto una dichiarazione di intenti: non parlava alla stampa, non ha lasciato solchi nei salotti, ritirandosi piuttosto nei deserti dell’anima – quel deserto che in McCarthy è spazio simbolico pregno di significato.
Se nel romanzo americano, Flannery O’ Connor ha delineato il territorio violento della grazia, McCarthy ha piuttosto scavato, per l’appunto, il deserto di Dio, portando alla luce un mondo privo di destinazione.
Gli studi furono frammentari e mai conclusi: da lì arrivano le prime letture che gettarono le basi di una cultura composita, che univa filosofia, fisica e teologia, un amalgama che sarebbe esploso nelle sue opere. Non c’è ricerca di redenzione, ma mera resa dei conti: il fuoco, il sangue, la terra, gli elementi richiamati dalla sua narrativa si mescolano nella spirale di violenza. Cormac – come dicevamo – cresce in Tennessee, terra di predicatori e di disperati, lì si forma, lì si cementifica, ma sceglie il grande vuoto del Sudovest come dimensione finale.
*
Il Vangelo del Deserto: Blood Meridian
È dal Tennessee che parte il ragazzo, il ‘kid’. Alle sue radici non si dedica molto, non c’è tempo per dedicarsi alle moribonde atmosfere di casa, il tamburo della violenza freme nel petto e le percussioni mistiche chiamano al deserto. La prosa di Blood Meridian è un’epifania malefica, come l’autore, a tratti è introversa, a tratti tradisce immane profondità: spazia da secche sequenze di azione a elegie del sublime, il deserto come natura bella e fatale, catturato in meticolose descrizioni, tra morte e disperazione.
Il deserto è uno spazio di ierofania negativa, un santuario vuoto in cui il sacro si manifesta nella sua assenza; c’è una chiesa nel racconto: è crivellata di proiettili, saccheggiata, in rovina. McCarthy sembra suggerire che, in questo luogo di estreme privazioni, emergano i veri meccanismi dell’esistenza: la lotta per il dominio, la sopravvivenza, le profezie del futuro – che in McCarthy non può che essere infausto – si svolgono tutte in questo spazio.
Blood Meridian è un viaggio agli inferi della coscienza occidentale, è un dispositivo che smonta i meccanismi stessi della civiltà. Tra le sue pagine esplode ogni illusione di progresso e moralità. Al centro di questo universo deflagrato c’è lui: il Giudice Holden, figura titanica che non appartiene a nessun genere umano, ma a una dimensione ben più inquietante. Più di un personaggio, è il demiurgo gnostico che cammina sulla sottile linea tra il mito e l’incubo.

Gli gnostici antichi credevano che il mondo fosse un errore. Un universo generato da un dio minore, ostile alla vera esistenza immateriale. McCarthy va oltre il raccontare una storia, costruisce l’anatomia di questo errore cosmico. Il Giudice è l’incarnazione di tale principio: un essere che tutto sa, tutto manipola, ma non conosce redenzione. Travalica i confini tra il simbolico e il reale, diventando una sorta di principio metafisico del male.
“Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro. Sanno anche che il valore o il merito di un gioco non sta nel gioco stesso, ma piuttosto nel valore di ciò che è messo in gioco. I giochi d’azzardo richiedono una posta per avere senso. I giochi sportivi coinvolgono l’abilità e la forza dei contendenti, e l’umiliazione della sconfitta e l’orgoglio della vittoria sono di per sé una posta sufficiente poiché pertengono al valore degli antagonisti e li definiscono. Ma, sia questione d’azzardo o di valore, tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra, perché in essa la posta inghiotte gioco, giocatore, tutto quanto”.
L’intero universo di Blood Meridian si configura come una prigione cosmica, un’arena chiusa in cui il Giudice esercita il suo dominio spietato. La sua crudeltà, priva di limiti e ripercussioni, trasforma il mondo in un campo da gioco su cui riversare il suo volere assoluto. Ogni personaggio, incluso kid, si trova costretto a cercare rifugio, pregando di non incrociare mai il suo sguardo. Eppure, è impossibile sfuggirgli. La sua presenza si espande, insinuandosi nelle pieghe del testo, permeando la lettura di un senso crescente d’ineluttabile terrore.
*
Il Demiurgo, l’Architettura del Male
Holden è un’architettura, rappresenta qualcosa di più di un antagonista: è il principio della distruzione organizzata. La corporeità gigantesca, l’intelligenza mostruosa, tutto ciò lo trasforma in un essere sovraumano, per l’appunto, un demiurgo.
Cosa significa essere un demiurgo? Significa essere il dio sbagliato. Quello che costruisce un universo imperfetto, consapevolmente crudele. Il Giudice non combatte il bene, lo ignora, esiste oltre la morale. La gnosis di Holden sta nella sua padronanza totale di ogni elemento del creato. Non è un ignorante che distrugge, ma un sapiente che fa ciò consapevolmente. Ogni sua azione è un atto di conoscenza. Disegna, cataloga, studia, prima di distruggere. La sua violenza non è istintiva ma metodica, scientifica.
Una tendenza allo scientifico che in McCarthy non è mai casuale: lettore di Feynman, credeva fermamente che la scienza, più che la letteratura, contenesse le chiavi per decifrare l’universo. Frequentava i laboratori di fisica quantistica più volentieri delle biblioteche; era ossessionato dall’entropia, il principio della lenta e inesorabile disgregazione che riduce tutto – galassie, vite, civiltà – a polvere. McCarthy non è interessato alla religione, con la sua prosa esplora il vuoto che la sua assenza lascia, l’inferno materiale in cui l’uomo è abbandonato.

Harold Bloom, nel suo acuto vaglio critico, riconosceva nel Giudice non una delle figure, bensì la figura più perturbante dell’intera letteratura americana. Bloom, con la sua salda postura conservatrice, si astiene dall’imboccare sentieri gnostici, evitando di attribuire a Holden tratti arcontei o demiurgici. Tuttavia, in questo demoniaco teorico della guerra eterna, Bloom scorge un’ombra shakesperiana: il Giudice è affine a Iago, emanazione dell’ambiguità e del male assoluti.
Eppure, come accade con tutte le figure monolitiche, ogni tentativo di riduzione a un archetipo conosciuto – l’astuzia machiavellica, il caos morale – fallisce. Il Giudice non si piega alle categorie. È Faust senza salvezza, Mefistofele senza scopo.
Il Giudice non è Iago: in lui non albergano invidia o rancore. Se Shakespeare sublimava il veleno umano in poesia, il giudice si sottrae a questa alchimia: il suo male non è umano, e forse non è nemmeno un male convenzionalmente inteso. È pura essenza, un ordine inscritto nel tessuto cosmico di McCarthy. Di lui non resta nulla, se non l’eco della sua danza muscolare, nudo, nella scena finale, tra le più sconvolgenti della letteratura americana. Quella danza è un rito, una messa nera che proclama la sua immortalità. Così, sopravvive al termine del romanzo stesso, come una forza primordiale che continua a danzare.
“Non dorme mai, il giudice. Danza, danza ancora. Dice che non morirà mai”.
Andrea Falco Profili
*In copertina: un giovane Cormac McCarthy