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Il mondo ribaltato dell’editoria. I classici greci letti col testo latino a fronte

Ebbene sì, anche a costo di risultare spregevoli snobisti, è ormai giunto il momento di rispondere a una domanda che freme e scalpita da tempo sulle bocche di tutti: ovvero: esisterà mai qualcosa, in questo matto mondo, di più sgradevole e irritante dei SUV? Ebbene, signore e signori, l’anelata risposta è … e quella cosa è una persona che loda le traduzioni dei lirici greci di Quasimodo senza conoscere uno spirito aspro della lingua greca.

Il problema, ovviamente, non sono le traduzioni di Quasimodo. Il problema sono gli idola tribus… ma detto questo, tenendo in mano una copia della Nuova antologia della lirica greca di Lavagnini (Torino 1931, G. B. Paravia & C.), sorge spontaneo il desiderio di stringersi insieme e intonare inni ai rivenditori di libri antichi, nonché lamentare coralmente la scomparsa di edizioni greco-latine e il generale declino dello studio di queste lingue. Altri fiori il cui profumo, la cui bellezza si sottraggono alle possibilità intellettive e percettive dei più… altri fiori falcidiati da pesticidi d’ignoranza e volgarità, ennesime rivoluzioni industriali, utilitarismo, sentiment dei mercati e altre amenità della marcia del tempo.

 

Dico questo e credo, o perlomeno spero, che non si tratti di mera bile da bravo laudator temporis acti. Dico questo perché l’esperienza della lingua – anche e soprattutto della nostra, in quanto italiani – che il lettore può trarre da questo tipo di letture speculari e parallele, è preziosissima. Così potrebbe capitargli di leggere alcuni versi di Mimnermo, magari proprio questi:

Ἡμεῖς δ’οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη

    ἔαρος

quindi confrontarli con la versione latina:

 Nos autem qualia folia gignit flodirum tempus

    veris

e così, oltre ad avere una resa molto più diretta e fedele della poesia e degli effetti propri alla sintassi di una lingua flessiva, il nostro lettore potrebbe notare che πολυάνθεμος è stato tradotto in latino con floridum, quindi che guarda un po’, ma allora vuoi vedere che anche antologia e florilegio… poi che la parola florido esiste anche in italiano e che in lei è dunque attiva un’immagine estremamente concreta legata ai fiori… quindi aiutarlo a capire che, come mi pare ebbe a dire Borges, ogni parola è in fondo una sorta di metafora morta – una immagine vitale con una sua storia, tratta dal mondo e dall’esperienza umana del mondo che si tratta di conoscere per servirsi al meglio delle possibilità espressive messe a nostra disposizione da una lingua, nonché per evitare di cadere nella trappola di altri insidiosi idoli baconiani: i sempreverdi idola fori. Per non parlare poi del senso ancora più acuto di comunione e fratellanza che è possibile provare, grazie a tali esperienze della lingua, verso uomini che vissero in epoche tanto lontane e remote dalla nostra: ciò che è appunto il sentimento della humanitas.

Il punto è che troppo spesso le parole che impieghiamo ci sono opache, oscure, indecifrabili. Non ne percepiamo la storia, non ne percepiamo la concretezza. Non solo ne abusiamo ancora e ancora senza conoscerle e così finendo con lo snaturarle, per abitudine e inerzia, come un sentimento logorato… ma in questo uso incosciente e spudorato seguitiamo tuttavia a nutrire la folle speranza – se non la pretesa – di pensare. Va, pensiero… ma se falliamo a comprendere le parole, se non riusciamo a percepire la storia e la complessità loro e della lingua, strumento simbolico per eccellenza dell’animale simbolico per eccellenza, difficilmente saremo in grado di pensare, di comprendere la storia e la complessità del mondo in cui viviamo – mondo che, volenti o nolenti, foggiamo e interpretiamo attraverso l’uso e la condivisione del linguaggio, con buona pace dei partigiani a oltranza di preadamitismi e bons sauvages in salse varie. Se falliamo in questo prenderemo ciò che di fatto è artificiale, ovvero prodotto di storia, per qualcosa di naturale – operazione base, questa, della mistificazione.

A proposito di edizioni greco-latine: esiste qualcosa di più sgradevole e irritante di una persona che loda le traduzioni dei lirici greci di Quasimodo senza conoscere uno spirito aspro della lingua greca? Ebbene, signore e signori, la risposta è … e quella cosa è un editore che rifiuta di pubblicare un’opera perché troppo difficile, troppo complessa per il pubblico.

Ora: il problema non è questo – un editore ha il sacrosanto diritto di eleggere un proprio pubblico e una propria linea editoriale – il problema è quando gli ostacoli di difficoltà e complessità dell’opera vengono presentati come oggettivi e ineluttabili, fatali. Il problema è quando un autore finisce col sentirsi in colpa per il fatto di provare a scrivere qualcosa di inconsueto per forma e contenuto, qualcosa di non corrivo, che non accondiscenda a trend di gusto e di mercato. Ricordiamo che, volendo attingere una metafora dal repertorio dell’ecologia, i viventi non si inseriscono semplicemente in un ambiente: i viventi modificano, creano, modellano essi stessi l’ambiente. Che questi editori si leggano la introduzione ai Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie… forse capiranno che la produzione di beni non produce solo un oggetto (un certo tipo di libri, nel nostro caso) per un soggetto (un certo pubblico), ma anche un soggetto (un certo pubblico) per l’oggetto (un certo tipo di libri). Producete libri non sofisticati, mediocri, senza pretese: contribuirete a produrre e far pullulare un pubblico non sofisticato, mediocre, senza pretese. Al di là di personali idiosincrasie ed edizioni greco-latine è questo, in fondo, il vero dramma.

Francesco Zevio

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