Violenza e armonia: gli scacchi, il gioco in cui si rispecchia l’universo
Cultura generale
Alessio Magaddino
Le mode per loro stessa natura, che siano letterarie o filosofiche o culturali in senso lato, sono fatte per durare l’espace d’un matin. La loro essenza è effimera perché sono fatte per assecondare ciò che è mutevole, contingente, e rivestono l’utile funzione di maschera dietro cui chi è sprovvisto di una personalità e di un’identità più profonda può ricoprire la propria superficie e partecipare al gioco di camuffamenti del mondo. Un grande ballo in maschera, insomma.
Non fa eccezione l’imperante e dilagante moda della cancel culture che tanti obbrobri continua quotidianamente a regalarci e che, credo, di qui a non molti anni sarà derubricata nella spazzatura della storia, nel catalogo delle bizzarrie intellettuali di un radicalchicchismo che da oltre Oceano è stato maldestramente importato anche qua.
Nella furia di capovolgere la versione vulgata della cultura e dimostrare che tutto ciò che abbiamo creduto in qualche modo vero è per forza falso ci si esercita anche nella riscrittura della storia letteraria ed artistica, per lo più con una tale disinvoltura verso i documenti e verso il più comune buon senso da far accapponare la pelle. La scrittrice d’arte britannica Katy Hessel ha per esempio sfornato uno strombazzatissimo volume, The Story of Art without Men, che è stato recentemente tradotto anche in Italia da Einaudi in un volume sontuosamente illustrato e stampato la cui bellezza grafica ci compensa almeno in parte delle tante scempiaggini candidamente (?) contrabbandate dalla sua maldestra autrice.
L’idea di riscrivere da capo la storia delle arti figurative epurandone gli uomini, in nome della tesi aprioristica della rimozione da sempre attuata delle donne artiste in nome di un canone virilista e patriarcale a senso unico non è in realtà una riscrittura o una revisione delle categorie tradizionali ma, molto ingenuamente, un suo speculare ribaltamento.
Nell’arte, una volta che si sia conseguito un risultato artistico degno di questo nome, le appartenenze di genere non hanno più alcun diritto. Quell’opera d’arte, come ha trasceso la stessa tecnica materiale con cui è stata realizzata (senza l’estrinsecazione tecnica l’arte non può esistere, ma al contempo l’arte autotrascende sé stessa in un messaggio che va oltre la techne stessa), così trascende anche la corporeità, maschile o femminile che sia della persona fisica che ad essa ha dato vita; anzi, a essere trascese e comunque trasfigurate sono tutte le determinazioni empiriche di quella specifica persona.
Come mi ha fatto notare un amico, valentissimo storico dell’arte, certi dipinti di Artemisia Gentileschi, per citare solo il nome forse maggiore che le donne possano rivendicare nella pittura “antica”, sono molto più “virili” di altri quadri invece dipinti da suo padre, Orazio, che in certi casi risulta più impregnato nelle sue forme di grazia femminea. Già in questo caso esemplare e paradigmatico come si può rivendicare le tradizionali categorie del “maschile” e del “femminile” alla pittura dei Gentileschi?
La Hessel si è limitata a ribaltare un canone e ad azzerarlo per proporre un canone inverso ancora più falso e deformante: un giochetto intellettuale da rivendicazioni femministe di accatto, non innervate nella tradizione di un certo femminismo bellicoso e coraggioso ma, invece, supinamente prono a mode imperanti che sono al momento una garanzia di business.

Un’operazione perfettamente speculare a quella della Hessel per la storia dell’arte è stata compiuta or non è molto dal “filosofo femminista” Lorenzo Gasparrini nel libello Filosofia: maschile singolare. Un problema di genere in filosofia, dato alle stampe dalle edizioni Tlon. Bizzarro ircocervo, per giunta di recentissima gestazione, quello del “filosofo femminista”, con tale autoqualificazione usata come una sorta di passaporto diplomatico per passare indenni da qualsiasi critica.
Osare negare la stessa pregnanza e lo stesso significato dell’etichetta prete à porter di “filosofo femminista” equivale a un gesto di lesa maestà e a un’esplicita affermazione di maschilismo, virilismo tossico, sessismo, ecc. La categoria improvvisata di “filosofo femminista” è per paradosso “maschilista” e non fa che reintrodurre surrettiziamente proprio ciò che proclama di combattere!
Io torno a dire che l’ergersi da parte di un uomo a paladino della causa femminista rasenta a tratti il ridicolo ed è in realtà proprio un mascheramento di quello che a parole questi signori dicono di voler combattere. Mi pare che sia un rendere un cattivo servizio alle donne in primis il pensare che non abbiano loro argomenti e pensieri per sdoganare la loro causa e che abbiano invece bisogno di affidarsi a questi presunti corifei del femminismo.
Secondo il professor Gasparrini nel canone filosofico le donne sono state deliberatamente tralasciate o ignorate e occorre ripartire da zero occupandosi di “corpi differenti”. I filosofi, per il professor Gasparrini, si immaginano neutri, senza corpo, mentre occorre riportare la speculazione filosofica alla sua ben precisa radice nella corporeità maschile o femminile, che, nella sua visione, non sono mai neutre e incolpevoli, ma sempre e comunque caricate di una qualche sorta di colpa atavica da espiare.
Il nemico capitale è l’essenzialismo, che ci induce a depurare la ben precisa e materiale corporeità per crederci invece parte del dominio di essenze disincarnate, di concetti scarnificati. Nei gironi infernali vanno relegate la “filosofia maschile singolare” (evidentemente bisogna sostituirla con una filosofia femminile plurale o con una filosofia transgender) e la logica binaria dell’identità sessuale, ossia l’opposizione ipocrita e svilente che si è sempre fatta e che si continua a fare fra uomo e donna, opposizione da superare allo stesso modo di quella fra servo e padrone (no, nulla a che vedere con la vertiginosa dialettica servo/padrone di Hegel, qui siamo in climi speculativi molto più caserecci, da cattedra di Capracotta o di Roccacannuccia!).

Mi viene da chiedere che cosa ponga il professor Gasparrini nel lungo intervallo cronologico che va da Ipazia fino a Simone Weil o Hanna Harendt. Vero è che egli si sforza in tutti i mezzi di rimpolpare la striminzita schiera con nomi come Cristina da Pizzano (Christine de Pisan, scrittrice somma ma non direi propriamente un “filosofo”), Olympe de Gouges e altri ancora, ma la storia non si può violentare o ignorare e, se per una quantità di ragioni sociali o economiche o comunque contingenti per secoli non ci sono state donne filosofo non si possono inventare nomi a casaccio tanto per colmare un vuoto.
In questo disperato tentativo il nostro eroe eleva a dignità filosofica scrittrici grandi e ammirevoli come Iris Murdoch, Flannery O’Connor, Ingeborg Bachmann. Nomi di assoluta grandezza, ma nel dominio della letteratura, non certo in quello del pensiero speculativo. E oggi chi eleverebbe al rango di grandi maitres à penser del nostro tempo? Michela Marzano? Vera Gheno? Luciana Littizzetto? Il professor Gasparrini cita fior di pubbliciste femministe, da Adrienne Rich a Donna Haraway a Judith Butler; tutte femministe, tuttavia, che le loro battaglie le hanno svolte in tempi non sospetti e per rivendicazione di diritti concreti, non per assecondare l’effimera e perniciosa moda della cancel culture.
La filosofia sarebbe stata sempre opera di uomini bianchi cisgender e il sessismo (udite udite) risale già a Platone e Aristotele, impregnati di deleteria mitologia patriarcale. Come al solito si stravolgono le cose accomodando nel letto di Procuste della storia antica categorie, concetti, definizioni, sentimenti che sono strettamente della contemporaneità.L’enfasi è data costantemente al corpo e alla corporeità, ripetuti quasi con valenza di mantra.Quando, invece, la filosofia è scienza del concetto puro, che proprio nel suo sforzo di concettualizzazione costituisce il trascendimento della corporeità e delle determinazioni empiriche.
Certo, si pensa, si scrive, si creano opere d’arte anche perché siamo uomini e donne concrete, fissati a un’identità ben precisa e a ben precise coordinate spaziali, temporali e socio-economiche. E queste coordinate innegabilmente ci condizionano, nei nostri atti e nei nostri pensieri. Ma assolutizzarle e scambiare l’esito del pensiero filosofico, la determinazione dei concetti e delle categorie, con le parzialissime cause materiali di esse è il più corrivo riduzionismo che si possa compiere.
Il professor Gasparrini spende almeno qualche parola buona per Gesù Cristo, oppositore della cultura patriarcale divisiva dell’ebraismo tradizionale. Bontà sua, almeno Gesù Cristo si salva dalla sua epurazione! Ma apriti cielo quando si viene ad Agostino e ai Padri della Chiesa oppure ad Erasmo da Rotterdam! Il nostro scombiccheratore non fa che vomitare lava contro il maschilismo e la misoginia di Erasmo come di Rousseau come di Kant, in un lungo e imbarazzante elenco contraddistinto dalla continua confusione fra la storia della filosofia e la storia dei pregiudizi maschilisti, che è cosa ben distinta. Le rivendicazioni femministe e protofemministe vengono elevate tout court e in automatico al rango di filosofia, intorbidando le acque e facendo un fascio unico della pubblicistica e del pensiero speculativo.
Non mancano strani strafalcioni, come quando il professor Gasparrini ci informa che Rousseau raccolse l’interesse per il corpo da Fröbel e da Pestalozzi. La cosa mi suonava strana e sono andato e verificare per essere certo di non scambiare lucciole per lanterne. Fröbel è nato nel 1782, quando Rousseau era morto da quattro anni, mentre Pestalozzi, nato nel 1746, compose le proprie opere degne di nota solo dopo la dipartita di Rousseau da questa terreste aiola, cosa che rende il rapporto di filiazione delle idee semmai esattamente inverso a quello prospettato dal Gasparrini.
Sarebbe lungo e tedioso percorrere tutto l’elenco infinito di castronerie che affolla queste pagine che, nel crescendo finale si richiamano alla “somaestetica” di Richard Shusterman e finiscono poi per fare un unico fritto misto fra l’estetica che ha dominio in filosofia, l’estetica del bello artistico, e l’estetica del corpo.
Come perla finale il buon Gasparrini si richiama a uno dei filosofi cardine della contemporaneità, Fabio Fazio:
“Molti grandi autori morirono giovanissimi lasciando dei capolavori. Io ho scritto questo libro, ma in compenso sto benone”.
Noi non nutriamo alcun malanimo verso la persona fisica del professor Gasparrini, che speriamo goda e possa sempre godere di eccellente salute. Il nostro malanimo riguarda solamente le sue idee e le sue produzioni, depurate, appunto dalla sua corporeità. E se la legge prospettata da Fazio fosse statisticamente ferrea e conseguente e a morire giovanissimi sarebbero solo i grandi autori possiamo rassicurare il professor Gasparrini, dando per certo che non corre alcun pericolo e che continuerà a stare benone e a consegnare all’onore delle stampe i propri parti filosofici ancora per molto tempo.
Alessio Magaddino