04 Ottobre 2026

Far saltare il buon senso

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. E chi cadrà su questa pietra resterà sfracellato ed essa stritolerà colui sul quale cadrà».

E appena i sommi sacerdoti e i farisei ebbero udito le sue parabole, si accorsero che egli stava parlando di loro. Ed essi cercarono di prenderlo, ma avevano paura della folla che lo riteneva un profeta. (Mt 21, 33-45)

*

INVEROSIMILE

«Si tratta di un’allegoria storica più che di una parabola. Tutto è estremamente inverosimile in quanto esempio tratto dalla realtà. Inverosimile che dei contadini si comportino in questo modo con i messi del padrone…».

(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)

Così inverosimile da essere chiarissima. 

«La copertura dei “fittavoli” cade definitivamente: essi sono i capi di Israele ostili a Gesù, cioè i sommi sacerdoti, gli anziani e i farisei; insomma, i destinatari della parabola. Va da sé (anche se storicamente sbagliato) che Matteo presuppone che siano stati i capi di Israele a uccidere Gesù e non i romani».

(Ulrich Luz, Matteo 3, Paideia, 2013)

Non mi inerpico sui sentieri della rilettura storico-esegetica della pagina evangelica di oggi. Scelgo invece una via rischiosa e discutibile. Provo a vincere la tentazione di sentirmi altro rispetto ai capi di Israele dei tempi di Gesù e vado a indagare le mie ostilità al Cristo.

“… la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi”.

(Isaia 5, 7)

Ostile, spesso, mi pare il mondo. E le persone. Ostile mi sembra quel che è rimasto del Creato e spesso ho paura. Come se avessi del tutto smarrito gli occhi stupiti dell’infanzia, quando il mondo appariva ordinato e custodito. 

Ostili mi sembrano i fratelli, aggressivo il loro dire, smodato il fare. E sono convinto di apparire anch’io tale ai loro occhi. Ricerco riserve di calore per non morire nel gelo del sospetto. Così mi sento colpevole di non riuscire a intravedere, nelle trame del mondo e tra le pieghe della Chiesa, la cura del Creatore, il suo sogno. Quella vigna amata, costruita, custodita e affidata.

Siepe, torchio e torre mi rimandano subito all’acino frantumato, al martirio imminente. E il silenzio alla sua assenza. 

Ma se invece avessi in me il gusto del vino, la bellezza dell’attesa, l’immensa beatitudine della vendemmia? Se avessi in me la gioia di essere chiamato a condividere i frutti con il padrone, non sarei io divinamente nella pienezza? Non è questa la fede?

*

LE COLPE

«A differenza del cantico isaiano, nessuna colpa ricade sulla vigna: nulla viene detto circa l’abbondanza o la scarsità dei suoi frutti. L’intera colpa ricade sui contadini, e questa consiste unicamente nella pessima accoglienza riservata ai messi del padrone».

(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)

La colpa è del contadino, non della vigna. 

Troppo facile accusare i capi di Israele: sono io, sono anch’io, a opporre resistenza ai messi del padrone. Sempre in spirito difensivo, intravedo il rischio; invecchiato male, rischio di non percepire più il brivido della buona notizia, quella che si incarna nelle cose di tutti i giorni, quella che prende casa nello sguardo del credente che, innamorato del Cristo, battezza perfetta letizia perfino la morte.

È tutta questione di fede, di innamoramento: ogni volta che non sento il Signore della vita respirare tra i miei respiri, la vita mi appare come una pena da scontare.

Poi arriva il Figlio. 

È l’anno zero e la storia dell’umanità viene attraversata dall’Eterno. Ma il suo avvento non è quello atteso. Rimane uno scandalo, anche a duemila anni di distanza.

Si può voler uccidere il Salvatore? 

Che cosa mi spinge a ribellarmi?

Esercizio spietato e utile: quante volte concretamente abbiamo ammazzato il Cristo? La sua visione del mondo, il suo paradossale modo di interpretare la storia, la sua ostinazione nel mettere gli ultimi davanti ai primi? La sua intransigenza a imporci povertà! Quante volte abbiamo cercato di renderlo innocuo? 

No, non è questione d’essere capo di Israele.

Arriva il Figlio, continua ad arrivare il Figlio, a cercare i frutti. E io lo sento come uno che invade la mia tranquillità.

*

I FRUTTI 

Quali sono oggi i frutti che il Vangelo chiede? 

Avevo le idee così chiare: erano proposte utili, era la costruzione di una comunità. Ma, se quella funziona, nessuno ti ammazza. Se mi faccio carico dei poveri, dei giovani, dei malati terminali; se apro asili, ospizi, centri parrocchiali o centri culturali; se entro nel tessuto della società iniettando soluzioni buone al vivere comune, nessuno si oppone. Invece Cristo lo rifiutiamo ancora. 

Quali sono i frutti, oggi, che un cristiano dovrebbe saper produrre? Qual quelli che il Vangelo chiede?

Forse frutti di conversione, mi dico. Personali e comunitari. 

Essere pieni della sicurezza di essere di Cristo, al punto da inaugurare ogni giorno una giustizia così paradossale da risultare incomprensibile. Far saltare il buon senso. Scegliere deliberatamente gli ultimi posti senza far pesare l’esclusione a nessuno.

Oppure stare nella fatica del vivere. Questo può essere sconvolgente. Scomodo. Credere e fare fatica. Andare in chiesa e fare fatica. Stare ne dramma di scelte etiche enormi, credere in Dio, e continuare a fare fatica. 

E in tutto questo essere così tanto innamorati di Cristo da non potere fare a meno di lui. Non superare la fatica per eccesso di impegno personale ma per amore. 

E quindi stare, solamente stare, anche quando la vigna non appare più abitabile come un tempo e i frutti maturati non sono certo quelli sognati.

Stare come nell’orto degli Ulivi, vigneto mistico, dove l’unico frutto è stato l’abbandono a una volontà paurosa e drammatica.

*

LA DIAGNOSI

I nemici di Gesù svelano la diagnosi: pare che questa non sia propriamente una parabola, ma la trappola scatta comunque. Altri saranno i contadini al loro posto: qualcun altro porterà frutto.

Che cosa intendesse Matteo e chi fosse, per lui, il popolo nuovo è ancora oggetto di discussione.

A me serve sentire che contadini inattesi stanno portando frutto. Adesso.

E forse non è quello che vedo io. 

Forse sono tutte le persone meravigliate della vita, quelle che credono ancora nella notizia buona, quelle semplicemente felici di vivere. Quelle che stanno, per amore, e non pensano nemmeno di fare altro. O quelle che se ne vanno, sempre per amore. 

Non lo so. 

Non lo so davvero. 

Confesso che mi pesa non sentirmi così immediatamente parte dei contadini buoni. Essere felice di sapere che altri hanno vendemmiato dove io ho raccolto solo vento dovrebbe rendermi felice. 

Forse questa è la conversione a cui sono chiamato.

*

LA VIGNA NON È NOSTRA

“Questa parabola dev’essere un ammonimento anche per noi contro un atteggiamento possessivo. Tutti noi abbiamo delle responsabilità: chi a livello modesto, chi a livello più alto, chi a livello altissimo. Ma per tutti è decisivo l’atteggiamento che assumiamo riguardo a tali responsabilità. La tentazione è sempre quella di assumere un atteggiamento possessivo…”

(Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, ed. Apostolato della Preghiera, 2004)

La vigna non è nostra. Neppure il frutto.

Forse è questo che continuo a dimenticare. 

La pietra scartata è divenuta testata d’angolo. 

E su quella pietra si può cadere e restare sfracellati, come dice il versetto 44, omesso in alcune versioni e forse aggiunto posteriormente. È tagliente e terribile: si può morire cadendo sulla pietra dello scarto. 

Si può essere scartati. 

Forse è tutto qui: abitare lo scarto, essere scartato, accettare di percepire anche la fatica del vivere, la vita, le relazioni e la pesantezza che una vita adulta e disincantata porta con sé, ma sempre con la speranza di trasfigurare il fallimento in testata d’angolo.

Forse il mondo appare ostile, il fratello appare ostile, perché finalmente stiamo assaporando lo scarto.

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Tiziano, Deposizione di Cristo, 1520

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