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Harold Brodkey, chi era costui? Per Harold Bloom un Proust americano. Chi lo ripubblica oggi?

Non so se per uno scrittore sia una fortuna o meno restare folgorato per sempre dall’adolescenza e da quegli stati d’animo provati nel momento decisivo della propria giovinezza, l’età dell’incertezza che sta lì alla soglia dell’ingresso nella vita adulta. Dal punto di vista del successo editoriale non credo. In buona parte il pubblico non è granché interessato a quel fondamentale momento di passaggio della propria vita. La maggior parte delle persone non se ne è neanche accorta, non se lo ricorda e tanto meno vuole tornarci su a distanza di tempo. Peggio per loro. Non sanno quello che perdono. Per esempio il piacere di leggere Harold Brodkey (1930 – 1996), uno scrittore americano che agli anni dell’adolescenza ha dedicato molti racconti. Alcuni tra i più belli li potete trovare nella raccolta Primo amore e altri affanni pubblicata negli Stati Uniti nel 1958 e che lo fece conoscere al pubblico.

Il grande critico Harold Bloom è arrivato a definire Brodkey «il Proust americano». Forse ha esagerato, forse no. Certo non era un uomo da usare certi termini a vanvera. La rivista “New Yorker”, che per prima ha ospitato i suoi racconti, lo ha chiamato «Il genio». Resta il fatto che Brodkey è uno straordinario scandagliatore dell’animo giovanile. Dei suoi dubbi, delle sue ansie, delle sue inquietudini, insomma di quell’impasto, magnifico e terribile al tempo stesso, di speranze e timori che è l’essenza dell’adolescenza. Un tempo ormai passato, fatto di interminabili pomeriggi assolati, di battiti del cuore a mille, di sogni a occhi aperti:

“Pensava a quel che doveva essere innamorarsi, adorare una ragazza e mettere la propria vita ai suoi piedi. Si disprezzava perché temeva di essere incapace di una vera passione e perché credeva che soltanto le persone passionali valessero qualcosa e tutte le altre fossero superficiali.”

Uno dei racconti della raccolta si chiude con una bellissima frase che riassume al meglio quanto appena detto: “Il guaio della felicità è che ti fa paura”.

Leggere i racconti di Brodkey significa immergersi in se stessi, nelle segrete stanze del proprio animo, esplorare quegli angoli bui che ci portiamo dietro da quando eravamo ragazzi. Sensazioni che sono lì da anni e anni, lampi di luce nati in un momento ormai lontano, magari una sera mentre eravamo seduti a tavola con la nostra famiglia oppure la prima volta che abbiamo guardato una ragazza con gli occhi di un uomo o un ragazzo con gli occhi di una donna. Quasi sempre le abbiamo messe da parte in qualche stanzino buio del nostro animo come vecchi arnesi ormai inutilizzabili, ma quegli istanti sono sempre rimasti vivi e hanno lavorato in noi anche a nostra insaputa. Se oggi siamo quello che siamo lo dobbiamo, nel bene e nel male, proprio a quella sorta di lontano imprinting emotivo.

“Io ero irrimediabilmente defraudato ed era l’irrevocabilità che mi faceva male e che alla fine mi allontanò da ogni ragionevole adattamento alla vita, fino a condurmi alla convinzione che i sogni dovevano avverarsi o non valeva proprio la pena vivere.”

Brodkey sa di muoversi in un terreno delicato e quindi procede con grande eleganza e discrezione. Ha il tocco leggero dei grandi narratori. Si immerge nel cuore umano come un subacqueo, si guarda un po’ in giro, ne coglie i fremiti più segreti, li sfiora quel tanto che basta per riportarli in superficie lentamente, senza forzature. Gli basta una frase, un accenno. Il tutto senza mai salire in cattedra per impartire lezioni non richieste. Sembra essere consapevole che non c’è bisogno di inutili effetti speciali per arrivare a toccare la sensibilità dei suoi lettori. Leggetelo e troverete in lui un amico che come noi cammina lungo i sentieri della vita un po’ spaesato, ma ben deciso a stare alla larga da false promesse, vuote teorie e illusorie palingenesi. Di quelle ne abbiamo fin sopra i capelli. Di scrittori come Brodkey invece non ce ne sono mai abbastanza.

Silvano Calzini

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