Il catalogo è questo! I libri più belli di Harold Bloom (dallo strambo a quello impubblicabile), lo studioso dello straordinario

Posted on Ottobre 16, 2019, 10:11 am
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Regolo la sua vicenda in un versetto. Isaia 21. Versetto 11. “Sentinella, cosa resta della notte? E la sentinella disse: Viene il bianco, poi la notte. Domandate. Convertitevi. Venite”. Harold Bloom, nato l’11 luglio del 1930 a New York, è morto a 89 anni, si sentiva l’erede del “Doctor Johnson”, un parente di Ralph Waldo Emerson. Stava morendo da anni, risorgeva più giovane di prima. Più di una volta, facendo lo scalpo al destino, ho redatto il suo ‘coccodrillo’ – per rispetto, li ho uccisi tutti, quei dannati coccodrilli. Per me, è sempre stato una sentinella, la sentinella incisa in quei versetti di Isaia. L’uomo per cui “il tramonto è diventato terrore”, l’ultimo baluardo prima dei barbari del perbenismo, dei conti del buoncostume, dei sociologi della letteratura, i burocrati del bello. Esattamente 25 anni fa, nel 1994, con Il Canone Occidentale, Bloom costruì il forte contro il massacro odierno. Ribadì una cosa ovvia: che i grandi scrittori sono le colonne dell’Occidente, che i grandi scrittori si confrontano solo con le grandi opere. Che le grandi opere ci salvano la vita dall’abulia, dal narcotico dell’ovvio, dalla noia. Che un libro è come un uomo, è l’uomo. Ripristinò l’idea di una letteratura alta, dello scrittore e del poeta come fondatori di mondi, della critica come teologia canonizzante. I gonzi lo presero a cannonate. È stato il critico più illustre, il più geniale, il più vilipeso. Questa è la mappa per avventurarvi nei suoi libri.

Il libro più utile. Il genio. Edito nel 2002, pubblicato da Rizzoli nel 2004. La grande letteratura mondiale riassunta in cento medaglioni, organizzati secondo i dieci attributi divini della Cabbala. Un manuale necessario, vi divinizzerà.

Il libro più strambo. Visioni profetiche. Angeli, sogni, risurrezioni. Edito nel 1996, pubblicato nel 1999 da il Saggiatore. Bloom mescola l’angelologia – facendo sfoggio di materiali biblici apocrifi – alla grande letteratura. Il suo mentore è William Blake, il suo profeta Rainer Maria Rilke. La poesia, qui, si fa finissima logica nei gangli di Dio.

Il libro più citato. L’angoscia dell’influenza. Pubblico nel 1973, riedito costantemente da Abscondita, è lo studio che consacra Bloom. La storia della letteratura è una trama sfiziosa e fittissima di riferimenti, padri, padrini, “relazioni interpoetiche”. Essa si consolida come una specie di alfabetico cosmo alternativo.

Il libro meno noto (ma il più bello). Rovinare le sacre verità. Poesia e fede dalla Bibbia a oggi. Edito nel 1987, stampato da Garzanti nel 1992. Bloom studia le connessioni tra il ‘Grande Codice’, il testo biblico, e la grande letteratura. Le lezioni su Franz Kafka e Samuel Beckett, discendenti della inafferrabile sapienza profetica, sono sublimi. “Perché Kafka esercita un’autorità spirituale così unica?”.

Il libro canonico. Shakespeare. L’invenzione dell’uomo. Edito nel 1998, pubblicato da Rizzoli nel 2001. Bloom sprofonda in tutti i testi teatrali del Bardo, sviscerandoli. L’idea è scandalosa: è lui, Shakespeare, ad aver creato dal nulla le emozioni dell’uomo moderno, di noi, che lo leggiamo. È lui, Will, il vero dio.

Il libro che nessuno ha mai avuto il coraggio di tradurre. The Flight to Lucifer. Pubblicato nel 1980, è il solo romanzo del critico, una “fantasia gnostica”, come dice lui. Secondo i suoi detrattori è illeggibile. Secondo lui… pure. Ma la descrizione che ne ha dato – “è come se Walter Pater si mettesse a scrivere Star Wars” – è un suggerimento all’immediata traduzione.

Il libro che è meglio della Scuola Holden. Come si legge un libro e perché. Edito nel 2000, pubblicato da Bur nel 2001. Un manuale. Divulgativo e schietto. In poche pagine vi spiega il genio di Turgenev e di Maupassant, cosa distingue i romanzi di Stendhal dalle poesie di Milton. Meglio di una scuola di scrittura.

L’ultimo libro. Lo ha pubblicato quest’anno, s’intitola Possessed by Memory. È uscito in aprile. Bloom torna ai suoi sacri amori, con lieta nostalgia: Wallace Stevens, Hart Crane (che lo inoltrò al gergo poetico, cioè alla vita vera). Come sempre, il vecchio, sacro ‘mostro’ dell’intelletto americano, alterna lo gnostico Valentino a Rimbaud, Lev Tolstoj al Vangelo di Tommaso.

Le ultime parole. In una lunga intervista concessa alla “Los Angeles Review of Books”, cinque mesi fa, Bloom si confessa. “Ormai sono una reliquia, ma continuo a credere che il futuro – se ce ne sarà uno – dipenderà dai lettori autentici di tutto il mondo. Senza leggere Dante, Shakespeare, Montaigne, Cervantes e i loro rari colleghi, non possiamo imparare a pensare. E se non riusciamo a pensare, beh, il futuro è del Trionfo del Mondo, cioè a dire delle bestie apocalittiche”. Poi sussurrò, con quel resto di fiato, “Mi vedo come un rabbino secolare. Dio mi meraviglia. Non posso accettarlo. Non posso rifiutarlo. Il dio di mia madre e di mio padre non può essere soltanto una vecchia storia. Non mi fido del Patto, ma non posso negare lo straordinario”. Buon viaggio nello straordinario, Harold; senza la sentinella, ora, per noi, la notte ha un odore oscuro.

Davide Brullo

*Questo articolo è stato pubblicato originariamente come “L’ultima riga di Harold Bloom genio del Canone Occidentale” su “il Giornale” del 15 ottobre. Scritto in nottata, in 47 minuti (cronometrati dal caporedattore cultura, Alessandro Gnocchi), su alcuni giornali distribuiti in luoghi limitrofi alle città non è apparso. Ma ci è sembrato decisivo onorare, a caldo, turbati e fieri, uno studioso immenso.

**In copertina: Harold Bloom fotografato da Tanya Marcuse