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Tanti auguri Thackeray! Elogio del superlativo autore di “Barry Lyndon” e della “Fiera delle vanità” che nessuno legge più (chissà perché)

Lo scorso 18 luglio ricorreva il compleanno del romanziere vittoriano William Thackeray (1811-1863). Oggi, in Regno Unito, Thackeray è uno di quelli che vengono messi in film e in satira senza che se ne faccia più che una lettura sporadica. Il processo di oblio per Thackeray è iniziato già a metà Novecento, quando pure Orwell vi metteva una croce sopra con un articolo sbarazzino intitolato “Castagne e scrittori di stagione”. Peccato, perché Thackeray piaceva moltissimo a Tomasi di Lampedusa, a Giaime Pintor, a Ippolito Nievo e non si sa bene a quanti altri, che però l’hanno detto a fil di voce. Qui ricordiamo Thackeray con un breve profilo commosso. (Andrea Bianchi)

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«Un uomo enorme, fiero, piangente, affamato, non un uomo forte. Goffo, insicuro, complessato, facile a passare dall’euforia alla depressione». Così viene descritto William Makepeace Thackeray. Un ritratto che oltre a fissare bene i tratti fisici e psicologici dell’uomo ci dice che aveva tutte le qualità per fare letteratura. Quella vera, si intende. Sì, perché nessuno mi toglierà mai dalla testa che una tara, di qualsiasi genere, manifesta o nascosta che sia, sia la conditio sine qua non per diventare uno scrittore degno di questo nome. E in questo senso a Thackeray non mancava davvero niente.

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Era nato il 18 luglio del 1811 a Calcutta da una famiglia inglese trasferitasi in India al servizio di Sua Maestà e dell’Impero britannico. Il padre morì quando William aveva solo quattro anni e poco dopo il piccolo venne mandato in Inghilterra a compiere la sua istruzione, mentre la madre restò a Calcutta. Questa triplice separazione – dal padre, dal Paese e dalla madre – segnerà per sempre la personalità di Thackeray e lo porterà a cercare inutilmente per tutta la vita un punto fermo. Non lo trovò negli studi, abbandonati a 19 anni dopo avere peregrinato da un istituto all’altro raccogliendo frustate e umiliazioni; non lo trovò in un Paese, spostandosi di continuo tra l’Inghilterra, la Francia, la Germania con puntate in Irlanda, Stati Uniti, Italia e in altre zone del Mediterraneo; non lo trovò nella vita privata, sposando una giovane irlandese che gli diede tre figlie e subito dopo sprofondò nel vortice della follia e venne ricoverata per sempre in manicomio.

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Solo nella scrittura Thackeray riusciva a sottrarsi da quella sensazione di esclusione. Come per magia con la penna in mano questo pachiderma impacciato e complessato si liberava di tutti i lacci psicologici che lo legavano da ogni parte per trasformarsi in una libellula che volteggiava leggera. A sorreggerlo in questa meravigliosa metamorfosi c’era sempre un’ironia penetrante con la quale faceva a fette la società che lo circondava. Perché Thackeray fu una figura a parte, una sorta di vittoriano fuori dal coro, in posizione del tutto singolare rispetto agli altri romanzieri dell’epoca. La grande stagione del romanzo vittoriano ebbe un dominatore assoluto che con il suo genio strabordante esercitò una dittatura feroce su tutto e su tutti. Sto parlando ovviamente del cannibale Charles Dickens. Tutti gli altri autori di quegli anni ne subirono la personalità e ne vennero schiacciati. Thackeray, se possibile, più di chiunque altro.

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A un certo punto pensò di scrivere una parodia di Dickens, ma il carattere ormai quasi sacrale del rivale lo fece immediatamente desistere. Troppe cose li dividevano. Come noto, in quel periodo i grandi romanzi venivano pubblicati a puntate su varie riviste. Un impegno massacrante per gli scrittori, obbligati a rispettare scadenze di consegna a dir poco stringenti. Dickens era una autentica macchina da guerra. Mentre sfornava capitoli su capitoli dei suoi capolavori organizzava cicli di conferenze pubbliche e appena terminato un romanzo era pronto a incominciarne subito un altro. Travolgente, torrenziale, inesauribile, inarrestabile Dickens. Il nostro Thackeray invece quando nel 1848 arrivò alla fine della Fiera della vanità era stremato, fisicamente e psicologicamente. Rimase a letto per quasi un mese e non uscì di casa per non si sa bene quanto tempo. Comunque, dopo lunghi anni di tentativi infruttuosi, La fiera della vanità segnò il momento del suo ingresso nei ranghi della letteratura ufficiale dalla porta principale e il libro gli procurò fama e riconoscimenti.

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Però quel suo perenne essere fuori dal coro insieme ai consensi gli fece piovere addosso anche dure critiche. Barry Lyndon, l’altro suo grande romanzo, venne giudicato da molti come un’opera gravemente immorale perché le mirabolanti avventure del protagonista non venivano presentate come la confessione di un malvagio e di un criminale ma come la biografia di un uomo che si crede onesto, anzi un benemerito della società. Lo stesso Thackeray espose chiaramente la sua visione disincantata quando parlando di Barry Lyndon disse: «Se la storia della sua vita ha una qualche morale – cosa di cui dubito – questa è che l’onestà non è la miglior politica». Una filosofia troppo cruda e realista per quei tempi, lontana mille miglia da ogni moralismo consolatorio e che è possibile ritrovare anche nella Fiera della vanità, in cui viene confermato un totale scollamento tra “meriti” e “successo”.

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E poi quell’ironia, quel tono apparentemente leggero nel trattare problemi seri, uno dei maggiori pregi di Thackeray, non andava proprio giù a molti suoi contemporanei. Dai suoi libri emerge l’idea di una immoralità seducente e non priva di aspetti positivi, con quei protagonisti – la straordinaria Becky Sharp in primis – che hanno tutte le qualità per affascinare il pubblico e nello stesso tempo sfidare le convenzioni dell’epoca: il coraggio, la bellezza, la spregiudicatezza e una morale a dir poco ambigua.

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Il paesaggio umano che Thackeray ci mette davanti agli occhi non è certo consolante; i suoi personaggi alla fine sono tutti negativi in quanto prodotti di in un mondo volgare e mercificato, ma alla base della sua visione non c’è un cinismo compiaciuto, quanto piuttosto realismo, rifiuto dell’ipocrisia e soprattutto un grande senso di delusione e di scontentezza, vero fil rouge della sua vita di uomo e di scrittore. Il tutto sempre mascherato dall’ironia. La società non è altro che una “fiera” e i personaggi sono solo “marionette” come suggerisce lo stesso Thackeray nella splendida conclusione della Fiera della vanità: «Ah, Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice, in questo mondo? Chi riesce a soddisfare le sue aspirazioni? E chi se ne sente pago, quand’anche vi riesca? Suvvia venite, bambini, riponiamo il teatrino e le marionette. La commedia è finita».

Silvano Calzini

*In copertina: “Barry Lyndon”, il romanzo di William Makepeace Thackeray, ha dato spunto a uno dei film più belli di Stanley Kubrick; uscito nel 1975, ha ottenuto quattro premi Oscar

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