Camera 65, Montreux Palace. Tra eclissi e scacchi, gita nella stanza di Nabokov
Letterature
Fabrizia Sabbatini
“Se proprio devo vivere che sia senza timone e nel delirio”. Questa la frase di Mario Santiago Papasquiaro messa a esergo ne “La pista di ghiaccio”, il primo romanzo di Roberto Bolaño. Chi mi conosce nell’intimo sa quanto sia importante per me. “L’abitare poeticamente”, così lo definì Bolaño in una intervista. L’idea, tutta giovanile?, di vivere all’estremo, di vivere l’abisso nel senso più dissoluto e maledetto possibile. Tutto questo per il rigetto della normalità, immolarsi nel vano tentativo di dotare di senso il respirare. E tutto attraverso un madornale errore, scrivere. Ma perché scrivere? Colpa di quel romanticismo (che si perde una volta intuita l’industria) che ci illudiamo ne permei l’atto, o forse solo perché scrivere è l’unica soluzione per chi si sente speciale e non sa fare nulla se non leggere. Quindi ci sediamo alla scrivania e scriviamo. Scriviamo?
Nelle interviste racchiuse in “Zig Zag” Antonio Tabucchi dice due frasi che mi hanno particolarmente colpito: “…la scrittura è una creatura che arriva dall’esterno, e si crea da sola” e “L’arte e la creazione sono fatti irrazionali, di per sé”. E mentre leggevo quelle parole, pensavo che in “2666” Bolaño esprimeva un’idea non troppo dissimile:
“Dentro l’uomo seduto a scrivere non c’è nulla. […] La letteratura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. Nelle viscere dell’uomo che scrive non c’è nulla”.
Entrambe le visioni richiamano chiaramente la concezione prima platonica di ispirazione divina e poi kantiana di genio artistico come espressione della natura. Kant nella “Critica della facoltà di giudizio” scrive: “[…] il genio è la disposizione innata dell’animo (ingenium), mediante la quale la natura dà la regola all’arte”. O ancora più chiaramente: “[…] l’autore di un prodotto di genio, non sa egli stesso come gli vengano in mente le idee per realizzarle, né è in suo potere trovarne a proprio piacere o secondo un piano”. È proprio questa inconsapevolezza, quasi incantamento, a ricollegarsi alla dimensione del sogno sulla quale, come vedremo, ambo gli autori insistono. Questo è un tentativo di cogliere le sfaccettature di quello che chiamiamo “ispirazione”, per questo Tabucchi (si noti la “concezione romantica”) dice:
“Credo profondamente nell’ispirazione, ed era in questo senso che dicevo di sentirmi molto attaccato alla mia concezione romantica della scrittura”.
Come detto da Paul Valéry, però, “Il primo verso viene dagli dei, il resto è duro lavoro”.
(Aprendo una piccola parentesi, sentii pronunciare la prima volta questa frase in una delle conferenze di Mantova, ad opera di un professore di Letteratura antica, ma non trovo un riscontro sulla provenienza. La frase, in ogni caso, è fatta sulla falsa riga di Rilke: “Ai veri poeti il primo verso viene regalato da Dio, mentre tutto il resto è dura fatica dell’uomo”. Anche di questa frase non trovo traccia se non in uno scritto di Camilleri, “Segnali di fumo”).
Sebbene, quindi, l’ispirazione abbia un peso, è innegabile che ancor maggiore sia il ruolo svolto dall’esperienza dell’autore, dalla quale deriva il reale materiale da plasmare nell’opera. Quando nel ’99, intervistato da Cristián Warnken a “La belleza de pensar”, Roberto Bolaño venne interrogato sulla sua piuttosto evidente coincidenza con alcuni personaggi della sua opera (soprattutto l’Arturo Belano de “I detective selvaggi”), disse:
“Il gioco è cercare di fare cose che non feci mai, ma questo, generalmente rimane nell’ambito del desiderio. Il gioco effettivo è l’esercizio della memoria, non è altro che questo”.
È curioso come Bolaño parli proprio di “gioco”, perché l’elemento ludico (come anticipavo nella prima parte di questo sogno) è qualcosa su cui anche Tabucchi insiste molto: “A volte può prendere il via con un gioco, un piccolo gioco segreto e quasi infantile […]”.
Collegata al gioco, infatti, non può che esserci l’infanzia, tema, come già detto, caro a entrambi. E questi elementi, il gioco e l’infanzia, rimandano a due testi-Bibbia del mondo accademico, la “Teoria estetica” di Adorno e l’“Origine del dramma barocco tedesco” di Benjamin. Nel racconto “Staccia buratta” di Tabucchi il riferimento è abbastanza esplicito: “[…] stava scrivendo un libro sullo scherzo nella letteratura barocca”.

Insomma, se nel ‘99 Bolaño disse che il “gioco effettivo è l’esercizio della memoria”, nell’’87 Tabucchi al Congresso degli Intellettuali di Valencia, disse: “[…] la letteratura è, prima di tutto, memoria, la grande memoria di tutti noi”. Certo, a differenza della precedente, questa proposizione intende la memoria non tanto come causa ma piuttosto come effetto. In una visione che potrebbe appartenere all’oralità della Grecia antica, la scrittura serve anche a esercitare e tramandare la memoria collettiva, come salvaguardia culturale e progresso del mondo. Anche in Bolaño c’è questa idea, ma la memoria si esprime nella condivisione del dolore (esso stesso memoria del trauma) di un popolo o di un’epoca che va a incarnarsi nel singolo scrittore:
“Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre”.
E questo dolore di molti, il dolore su dolore dell’essere in vita, si trasforma in vuoto, il vuoto che è nello scrittore quando scrive:
“La consapevolezza che questa equazione era possibile: dolore che alla fine si fa vuoto. La consapevolezza che questa equazione era applicabile a tutto o quasi”.
E se a dare origine all’opera è la memoria, lo scrittore finisce per diventare vittima del passato. Credo che questa idea sia resa meravigliosamente da Bolaño con la metafora del cielo stellato come passato che ci sovrasta e opprime:
“«Tutta quella luce è morta» disse Ingeborg. […] «Quella luce è stata emessa molto tempo fa, capisci? È il passato, siamo circondati dal passato, quello che non esiste più o esiste solo nel ricordo o nelle congetture adesso è lì, sopra di noi, e illumina le montagne e la neve e non possiamo far niente per evitarlo»”.
C’è il passato della vita del singolo, ma anche il passato collettivo, di cui ogni individuo è erede. Credo che questa sensazione si senta particolarmente negli scrittori del Novecento, che si trovano a vivere gli esiti catastrofici della modernità, le due guerre e lo sterminio del popolo ebraico. Sia Bolaño che Tabucchi, non possono fare a meno di soffermarsi su queste tematiche, perché rappresentano il male (oggetto dell’indagine letteraria) del proprio tempo. Si vedano, e sono solo alcuni esempi, i racconti di Tabucchi sull’infanzia, nei quali i protagonisti sono spesso orfani di padre, la cui morte è sempre legata alla guerra o alla militanza fascista, o si veda il personaggio che viaggia sotto il falso nome di Peter Schlemihl ne “I treni che vanno a Madràs” o il giovane Arcimboldi di “2666”, del quale Bolaño riferisce l’esperienza in guerra e il senso di smarrimento e colpevolezza in seguito al ritrovamento del diario di Ansky, un intellettuale ebreo:
“Quando afferrava il cadavere per la giubba, pensava: no, no, non voglio portare questo peso, voglio che Ansky viva, non voglio che muoia, non voglio essere io l’assassino, anche se è successo senza volere, anche se è successo per caso, anche se è successo senza che me ne rendessi conto. Allora, senza stupirsi, anzi con sollievo, scopriva che il cadavere aveva il suo stesso volto, il volto di Reiter. Quando si svegliò dal sogno, al mattino, ritrovò la voce. La prima cosa che disse fu: «Che gioia, non sono stato io»”.
La colpa, l’ennesimo concetto che ho ritrovato in entrambi gli scrittori. I loro personaggi sono gli eredi di una colpa, che potrebbe essere la colpa del proprio tempo, la semplice esistenza come esseri umani, tematica che si presenta, in Tabucchi ancor più che in Bolaño, come una vera e propria ossessione:
“[…] ha il coraggio di affermare che tutti siamo colpevoli. Colpevoli di che?, domandai. Come di che?, disse lui, di essere nati, forse, e delle cose che sono successe in seguito, siamo tutti colpevoli”.
(tratto da “Requiem”)
“[…] e in questo consisteva la mia colpa, nello stare al gioco, perché non ci si sottrae a niente e si ha colpa di tutto, ognuno a suo modo”.
(tratto da “Piccoli equivoci senza importanza”)
“[…] eppure sentii uno strano soggiogamento, come una colpa che tenevo nascosta dentro di me e che egli aveva scoperto”.
(tratto da “Notturno indiano”)
È proprio la potenza con cui il passato si manifesta nello scrittore a rendere l’atto creativo particolarmente doloroso, soprattutto quando i due piani, di sogno e memoria, di allucinazione e realtà vanno a mescolarsi. Scrive Tabucchi ne “La trota che guizza fra le pietre mi ricorda la tua vita”: “I ricordi, quando sono lontani, assomigliano all’immaginazione, sembrano un sogno”.
E ancora, in “Notturno indiano”: “Ma non era un sogno, era un ricordo vero: guardavo nel buio della camera e vedevo quella scena lontana che mi pareva un sogno […]”.
O in “Piccoli equivoci senza importanza”: “Ragazzi, ho pensato di dirgli, vi ricordate la Strada anfosa? Ma tutti e tre avevano una fissità immobile, e ho capito che erano immagini di gesso eseguite in maniera realistica e troppo colorata, […]”.
A peggiorare lo smarrimento, poi, c’è la possibilità di rimaneggiare la propria vita attraverso la letteratura, cambiare quanto la realtà non ha permesso fosse come si desiderava: “Per tutta la vita gli era pesato quell’addio, il modo di quell’addio, avrebbe voluto cambiarlo, perciò lo cambio” (tratto da “La trota che guizza fra le pietre mi ricorda la tua vita”).
Questa frase mi evoca uno sketch del film Io e Annie, di Woody Allen, dove l’autore ci fa vedere la scena “reale”, quella che avviene nella storia d’amore narrata, e subito dopo la riproposizione della stessa scena, con gli stessi dialoghi, ma un finale diverso, quello auspicato, nello sceneggiato sottoposto al provino attoriale per il film che il protagonista girerà.
E l’obnubilarsi della linea di demarcazione tra sogno e realtà straripa dal “mero” atto creativo tanto da imprimere la persona stessa dello scrittore, come emerge dalle interviste, dove Tabucchi dichiarò:
“ciò che è fittizio e ciò che è reale appartengono in realtà a uno stesso piano”.
Ed è qui che avviene il disvelamento, che lo scrivere si manifesta per quello che realmente è, per dirla con Bolaño: “non il sogno ma l’incubo che si nasconde dietro le palpebre del sogno”. Si smarrisce la consapevolezza della finzione. La vita diventa letteratura e viceversa, come se si dovesse ricreare con l’immaginazione (e la conseguente azione) una esistenza adatta a essere scritta. E lo scrittore perde sé stesso nel personaggio che vuole creare, si rende vittima della sua stessa illusione:
“E intanto noi viviamo, o scriviamo, il che è lo stesso in questa illusione che ci conduce”.
E se il sogno e la metafora in Roberto Bolaño sono lo stesso concetto, l’apparenza letteraria delle cose, lo scrittore è colui che vive nell’apparenza e vi si aggrappa:
“Le metafore sono il nostro modo di perderci nelle apparenze o di restare immobili nel mare delle apparenze. In questo senso una metafora è come un salvagente”.
E torniamo alla frase d’apertura. “Se proprio devo vivere che sia senza timone e nel delirio”. La necessità di una esistenza adatta a essere scritta. Credere che la propria vita sia il romanzo più bello che si potrà mai scrivere, o vivere. Consapevoli di dirsi una bugia, alla fine ci si domanda se tutto ciò non equivalga a smettere di vivere. Scrive Tabucchi: “[…] vivere o scrivere, come se fossero due cose diverse. […] a volte ho pensato che scrivendo mi sarei allontanato dalla vita”.
Perché la letteratura racconta la verità attraverso la finzione. Una finzione che lo scrittore, però, è costretto a vivere. Tabucchi:
“[…] le mie emozioni mi vengono solo attraverso la finzione vera, […], la verità suprema è fingere, questa è la convinzione che ho sempre avuto”.
“Sono io, avrebbe detto, sono un poeta, la poesia è menzogna, ho mentito per tutta la vita, tutta la scrittura è menzogna, anche le cose più vere, mi assolva, per favore, non ho fatto altro che mentire”.
E qualsiasi elemento del reale, in qualsiasi istante, può diventare opera, e in questo modo la vita vera, la propria, finisce in secondo piano, come se scrivere non abbia a che fare con le parole, ma con l’attitudine a mettersi da parte. Lo scrittore è colui che immola se stesso, sacerdote e vittima sacrificale (“il cadavere aveva il suo stesso volto”). E presa questa consapevolezza è impossibile non esserne divorati: “Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno”. (tratto da “La parte di Amalfitano”, “2666”).
La scrittura diviene un atto di masochismo, un “peccato contro sé stessi”. Ancora in Bolaño:
“[…] tutta la scrittura è un peccato contro se stessi, ha capito?, per tutta la vita mi sono immolato, mi sono sacrificato, ho peccato contro me stesso”.
Tanto da volersi vendicare della propria vocazione. Tabucchi:
“Con questo mi voglio vendicare, […]. Vendicare di chi?, chiese Lucrezia con interesse. Beh, di me, disse lui, è questa la vendetta più perfetta, ma insieme con me anche degli altri, li voglio comprendere tutti questi imbecilli”.
È proprio per tutte queste motivazioni che credo che in Tabucchi i temi del doppio e del rovescio (revés che in spagnolo significa “inversione”, mentre in francese rêves, guarda caso, “sogno”), possano avere, tra i vari significati, lo scontro tra vita e scrittura nello stesso individuo. Il Tadeus-Xavier di Tabucchi, l’altro, è sempre colpevole di qualcosa di passato e indefinito che coinvolge il protagonista (l’io). Questa colpa degli alter ego di Requiem e Notturno indiano è proprio la scrittura. Mi si dirà, certamente, che nessuno dei due protagonisti è uno scrittore, sebbene in Notturno indiano si parli dello stare scrivendo un libro. Risponderò ancora una volta che questa è la mia allucinazione, non la vostra.
“«Xavier non esiste», disse, «è solo un fantasma». […] «Siamo tutti morti, non l’ha ancora capito? Io sono morto, e questa città è morta, e le battaglie, il sudore, il sangue, la gloria e il mio potere: è tutto morto, niente è servito a niente». «No», dissi io, «qualcosa resta sempre». «Che cosa?», fece lui. «Il suo ricordo? La vostra memoria? Questi libri?»”.
E se tutta questa sofferenza fosse davvero vana? Come nel racconto “Aspettando l’inverno”, in cui la vedova di un importante poeta brucia l’ultimo romanzo inedito del marito (e pian piano tutti i manoscritti di sua produzione), conteso tra diversi editori internazionali:
“Trecento, era il numero scritto a lapis sull’ultima pagina. Accidenti. Si sistemò sulla poltrona davanti al caminetto e appallottolò la prima pagina, per lanciarla sulle fiamme senza doversi muovere troppo. La vide diventare color tabacco, prima che diventasse cenere. Povero stupido, disse, povero caro stupido”.
Ma non se ne può fare a meno? Non si può lavorare di fantasia e avere ben chiaro chi si è e la propria vita? È uno dei commenti che farebbe mia madre, alla quale risponderei che non si può, perché questa parte, questo altro, è parte della natura stessa della persona. Ma si può provare a rinunciare, si può scegliere “[…] la vita, che esiste per essere vissuta, non scritta”.

*
Insomma, questo è quanto Tabucchi e Bolaño mi hanno evocato. Mi scuso profondamente per aver dato per scontate tante cose che avrei dovuto trattare meglio. In entrambi gli articoli ho citato testi senza spiegarne il contesto, e mi dispiace. Fondamentalmente l’ho fatto perché non importava. Tutta questa mia allucinazione era funzionale all’ultimo concetto che accomuna i due autori. L’abbandono della letteratura, un abbandono che nei testi è dettato non solo dalle criticità del rapporto tra scrittura e vita, ma anche dalla paura di rientrare tra quegli scrittori minori, quei ladroni che non servono ad altro che a occultare la crocifissione. Un abbandono che sembra essere l’ultimo tentativo di combattere il proprio “destino triste”.
“«Xavier aveva scritto tante cose», disse, «poi un giorno bruciò tutto. Era qui, in questo albergo, prese un bacile di rame e dentro ci bruciò tutto». «Perché?», chiesi. «Era malato», disse lei, «la sua natura aveva un destino triste»”.
(tratto da “Notturno indiano”)
“Giunse il giorno in cui decisi di lasciare la letteratura. La lasciai. Non c’è un trauma in questo passo ma una liberazione”.
(tratto da “2666”)
Rocco Cannarsa
fine