L’abitudine di Antonio Tabucchi di anteporre ai propri lavori una nota è stata per me un odi et amo. L’ho apprezzata perché disvela che dietro a un libro c’è sempre una persona, quindi un vissuto. D’altra parte, però, suscita la banale curiosità sulla verità (biografia) di quanto letto e induce il lettore più curioso (pettegolo) a indagare dove finisca la realtà e inizi la finzione, denotando la possibilità di interpretazioni più giuste di altre. Certo, Hemingway diceva che un racconto in prima persona funziona solo se porta il lettore a chiedersi se le cose siano state realmente vissute, ma non mi stancherò mai di ripetere che non dovrebbe interessare l’autobiografia di un autore/artista in relazione al testo/opera. L’opera, necessaria a sé stessa, parla da sola, quasi non avesse autore. Dico questo perché ogni volta che aprivo un nuovo testo di Tabucchi proprio quella Nota riapriva in me le cicatrici di una piccola ossessione che mi porto dentro da molto tempo, sull’intricato rapporto tra vita e scrittura (intendo scrittura come narrativa fiction). Una volta uno scrittore, appena finita la sua presentazione a Mantova, mi disse che la scrittura non incide sulla vita, non fa soffrire. Che scrivere è semplicemente scrivere. Io non gli ho mai creduto, gli scrittori mentono, e se così non fosse, beh, mi dispiace per lui. E lo invidio con tutto me stesso.
Ormai credo sia evidente che la mia non sarà la classica recensione. Non racconterò quasi nulla delle opere a cui faccio riferimento, gran parte dei testi citati provengono da raccolte di racconti (“Il gioco del rovescio”, “Piccoli equivoci senza importanza”, “L’angelo nero”) e alcuni romanzi (“Requiem”, “Notturno indiano”, “Sostiene Pereira”), capite bene che diventerebbe uno sproloquio lungo e noioso. Non è una indagine, non è uno studio, non è un articolo. Non mi soffermerò adeguatamente sulla figura di Antonio Tabucchi né sui riferimenti a lui cari, primo di tutti Pessoa. Chi in passato si è occupato dell’autore lo ha fatto meglio di quanto io possa mai fare.
Quanto segue, quindi, è colpa di quella Nota, che ha ri-dato origine ad alcune sensazioni-idee sul rapporto tra scrivere e vivere, ed è poi colpa di quanto mi venisse naturale, durante la lettura dei testi di Tabucchi, proiettarvi continuamente elementi presenti in un autore a me caro, Roberto Bolaño (in particolare nei romanzi “2666” e “I detective selvaggi”). Questo scritto sarà, quindi, diviso in due parti: nella prima metterò in evidenza concetti comuni ai due autori, nella seconda parlerò del rapporto tra scrivere e vivere attraverso alcuni dei loro lavori. Sia chiaro, non c’è alcuna traccia, né nelle dichiarazioni di Tabucchi né nei critici della sua opera, della conoscenza dello scrittore cileno. In ogni caso, nonostante il fallimento annunciato e la futilità di quanto segue, ho deciso di proseguire ugualmente nella mia analisi, perché anche se non fosse stata necessaria a sé stessa, lo sarebbe stata per me. E poi è proprio Tabucchi che ci insegna che nei libri possono esserci significati nascosti allo stesso autore, elementi che egli stesso non aveva considerato, perché “[…] un lettore è una persona che si addentra in un libro in cerca di qualcosa”, e non c’è un giusto o sbagliato in questo. Eviterò di enfatizzare tutti gli interrogativi che questa affermazione sollevi sulla validità della critica letteraria. In conclusione, direi che più che un articolo, questo è un sogno. Le parole, e le idee che provano a portare in sé, sono piuttosto “un’allucinazione”.
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Il primo elemento a evocarmi una connessione tra gli scrittori è stato quello metaletterario. Di cosa si intenda con metaletteratura Tabucchi dà una meravigliosa definizione:
“Si tratta di una specie di autoriflessione, in cui la letteratura, nel rispecchiarsi in se stessa, possiede la coscienza di farsi tale, come quando l’arte ha la coscienza di farsi arte”.
Il poeta che scrive una poesia (“La trota che guizza tra le pietre mi ricorda la tua vita”, “Il rancore e le nuvole”), o gli attori che anni dopo recitano uno stesso episodio in un remake di un film che rispecchia il loro rapporto (“Cinema”), in Tabucchi, o il ritrovamento del diario di Ansky in Roberto Bolaño (“2666”), o le poesie simbolico-realvisceraliste di “I detective selvaggi”. Questi sono soltanto i primissimi esempi che mi vengono in mente in modo superficiale e sommario. Entrambi, insomma, nella propria narrativa (fiction) si perdono in ampie riflessioni quasi saggistiche (per questo la parentesi precedente) su cosa sia la letteratura. Riflessioni, poi, per nulla dissimili. “Il dovere della letteratura è indagare le sfumature, […], i margini ambigui della vita”, scrive Tabucchi.
Ambedue gli scrittori, infatti, restituiscono una visione “oscura” della letteratura. Certo, di una oscurità illuminante, perché sempre funzionale alla comprensione di sé e del mondo. Ma nella loro opera la letteratura appare come indagatrice, e al contempo custode, del male. Proprio per l’ambiguità della vita, il suo essere più oscura di quanto possa essere l’immaginazione. Certo, una differenza che salta all’occhio è che Bolaño si concentra su cosa la letteratura sia o debba essere, finendo quasi per propagandare un’idea-canone, mentre Tabucchi arriva alla sua conclusione attraverso gli effetti che dovrebbe suscitare nel lettore:
“[…] ma senta, non crede che sia proprio questo che la letteratura deve fare, inquietare? […]”.
Mi è sembrato inoltre curioso che tra i vari modelli di Tabucchi ci fosse Cortázar, autore idolatrato da Roberto Bolaño. In “Zig Zag: Conversazioni con Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis”, Tabucchi dice: “Sento una certa affinità con Cortázar, forse determinata dalla ricerca del fantastico nel quotidiano”. E questo ci riporta al discorso precedente, l’oscurità del reale, le sue sfumature, i piani di realtà, e a un paio di argomenti di cui parlerò in seguito, ossia il gioco e l’immaginazione. Basti pensare, per capire perché proprio l’elemento del fantastico mi abbia colpito, che Roberto Bolaño descriveva il suo “2666” come un “romanzo di fantascienza”.
E se ambo gli autori parlano di cosa sia la letteratura, non possono non parlare di cosa sia la critica letteraria. Si veda, ad esempio, la classificazione dei poeti ne “I detective selvaggi”, o “La parte dei critici”di “2666”, di cui ho già ampiamente parlato. Mi limiterò a ricordare che gli studi dei critici portano, negli anni, a far arrivare Benno von Arcimboldi, scrittore sconosciuto, alla candidatura al Nobel. Quello che Bolaño fa è evidenziare la complementarità che le due figure (critico-scrittore) abbiano, ma non si risparmia mai dal porre l’accento sulla maggiore nobiltà dell’atto creativo. Il critico, nei romanzi dell’autore cileno, è quasi sempre un narratore non riuscito. Ma ciò che più mi interessa, però, è che i critici in Bolaño hanno una vera e propria “ossessione tedesca” per lo scrittore Arcimboldi, che nel romanzo incarna l’idea di Letteratura, tanto da arrivare a cercarlo nel deserto del Sonora:
“Perché noi studiamo la sua opera, dissero i critici. Perché sta morendo e non è giusto che il migliore scrittore tedesco del Novecento muoia senza aver parlato con chi ha letto più a fondo i suoi romanzi”.
O ancora la ricerca svolta da Ulises Lima e Arturo Belano (“I detective selvaggi”) della poeta Cesárea Tinajero. Nel caso di Tabucchi, invece, si pensi al viaggio ossessivo e immotivato in India per Xavier da parte del sudato protagonista di “Notturno indiano” o all’incontro con Pessoa e i suoi personaggi in “Requiem”.
E alla fine? In ambo gli scrittori, nei diversi romanzi, il concetto è lo stesso. L’esito di questa estenuante ricerca non è che il tentativo di capire meglio se stessi, la consapevolezza della propria imperfezione. D’altronde la letteratura è funzionale alla vita, come la vita è funzionale alla letteratura. Tabucchi in “Zig Zag” dichiara:
“Per conoscere uno scrittore lo si deve frequentare, si deve sondare la sua personalità, scambiare con lui opinioni e libri, parlare di letture comuni; […]”.
Non vi ricorda la frase di Bolaño appena citata? Allora guardate questa (lo fa dire ad uno dei critici in “2666”):
“[…] si erano resi conto che la ricerca di Arcimboldi non avrebbe mai potuto riempire le loro vite. Potevano leggerlo, potevano studiarlo, potevano anatomizzarlo, ma non potevano morire dal ridere con lui né deprimersi con lui, in parte perché Arcimboldi era sempre lontano, in parte perché la sua opera, man mano che uno vi si addentrava, divorava i suoi esploratori”.
La ricerca che i critici fanno di Arcimboldi non è solo un mero viaggio, ma la metafora di una critica che cerca di tener dietro alla letteratura, conoscendola quasi alla perfezione, senza poterla mai afferrare fino in fondo, perché non vuole lasciarsi trovare. Nello stesso Tabucchi c’è il riconoscimento di questa difficoltà, basti vedere il complesso di inferiorità “sentito” dal critico protagonista del racconto “Il rancore e le nuvole”, che per la lucidità di analisi nei suoi articoli sulla poesia del Novecento pensa: “Il vero poeta era lui, lo sentiva”.
Per quanto ritengo sia necessario porsi dei quesiti sulla reale utilità e i limiti di senso della critica letteraria, soprattutto nel mondo editoriale moderno, il rapporto tra letteratura e critica resta decisamente complementare nell’idea dell’autore cileno. E anche nell’autore di Vecchiano, basti vedere la conversazione riportata in “Zig Zag” tra un suo amico scrittore e un critico:
“«Che ne sarebbe di noi se voi non esisteste?», e subito aggiungeva: «Però, che ne sarebbe di voi, se noi non esistessimo?»”.
Ad accomunare Roberto Bolaño e Antonio Tabucchi, poi, c’è la visione negativa dell’ambiente accademico. In “2666”, per esempio, quando uno dei critici, ancora studente, nominò al suo docente di letteratura il nome dello scrittore tedesco Benno von Arcimboldi:
“[…] scoprì con furia (con sgomento) che il professore pensava al pittore italiano, sul quale, peraltro, si mostrò olimpicamente non meno ignorante”.
O ancora, denunciando la dinamica celata dalle pubblicazioni accademiche dove, essendo svolte spesso a stretto contatto, si crea una interscambiabilità tra la produzione dell’allievo e del docente (lo diceva anche Umberto Eco in “Come si fa una tesi di laurea”), una interscambiabilità a senso unico, in cui l’unico beneficiario resta il docente:
“Dimenticarono i loro lavori, […], e che più che lavori loro erano degli allievi o degli assistenti dei rispettivi dipartimenti conquistati alla causa arcimboldiana sulla base di vaghe promesse di un posto fisso o di aumenti di stipendio”.
Per quanto riguarda Tabucchi, mi rifaccio nuovamente al racconto “Il rancore e le nuvole”. Nelle interviste l’autore ammette di aver voluto creare un personaggio malvagio e senza scrupoli, che restituisse le contraddizioni dell’ambiente accademico:
“Volevo restituire l’immagine di un personaggio intelligente e, al tempo stesso, miserabile dal punto di vista etico e umano. Volevo creare un personaggio malvagio, insomma”.
C’è poi la ricorrenza della poesia e di personaggi-poeti. In Bolaño la quasi totalità dei personaggi sono poeti o aspiranti tali, spesso poeti che non hanno pubblicato nulla e mai lo faranno. Anche nei racconti di Tabucchi spesso i personaggi sono poeti (“La trota che guizza fra le pietre mi ricorda la tua vita”, “Il rancore e le nuvole”, “Notte, mare o distanza”) o hanno a che fare con la poesia. Non solo, ma sebbene nell’intervista Tabucchi ammetta di non aver mai scritto poesia (a differenza di Bolaño, che iniziò come poeta), spesso si lascia andare a considerazioni sulla natura della poesia:
“[…] la poesia è l’abbaglio, questo è la poesia”.
La stessa cosa fa nella sua opera Roberto Bolaño:
“Prima leggevo di tutto, professore, e in grande quantità, oggi leggo solo poesia. Solo la poesia non è contaminata, solo la poesia è fuori dagli affari”.
Se tutti gli elementi precedenti erano dei macro-argomenti, ora scendo in quei piccoli, insignificanti dettagli in cui pare si nasconda il diavolo. Ho già parlato del concetto di sublime nell’opera di Roberto Bolaño, a partire da alcune immagini evocative:
“E la statua usciva dal mare e s’innalzava sopra la spiaggia ed era orribile e al tempo stesso bellissima”.
Nel racconto “Capodanno”, c’è una immagine molto simile:
“Allora le valve si spalancarono lentamente ed egli vide, adagiata nelle viscide coltri del mollusco, la mamma, biancheggiante come una perla nel fascio della lampada Ruhmkorff, che cercava di nascondere con le mani la sua nudità e cantava”.
Questa è quella comune ricerca del fantastico nel quotidiano che non solo si rifà alla teoria kantiana sul sublime, ma anche al concetto filosofico di “abnorme”, come commistione di “mostruoso” e “familiare”. Perché è proprio la familiarità (la realtà) a enfatizzare quell’inquietudine (obiettivo della letteratura), l’orrore legato all’elemento mostruoso. Si veda il già citato esempio della carpa, “pesce immondo”, di “Notte, mare o distanza” (questo in riferimento anche a un’altra ossessione, questa volta pittorica, di Tabucchi, “Le tentazioni di Sant’Antonio” di Bosch).
Ne “L’angelo nero” Tabucchi ricopia una paginetta del “Piccolo trattato di tossicologia”, libro della biblioteca del bambino protagonista del racconto “Capodanno”. Il batterio descritto, che si trova nel pesce putrefatto (per tornare al tema), verrà verosimilmente utilizzato per avvelenare la propria madre:
“MYCOBACTERIUM MURINUM. Genere tubercoloide, unicellulare, procariota, possiede materiale genetico ma non organizzato in nucleo come negli eucarioti. […] Ma il suo terreno di coltura più idoneo è il pesce putrefatto, di solito impiegato sulle piastrine come terreno di semina”.
Ne “La parte di Arcimboldi” (“2666”), che ci fa finalmente conoscere la vita (nelle parti precedenti era lo scrittore, ora è l’uomo) di Hans Reiter si racconta di come da bambino avesse una grande passione per le alghe. Bolaño cita addirittura un volume di biologia (credo che la comune insistenza sulla biologia serva a enfatizzare l’elemento di curiosità che caratterizza l’infanzia, quella ricerca di comprensione del mondo circostante che, come vedremo, sarà comune allo scrittore), “Animali e piante del litorale europeo”, e passa in rassegna tutta una serie di alghe in modo non dissimile da Tabucchi:
“La Laminaria digitata è un’alga dei mari freddi come il Baltico, il Mare del Nord e l’Atlantico. S’incontra in grandi gruppi, sul livello della bassa marea e sotto le coste rocciose”.
Nel racconto “Notte, mare o distanza”, la serata dei protagonisti diviene un incubo di abusi e terrore quando sono sorpresi, dopo il coprifuoco, dalla polizia politica. È curioso come essa arrivi a bordo di una automobile nera. In “2666” l’auto nera, la Peregrino ma non solo, è legata ai femminicidi, ed è uno dei simboli del male.
Semmai foste arrivati a questo punto mi avrete dato ragione, tutto questo non è niente, se non una allucinazione. Perché certo, come mi è già stato detto, un’auto nera alla fine è solo un’auto nera. E questo non significa niente. Ma il lettore sono io, no?