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Il Santo in mezzo ai topi. Francesco, l’uomo che voleva distruggere i francescani

In Francesco si entra tramite l’oblò delle stimmate. Francesco, come si sa, ottiene le stimmate alla Verna, luogo di contemplazione incassato tra le rocce e i boschi casentinesi. Ancora oggi su quel monte, donato a Francesco dal nobile Orlando di Chiusi, travolto e trafitto, presso San Leo, dalla passione con cui il Santo elevava le sue prediche pubbliche, è visibile il luogo dove ha pregato e dormito l’Assisiate. Non è un quadro ‘bucolico’ – è un letto incassato tra le pietre. Tra le pietre, come tra le mascelle di Cristo, nel suo pugno.

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Francesco è un uomo che vive tra le asperità, che ama le asprezze. Le stimmate, in effetti, sono l’effetto di una crisi. “Prima della stigmatizzazione, che le fonti più antiche dicono avvenuta nel settembre 1224, frate Francesco vive un lungo periodo di solitudine risentita, di insoddisfazione dolorosa rispetto agli esiti dell’esperienza sua e dei fratelli quali si esprimevano nelle scelte e nell’esistenza dell’Ordine. […] L’impressione delle stimmate sul monte della Verna avviene in un contesto di fortissima tensione tra frate Francesco e i fratres. L’Assisiate esprime la volontà di un ritorno alle origini e amare valutazioni intorno ai comportamenti estranei all’autentica vocazione di moltissimi, troppi frati” (Grado Giovanni Merlo). Francesco, che nel 1210, da papa Innocenzo III, ottiene l’approvazione del suo ‘metodo’ di vita, dieci anni dopo lascia a frate Pietro Cattani e poi a frate Elia la guida dell’Ordine che ha fondato. Si ritrae, si fa da parte, preferisce aderire all’obbedienza, adattarsi alle virtù altrui. Forse, non si riconosce più in ciò che ha creato. Ancora quattro anni, e medita di lasciare l’Ordine, di disfarlo, forse. Le stimmate – cioè, la volontà divina – interrompono le drastiche risoluzioni.

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La novità di Francesco, che s’inserisce in un quadro medioevale europeo di ‘fuga’ dalla città e dall’opulenza verso il paradiso della povertà, dell’insussistenza, della vita evangelica a tu-per-tu con Dio, scotta, brucia, arde. Se la maggior parte delle esperienze speculari a quella di Francesco sono condannate all’eresia – pensiamo ai valdesi – o guardate con sospetto, la vicenda brulicante di gioia dei ‘fraticelli’ è ammessa dalla Chiesa di Roma. Addirittura – ma ciò accade dopo la morte di Francesco, ed è, davvero, tutta un’altra storia – papa Gregorio IX fa dei francescani, stando alla Sicut phialae aurae (21 febbraio 1229) un ‘braccio armato’ utile a estirpare l’eresia che divampa, pericolosamente, in Francia. Va detto che Francesco, sempre, insiste sull’obbedienza assoluta, fino al paradosso – bisogna obbedire anche un chierico peccatore e che reca offesa al frate – alla Chiesa cattolica romana e ai suoi sacerdoti, perché son quelli che amministrano l’eucarestia, che svolgono la parola di Dio, spartendola con i fedeli. Francesco non si sente degno di dire Messa, di farsi sacerdote.

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Francesco – ed è questa la ragione urticante del suo fascino – desiderava solo stare al fianco degli umiliati e degli offesi, che sono figura di Cristo. Si definiva novellus paççus, il pazzo che ripercorre la pazzia di Cristo, che si attiene alla grammatica della Croce, aderendo a quello sconvolgimento di tutti i valori per cui l’ultimo è il primo, il povero è il ricco, l’idiota il vero sapiente e l’umiliazione è preferibile alla gloria. Uno sconquasso che ammette una sola regola, calcata con aurea semplicità dall’evangelista Matteo: “va’ e vendi ogni bene; dà tutto ai poveri, seguimi”.

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Francesco, che avvia la sua conversione e la personale convinzione di una ‘vita nova’, tra i lebbrosi, “la cui vista mi procurava dolore”, cioè tra i sofferenti, gli emarginati, i disgustati, gli schifosi, non risponde ad altro che all’amore verso Dio. La sua non è una ‘fuga dal mondo’ nel deserto, come facevano i monaci del IV secolo, passando la vita in un dialogo incessante con Dio, al di là degli uomini. Francesco ha fatto deserto dentro di sé, fugge gli onori, la fama e il denaro, sterco del diavolo, ma porta Dio tra gli uomini. Anzi, lo scaglia in faccia agli uomini. Il suo non è un cristianesimo elitario, non ammette l’aristocrazia di una scelta eroica – la vita in Dio fuori dalla Storia degli uomini – ma un cristianesimo ‘democratico’. Francesco riporta il corpo di Cristo – oltraggiato, denudato, depauperato, cannibalizzato – nel cuore della quotidianità umana.

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Ma, allora, perché Francesco, l’uomo che insieme agli altri due astri – Giotto, che lo dipinge; Dante, che lo mette in versi – ha fatto l’Europa moderna, è così tormentato, nell’antro sassoso della Verna? Perché l’Ordine che ha creato, quell’utopia fanciulla di vivere nella gioia di Cristo senza nulla, nudi sotto un cencio, a conforto dei perduti, gli è sfuggito di mano. Nel 1210 il papa conferma un cartiglio vergato da Francesco dove, con ogni probabilità, sono griffati una serie di versetti evangelici. Francesco vuole vivere nel Vangelo, di Vangelo, per il Vangelo. Non scrive una ‘regola’, perché non sa come si fa né cosa voglia dire, perché non vuole irreggimentare i suoi ‘fratelli’ nelle maglie della burocrazia ecclesiastica, perché ogni parola dell’uomo non fa che corrompere la purezza del dettato evangelico. Eppure, l’Ordine cresce a dismisura e una regola che lo sancisca è resa necessaria.

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Nel 1221 Francesco, consapevole di non poter fare altro, scrive la regola non bullata, che non ha la benedizione papale. È una regola durissima e bellissima. Ai frati è imposta una povertà radicale, una vita di privazioni: il denaro non può essere usato né toccato, neppure ‘a fin di bene’ – che è la forma in cui agisce il male –, i frati devono vivere senza possedimenti, senza un tetto sotto cui dormire, nel nulla. Secondo troppi frati una regola del genere è inaccettabile, è troppo dura. Per due anni, con l’aiuto del cardinale Ugolino e di alcuni frati più colti, Francesco accetta di riscrivere la regola. Più corta, meno aspra, in bello stile. È la cosiddetta Regula bollata, cioè accettata da papa Onorio III tramite la Solet annuere del 29 novembre 1223. È una regola, però, che non risponde agli intendimenti originari di Francesco. La storia dei ‘francescani’, fin da subito, infatti, è la storia di un tradimento. Morto Francesco, subito adorato come un santo, frate Elia comincia i lavori per costruire l’immensa, bellissima basilica di Assisi. Ma Francesco non preferiva scavarsi un rifugio tra le rocce e le difficoltà per pregare Dio, non odiava i lussi e gli abbellimenti? Sarà poi Bonaventura da Bagnoregio, un frate colto, che insegnava all’Università di Parigi – ma Francesco adorava gli ignoranti – a sancire il gemellaggio perfetto tra francescani e Chiesa romana e a scrivere, nel 1263, la Legenda maior, l’agiografia ‘ufficiale’ di Francesco, un uomo inimitabile, da venerare. Come a dire, guai a voi se vi mettete in testa di fare come lui. La ‘pazzia’ di Francesco, ora, morto lui, è un difetto da aggiustare. Nel 1288, infine, frate Girolamo da Ascoli è eletto papa con il nome di Niccolò IV. Francesco era morto poco più di sessant’anni prima. L’uomo della povertà, il fautore del rischio assoluto in Cristo – i frati, in origine, non erano neanche sacerdoti – come avrebbe visto un proprio frate sul seggio pontificio, nel ruolo di potere più alto della Chiesa romana?

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La storia della letteratura italiana moderna nasce con il Cantico delle creature. La poesia di un ‘folle di Dio’ che si dichiarava “illetterato”, che non amava i colti, perché ogni libro diverso dal Vangelo umilia Dio (“sono leciti soltanto i libri utili a recitare l’ufficio”, recita la prima regola). La letteratura italiana nasce per ispirazione di un uomo che non ama la letteratura. Tra i topi. Già. Secondo la leggenda Francesco compila il Cantico in San Damiano, in una cella prossima al monastero della prediletta Chiara. Francesco ha dolori agli occhi, è quasi cieco – “stava sempre nell’oscurità in casa e nella cella” – e la cella “è talmente infestata di topi, che saltellavano intorno e sopra di lui, che gli riusciva impossibile dormire; le bestie lo disturbavano anche quando pregava”. Il frate continua a sperimentare la sofferenza, a volerla, quasi. Francesco risolve la tortura dei topi – in cui intravede una azione del demonio – in canto. Proprio lì, tra i topi, semicieco, detta il Cantico, il primo testo autografo della tradizione italiana volgare. L’eccezionalità – che è quasi un avviso mistico – sta proprio qui: nella cecità del frate, nella lotta contro il male raffigurato dai topi. Dal paradosso nasce la poesia, nell’attimo in cui si sperimenta il niente.

Girolamo Settanta

*In copertina: foto di scena dal “Francesco” di Liliana Cavani, pubblico nel 1989, con Mickey Rourke nelle vesti del santo di Assisi

**Questo testo costituisce parte dell’introduzione al libro: Francesco d’Assisi, “Se vuoi essere perfetto…”, Theoria, 2019, che raccoglie una antologia di testi del fondatore dei francescani, in nuova traduzione

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