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“Tutto questo è il sogno di qualcun altro”. Perché leggere 2666 di Roberto Bolaño

“Quando è iniziato tutto?, pensò. In che momento mi sono immerso? Un oscuro lago azteco vagamente familiare. L’incubo. Come uscire da qui? Come tenere sotto controllo la situazione? E poi altre domande: voleva davvero uscire? Voleva davvero lasciarsi tutto alle spalle? E pensò: del dolore non m’importa più. E ancora: forse tutto è iniziato con la morte di mia madre. E ancora: del dolore non m’importa, a meno che non aumenti e diventi insopportabile. E ancora: cazzo, fa male, fa proprio male, cazzo. Non importa, non importa. Circondato di fantasmi.”

La parte di Fate, il terzo romanzo di 2666, inizia con questo monologo in flashforward (numerosi saranno i salti temporali nella narrazione), che riprende l’incipit già evidenziato de La parte di Amalfitano. Anello di congiunzione dell’opera, il romanzo nella sua individualità è il meno significativo, addirittura potrebbe sembrare incompleto, pur avendo un impatto narrativo molto più forte delle parti precedenti. Sebbene presenti un contesto e un protagonista totalmente inediti, risente nello svolgimento della presenza del romanzo precedente, il brevissimo romanzo di Amalfitano, la cui tensione viene presa e rimescolata in un thriller mozzafiato.

Il protagonista, Quincy Williams ha trent’anni e fa il giornalista. Si firma come Oscar Fate. Tutto è iniziato con la morte della madre. Scosso dal lutto, lo vive trascinato in poche ore dalle formalità da sbrigare. Lasciando le ceneri nella casa materna, accanto alle videocassette e al caffè ormai gelido nella tazzina della vicina, ahimè, morta, partirà per fare un’intervista, con questo lutto-ossessione che si esplica in conati di vomito. Anche qui, Bolaño presenta il tema dell’ossessione come incarnazione del male. Intervista un ex Black Panter, Barry Seaman, che rappresenterebbe Bobby Seale. Ma chiunque rappresenti, non importa. Il suo personaggio impietosisce. Finite le battaglie sociali e gli anni di carcere non è nessuno. Ritorna “in voga” con un libro di cucina sulle costolette di maiale con aneddoti su dove le abbia imparate a cucinare. E Fate lo segue ad una sorta di predicazione, in cui racconta la sua esperienza di attivista, analizza la società e detta ingredienti e passaggi di varie ricette.

È nel suo monologo che Bolaño ci lascia degli indizi per la comprensione del sublime della sua narrativa: “Il mare mugghia. Allora mi avvicino a Marius e gli dico: andiamo subito via. E in quel momento Marius si volta e mi guarda. Sta sorridendo. È oltre. E mi indica il mare con la mano, perché non riesce a esprimere a parole quello che sente. E allora io mi spavento, anche se quello che ho accanto è mio fratello, e penso: il mare è il pericolo”. Abbiamo già parlato della ricorrenza di profonde metafore nell’opera, e ad interpretarne il senso aiuta una delle frasi successive: “Le metafore sono il nostro modo di perderci nelle apparenze o di restare immobili nel mare delle apparenze. In questo senso una metafora è come un salvagente”. Il mare pericoloso dell’apparenza ci concederebbe uno spiraglio di luce per la spiegazione del sogno-incubo-male: “[…] la vita di una qualunque delle stelle […] durava milioni di anni oppure, nel momento in cui la contemplavi, poteva essere morta da milioni di anni e il viaggiatore che la contemplava non ne aveva il minimo sospetto. Poteva trattarsi di una stella viva o poteva trattarsi di una stella morta. A volte, secondo come si guardava la cosa, disse, la questione era priva di importanza, perché le stelle che uno vede di notte vivono nel regno dell’apparenza. Sono apparenza, nello stesso modo in cui sono apparenza i sogni. Perciò il viaggiatore […] non sa se quello che contempla nell’immensità della notte sono stelle o se, al contrario, sono sogni”.

Oscar Fate è nero, i riferimenti per capirlo nel libro sono tanti: la madre è di Harlem, il giornale in cui lavora, “Alba nera”, l’ex Black Panter. Il fatto curioso è che da lettori si dia stupidamente per scontato che un personaggio di cui manchi una descrizione fisica debba essere bianco. Penso che Bolaño volesse portare a questa riflessione celando questo particolare. Una riflessione su pregiudizio e letteratura. E poi perché si ha “la necessità” di descrivere uno come nero, ma quasi mai uno come bianco? Anche Bolaño seppur in modo elegante e a narrazione inoltrata, risponde a questa esigenza, quando scrive che Fate “Si rese conto che nessuno, in tutto il ristorante, era nero, eccetto lui”. Ecco, Bolaño deve dare una conferma. E ciò che mi ha spinto a pensare che la scelta non sia casuale, è quanto il tema torni ciclicamente. La ricerca di una identità, di una etichetta in cui rifugiarsi. Dopo essersi definito americano: “Questo significa che in certi posti sono americano e in altri sono afroamericano e in altri ancora, a logica, non sono nessuno?” “Un sorriso da giovane nero, ma anche un sorriso così americano”. “Ora devo fare in modo di essere quello che sono, pensò Fate, un negro di Harlem, un negro dannatamente pericoloso”. Ma Bolaño dà a queste riflessioni la libertà di esprimersi solo dopo aver dato conferma che Fate sia nero. Come se egli, dall’alto della propria autorialità, voglia beffarsi del lettore.

Anche qui, come in ogni romanzo, Bolaño parla o fa parlare di scrittura, di narrativa soprattutto, e del suo primato su tutte le altre forme di scrittura, meno che la poesia. Oscar Fate, come il critico Manuel Espinoza de “La parte dei critici”, diviene giornalista (l’altro critico), come ripiego per il fallimento narrativo: “Una volta alla settimana, il sabato, frequentava un seminario di scrittura creativa e per qualche tempo, poco, non più di qualche mese, aveva pensato che forse avrebbe potuto dedicarsi alla narrativa, finché lo scrittore che teneva il laboratorio non gli aveva detto che era meglio se concentrava i suoi sforzi sul giornalismo”.

L’intreccio coi precedenti romanzi vi è con l’omicidio del responsabile delle cronache sportive, Jimmy Lowell, poiché, non essendoci ancora un sostituto, bisogna che Fate copra l’incontro di boxe di Count Pickett, il peso medio promessa di Harlem, che combatte contro il messicano Merolino Fernández. L’incontro non può che svolgersi a Santa Teresa. Ed ecco l’oscuro lago azteco vagamente familiare, oscuro e proprio per questo familiare, per il male. Già in America, la sera prima della partenza, il primo cenno agli omicidi, che a Fate dormiente sfugge: “Mentre Fate dormiva trasmisero un reportage su una ragazza, una cittadina statunitense scomparsa a Santa Teresa, nello Stato del Sonora, nel Messico del Nord. Il reporter era un chicano di nome Dick Medina e parlava della lunga lista di donne assassinate a Santa Teresa, molte delle quali finivano nella fossa comune del cimitero perché nessuno ne reclamava i corpi”. Interessante quanto Fate origlia, inconsapevole di quanto il lettore già conosce, da un vecchio poliziotto in un ristorante sulla strada per il Messico sul concetto di filtrare la morte attraverso le parole, come solito nell’Ottocento: “Le parole servivano a questo scopo. Ed è curioso, perché tutti gli archetipi della follia e della crudeltà umane non sono stati inventati dagli uomini di quest’epoca ma dai nostri antenati. I greci inventarono, per così dire, il male, videro il male che tutti noi portiamo dentro, ma le testimonianze o le prove di questo male non ci commuovono più, ci sembrano futili, incomprensibili”. È quindi una novità per Fate che all’arrivo alla frontiera, viste le credenziali da giornalista, il poliziotto gli domandi se vada a scrivere degli omicidi. Tutte queste premesse rendono il passaggio della frontiera metafora dell’ingresso nel male, nell’oscurità di cui sopra. E la cupezza di uno stile già crudo, per quanto pacato, va ad amplificarsi: “Dalla finestra del casotto della dogana si vedeva la recinzione alta e lunga che divideva i due paesi. Nel punto più lontano c’erano quattro uccelli neri appollaiati sopra con le teste come sepolte nelle piume. Fa freddo, disse Fate. Molto freddo, disse il funzionario messicano esaminando il modulo appena compilato da Fate. «Gli uccelli. Hanno freddo». Il funzionario guardò nella direzione in cui indicava il dito di Fate. «Sono zopilotes, avvoltoi, hanno sempre freddo a quest’ora» disse”.

In albergo Fate conosce molti giornalisti che seguiranno, come lui, l’incontro di boxe, tra i quali spicca Chucho Flores. Ed è proprio lui il diretto collegamento al precedente romanzo: “Allora, finalmente, li vide. Chucho Flores gli indicava a cenni di andare a sedersi con loro. Riconobbe la bionda accanto a lui. L’aveva già vista, ma ora era vestita molto meglio. Comprò una birra e si fece strada fra la gente. La bionda gli diede un bacio sulla guancia. Gli disse il suo nome, che lui aveva dimenticato. Rosa Méndez. Chucho Flores lo presentò agli altri due: un tipo che non aveva mai visto, Juan Corona, che Fate pensò fosse un altro giornalista, e una giovane donna estremamente bella, Rosa Amalfitano”. Chucho, infatti, ha da poco concluso una relazione con Rosa Amalfitano. Il che ci riporta al personaggio del padre, Oscar, in tutta la sua follia: “Quella sera Amalfitano fece tre domande a Chucho Flores. La prima era cosa pensava degli esagoni. La seconda, se sapeva costruire un esagono. La terza, cosa pensava degli omicidi di donne che venivano commessi a Santa Teresa”. Preda di un’unica ossessione: “Quando Rosa rientrò, e si sentiva ancora il rombo dell’auto del suo fidanzato, Óscar Amalfitano disse alla figlia di fare attenzione con quell’uomo, che lo inquietava, senza altri argomenti a sostegno delle sue parole. «Se ho ben capito,» concluse Rosa ridendo dalla cucina «è meglio che lo lasci». «Lascialo» disse Óscar Amalfitano. «Ma papà, diventi ogni giorno più matto» disse Rosa. «Questo è vero» ammise Óscar Amalfitano. «E come facciamo? Cosa possiamo fare?». «Tu devi lasciare quel pezzo di merda ignorante e bugiardo. Io, non lo so, forse quando torniamo in Europa mi ricovero in un ospedale e mi faccio fare qualche elettroshock»”.

Già il nome, Oscar, indica una certa simmetria tra i personaggi di Amalfitano e Fate. Per Amalfitano tutto iniziava con l’abbandono della moglie, per Fate tutto inizia con la morte della madre. Se di Amalfitano Bolaño ci ha mostrato il dissidio tra una superficiale passività, come dimostra l’esperimento del Testamento geométrico appeso a un filo in balia delle intemperie, e il suo essere chincual, mentalmente incontenibile, di Fate non approfondisce il profilo psicologico, proprio ad accentuarne l’impulsività, il dinamismo, il suo essere pragmatico. Appena vede il libro di Dieste appeso al filo, senza pensarci, lo tocca. Il dettaglio che Bolaño ci offre sottolinea proprio la complementarietà dei personaggi: “Mentre Rosa cercava le chiavi, Fate vide il libro di geometria appeso al filo dei panni. Senza pensarci si avvicinò e lo toccò con i polpastrelli delle dita”. Insieme si affacciano alla stessa finestra, dove Amalfitano, folle profeta, finalmente “Dietro una Spirit, la Spirit del vicino di fronte, scorse la Peregrino nera che stava cercando. Sospirò”. È per queste premesse che se ne “La parte di Amalfitano” la tensione si risolveva a livello del mentale, qui acquisisce una carica di aggressiva impulsività.

Nell’amalgama di giornalisti sportivi, Fate conosce la terrorizzata Guadalupe Roncal, una incaricata di un giornale di Città del Messico al caso degli omicidi. Gli spiegherà che vari giornalisti del caso sono stati assassinati, per cui, pur vergognandosi, gli chiederà di accompagnarla in un’intervista che la spaventa particolarmente: “«Devo fare un’intervista al principale indiziato degli omicidi. È un suo compatriota»”. La spaventa poiché il volto dell’indiziato è «il volto di un sognatore, ma di un sognatore che sogna a grande velocità. Un sognatore i cui sogni sono molto più avanti dei nostri sogni. E questo mi fa paura. Capisce?»”. Come anticipato, il sogno, che è il mondo dell’apparenza, nel romanzo è il male, per cui è lo sguardo del sognatore che fa paura, non quello dell’assassino.

Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo. L’aveva detto Guadalupe Roncal o l’aveva detto Rosa? A tratti, la strada era simile a un fiume. L’aveva detto il presunto assassino, pensò Fate. Il maledetto gigante albino che era comparso con la nube nera”.

In carcere, la presentazione dell’indiziato è surreale: “All’improvviso una voce intonò una canzone. L’effetto era simile a quello di un boscaiolo che taglia alberi. La voce non cantava in inglese. All’inizio Fate non riuscì a capire in quale lingua cantasse, finché Rosa, al suo fianco, non disse che era tedesco. Il tono della voce salì. A Fate passò per la testa l’idea che forse stava sognando. Gli alberi cadevano uno dopo l’altro. Sono un gigante perduto in mezzo a un bosco bruciato. Ma qualcuno a salvarmi verrà”.

2666 è molte cose, troppe. È un’idea di letteratura, poesia, una accurata analisi dei più infidi abissi dell’essere umano. È soprattutto, però, una dedica al Messico:

«La gente è brava, è simpatica, ospitale, i messicani sono un popolo di lavoratori, hanno un’enorme curiosità per tutto, si preoccupano per gli altri, sono coraggiosi e generosi, la loro tristezza non uccide ma dà vita».

Una dedica che poi è una critica, che poi è la descrizione della miseria: “erano cresciute casupole fatte di cartone, lamiere, vecchi materiali da imballaggio che resistevano al sole e alle piogge occasionali e che il passare del tempo sembrava aver pietrificato”.

“Quando l’uomo ricomparve, gli chiese come si arrivava a quell’altura. L’uomo rise. Disse una serie di parole che lui non capì e poi disse: no bello, più volte. «No bello?». «No bello» ripetè l’uomo e scoppiò di nuovo a ridere. Dopodiché lo prese per il braccio e lo trascinò in una stanza che serviva da cucina […] e gli mostrò il secchio della spazzatura. «La collina no bella?» chiese Fate. L’uomo tornò a ridere. «La collina è immondizia?». L’uomo non smetteva di ridere. […] «La collina è una discarica?». L’uomo rise ancora di più e annuì”.

2666 scaraventa il lettore in un universo di stelle in cui riconoscersi, nel male che già i greci avevano creato nominandolo, un universo di apparenza in cui si cela il segreto della realtà, nelle metafore, nei sogni. “Tutto questo è come il sogno di qualcun altro, pensò Fate”.

Rocco Cannarsa

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