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“Bisogna distaccarsi dal mondo per stare nel mondo, morire a sé stessi per rinascere attraverso la letteratura”: dalla quarantena dell’Isola sarda, Salvatore Niffoi dialoga col suo conterraneo Matteo Fais

Quando vedo il suo nome lampeggiare sullo schermo del cellulare, sono sempre titubante. Non so mai se rispondergli o meno. Non che non mi faccia piacere sentirlo – anzi. La verità è che me la faccio sotto e ho sempre una paura boia di fare una figuraccia. Il fatto è che lui non è uno qualsiasi. Lui è Salvatore Niffoi, il Maestro, il vincitore del Premio Campiello, l’allievo di Tullio De Mauro e Carlo Salinari, quello con un curriculum di romanzi che pare Stephen King. Parlarci a tu per tu, mi fa tremare le ginocchia. E quando quel dannato telefono squilla, io comincio a sudare. “Ma che gli dico a questo?”, penso, “E non posso neppure limitarmi a stare zitto e imparare, o mi prenderà per un cretino”. Insomma, se come dicono alcuni non bisognerebbe mai conoscere i propri miti, posso garantirvi che esiste anche un altro problema con questi: averci a che fare, senza limitarsi a uno sciocco balbettio. Ma Salvatore Niffoi è per me come una bella donna e da tempo lo corteggiavo, per avere un’intervista. Così ho ingoiato la paura e fatto finta di niente. Quando Giunti mi ha inviato la copia per la stampa del suo ultimo romanzo, Le donne di Orolé, dunque, gli ho posto la fatidica domanda: “Salvatore, ma l’intervista…?”. Ha accettato, cosa che oramai non fa praticamente più. Io mi sono limitato a scuoterlo leggermente con le domande, come un albero, e aspettare i frutti che cadevano a pioggia.

Milena Agus, in Perché scrivere, dice “quando ho conosciuto Niffoi, avevo già letto tutti i suoi romanzi. Incontrandolo ho pensato che magari era una domanda scema, ma gli volevo chiedere se quelle storie terribili succedevano davvero dalle sue parti”. Salvatore, ma quel che tu racconti è realmente verosimile?

La contemporaneità – e soprattutto la sua mediaticità – ci ha talmente diseducato al senso della realtà che tutto ci sembra inverosimile. Ognuno si costruisce nella testa un’idea di normalità che serve per allontanare, come vediamo negli ultimi giorni, l’idea della pestilenza, del dolore, del male. È una sorta di metadone sociale. Però, poi, la realtà è quella che è. Se non sei allenato a questa – quindi alla sofferenza –, tendi a rimuovere. Noi di fronte al dolore siamo ogni volta costretti a improvvisare, perché mai abbastanza allenati. Quando qualcuno ce lo fa vedere, anche solo sulla pagina, ci terrorizza. La situazione attuale ne è la prova. Non si può rimanere eternamente immersi in quella che Zygmunt Bauman avrebbe chiamato la “destrutturazione della morte”. Ma, venendo al discorso prettamente letterario, io preferisco una scrittura spinosa, che metta il lettore al cospetto di determinati problemi. Non amo il catering letterario. Leggere non è come entrare in una pasticceria e domandare ciò che si desidera. Voglio che attraverso il mio lavoro la gente si abitui alla provvisorietà dell’esistenza, così da non perderne di vista né il valore né il miracolo che la determina. Non mi piace lasciare dormire sonni tranquilli ai lettori, perché poi si finisce per pensare che a noi non succederà mai un cazzo – quando, invece, questo accade, oh se accade! Oggi la gente è disposta a condividere il dolore degli altri, ma a costo zero. Lo fa a parole, sui social, in televisione, senza rischi. Per capire veramente ciò che questo comporta, però, lo devi vivere e assumere su te stesso. Altrimenti, basta un raffreddore per spaventarti a morte. Comunque, non si può fare a meno di parlare della morte. Tutti gli scrittori che amo ne trattano. Se parli d’amore, parli della morte. Sono elementi che convivono. Del resto io, tendenzialmente, mi guardo intorno e descrivo ciò che vedo. Credimi, le mie storie sono meno esotiche e fantastiche di quanto si possa pensare. Chiaramente, vi è un processo di trasfigurazione – anche per evitare il gioco dell’identità. Ma la cosa importante, quella su cui non ho dubbi, è che devo emozionare, dare qualcosa. E, di conseguenza, la scrittura deve coinvolgere tutti i sensi e possibilmente uno in più che non si vede, ma risiede nella testa e nel nostro cuore. A ogni modo, delle mie storie è certamente vero che la Barbagia che ho messo su carta ha vissuto un terremoto antropologico devastante. Per lungo tempo siamo stati col culo sopra il vulcano, legati ai ritmi della natura, quelli imposti dalla vita contadina. Poi siamo caduti dentro il vulcano, con l’industrializzazione. Abbiamo venduto un pezzo di noi per del pane avvelenato. Non possedevamo i mezzi per affrontare questo demone della velocità e del progresso, essendo andati avanti per secoli in un meraviglioso isolamento… Un isolamento anche culturale – cosa abbiamo, in fondo, qui in Sardegna, prima di Gramsci e la Deledda?

Come è sorta in te la pulsione alla scrittura? Perché, insomma, hai iniziato a scrivere?

Non nasce niente, ce la devi avere. Non te la puoi inventare. Per questo non credo nelle scuole di scrittura, né alla scrittura come mestiere. Devi farlo per amore e per piacere. Te lo devi sentire. Poi, chiaramente, parlare di semplice vocazione è una cazzata. Il mestiere si affina, si acquisiscono competenze, ma ci vuole la spinta iniziale. Per questo ti dicevo, non credo alle scuole di scrittura come a quelle che insegnano a parlare una lingua che non si parla più, la nostra. Anzi, mi fanno cagare dalle risate le scuole di sardo per gente che non l’ha mai praticato. Questa lingua la ricevi per imprinting naturale.

Ma ci sarà pur stato un evento scatenante che ti ha portato a dire “Oramai non è più prorogabile, bisogna prendere la penna in mano”… 

Un evento? No, io credo che il piacere della scrittura sia consequenziale a quello della lettura. Ho avuto la fortuna di avere una madre che, nonostante la contingenza – la disperazione post-bellica –, mi ha messo in mano poco pane ma molta roba da leggere. Poi c’era mio nonno, nella cui casa ho scoperto delle reliquie meravigliose, come le opere di Zola e Balzac. Ma è stata soprattutto mia madre che, già a tre-quattro anni, mi ha insegnato a leggere con “La domenica del Corriere”. Successivamente è venuta la lettura di “L’intrepido”, “Il Vittorioso”, “Tex Willer” – andavo in chiesa a leggerli. Inoltre, a quei tempi, c’erano le sezioni di partito – io praticamente ci sono nato in una sezione del PCI – ed erano piene di testi. E, per quella che io definirei la matericità della mia scrittura, è stato fondamentale il contatto con la natura. Noi ragazzini, allora, conoscevamo le piante, la frutta che raccoglievamo di passaggio attraverso i campi. È lì che tutto, per me, ha cominciato a prendere forma. In letteratura, credimi, il miracolo non esiste: o hai una storia da raccontare, oppure rimani un cazzeggiatore. Puoi avere agganci politici, editoriali, ma se non hai storie, bello mio, il lettore se ne accorge. Quello che conta è l’originalità. Devi essere identificabile, riconoscibile. E questo io non lo chiamerei semplicemente mestiere. A chi sa scrivere basta spesso un’ora per fare meglio di chi lavora di filato per dieci ore. Io sono cresciuto con la bellezza delle parole e penso sia a esse che bisogna tornare, come all’ascolto. Quando ero bambino, nelle sere d’estate, si usciva fuori per strada e c’erano le persone anziane che raccontavano. Spesso non avevano finito neanche le elementari, ma sapevano narrare. Il piacere del film è arrivato dopo. Il cinema ha aggiunto un’ulteriore possibilità di sognare a quella già data dalla letteratura.

Esiste realmente la categoria denominata “letteratura sarda”, oppure la tua è solo e semplicemente letteratura?

Penso che sia il momento di smetterla con l’identitarismo narcisistico e pataccaro, da strapazzo. Prima devi essere uomo di mondo e poi sardo. Cinese, thailandese, australiano o nigeriano non aggiunge e non toglie proprio un cazzo. Torno al discorso di prima: o hai storie da raccontare, o che tu sia sardo o meno non cambia niente. Poi, ovviamente, ognuno ha la sua, da Bernhard a Faulkner. Ma il paese piccolo e chiuso non esiste più, esiste il mondo. Era così anche prima, solo che allora era un grande puzzle. Noi dobbiamo andare per il mondo con le nostre storie, ma senza millantare più di tanto l’identità di appartenenza, senza esibirla.

Questo tuo stile caratterizzato da una commistione tra l’italiano e la lingua sarda come è nato?

Come l’idea di scrivere, non l’ho scelto, mi è venuto. Come spiegarti! È stato come quando ho visto la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. L’ho capito subito che sarebbe stata lei. I miei amici dicevano “Ma no, troppo bella per te”. Sta di fatto che, dopo una settimana, stavamo già insieme. Capisci cosa intendo? La moglie, come la scrittura, non è qualcosa che ti puoi costruire in laboratorio. Fuor di metafora e andando nello specifico, per i romanzi creo da prima una sorta di canovaccio. L’idea originaria può sorprendermi ovunque. Posso essere in macchina e dire a mia moglie “scrivi”. Quando torno a casa, sviluppo. Per questo vado sempre in giro con la penna e il taccuino. Delle volte, mi basta un’occhiata a un paesaggio e da lì tutto prende forma. Sembra pazzesco, lo so, ma è così – l’importante è capire che non deve essere una faticaccia, ma un piacere. Successivamente, di solito, scelgo i nomi dei protagonisti e i loro soprannomi, che sono la carta d’identità fondamentale – sottendono un destino. Poi, insomma, come avrai capito, do una grande importanza al paesaggio, oltre che alla psicologia dei diversi soggetti. Anche quelli che sembrano comparse hanno sempre una vita autonoma e sono molto legati allo spazio. Ecco perché è importante definire l’architettura del romanzo. È un lavoro di fino, difficilissimo, tenere insieme tutti i fili, come quello delle grandi tessitrici del mio paese. Poi bisogna scrivere tutta la toponomastica: le vie, i vicinati, le chiese, i passi. E non si dimentichi, nel caso delle mie opere, la fitologia, ovvero lo studio delle piante, per esempio per sapere quando certe fioriscono… In un romanzo del passato, mi è capitato di sbagliare in tal senso. Non per niente, mi serve tempo per documentarmi. Molto fa l’esperienza, il fatto che io sia cresciuto in campagna. Ho anche una certa consuetudine con gli animali. Alcuni li avevo anche dentro casa. Trovavamo persino le cacche di topi nella roba da mangiare che, poi, nel caso, si bolliva – la fame era fame, allora, ma si apprezzava di più il mondo. Come quando mangiavamo la carne, circa una volta al mese. Ricordo anche il brodo con quelle chiazze di grasso, il formaggio acido grattugiato da giorni. Microbi e batteri non ci facevano nulla, anzi ci ringraziavano per averli ospitati (ride). Non c’erano i bagni. Ci si lavava tipo a Pasqua e Natale – tutto molto pasoliniano. Certo non vivo di nostalgia del passato, però scrivo anche per ricordare ai ragazzi che quei tempi non sono poi così remoti.

Siamo in fondo quattro gatti su quest’isola – mi pare un sesto dei siciliani. Ma, dunque, che senso ha, nell’economia della letteratura italiana, e per te che sei tradotto in tante lingue, raccontare la nostra terra? Insomma, dove sta l’universalità delle tue narrazioni?

Tutto quello che si racconta è universale. Solo che adesso a raccontare siamo in tanti. Prima si era in pochi, la fruizione era dunque più lenta, e col tempo si diventava dei classici. Oggi tutto si brucia nel giro di una settimana. I libri funzionano per le strenne natalizie. Siamo sempre più preda di una sindrome da bestsellerismo. Io, comunque, credo in quello che faccio e non sono un marchettaro. Non cerco visibilità mediatica, non mi interessa creare libri che stanno alla letteratura come le canzonette alla poesia. Leggere certi romanzi da cazzeggio è come farsi un clistere al cervello. Tutto ciò non mi interessa. Io ho questo mondo e voglio raccontarlo. Non faccio grande vita sociale, non vado in giro per bar. Sono solitario e molto selettivo. Credo che la cultura sia legata all’abnegazione: quando si scrive si toglie tempo alla vita, vita alla vita, e bisogna coltivare la solitudine per riuscirci. Bisogna distaccarsi dal mondo per stare nel mondo, o meglio ancora morire a sé stessi per rinascere attraverso la letteratura. C’è in questa idea del raccontare la volontà di dire sé stessi e ritagliarsi un piccolo angolino di immortalità, un pezzetto di paradiso se esiste.

Salvatore, tu sei laureato in Lettere, niente meno che con Tullio de Mauro, uno dei più grandi, se non il più grande, linguista del Paese. Ma c’è, a tuo avviso, una preparazione fondamentale che chi voglia scrivere deve avere?

No, la preparazione non c’entra proprio un cazzo, ne sono convintissimo. Per scrivere devi semplicemente essere come una calamita che attira tutto quello che gli gira intorno. Ciò che potrebbe essere utile lo devi acchiappare, imparando a vedere. Non ti devi perdere nulla: una persona nei suoi pregi e difetti, una risata. Fin da piccolo, devi andare in giro con questa borsa che riempirai man mano sempre più con storie ed esperienze. Personalmente, quando ero bambino avevo già la passione per la scrittura. Mia madre era disperata perché mi vedeva invecchiare in fretta. Sai, scrivere e pensare fa invecchiare in modo celere, perché leggendo vivi due volte. Per fare letteratura non devi andare a scuola, semmai in biblioteca. Io ci andavo sempre. Così ho continuato ad annaffiare questa pianta che aveva seminato mio nonno insieme a mia madre. Lei mi insegnò a leggere e scrivere. Il latino l’ho imparato da grande, da un sacerdote. Quando andavo a scuola, invece, le poche volte che entravo, scrivevo – della matematica e materie affini me ne fottevo. Alle superiori avevo un’agenda grossa con la A di anarchia, in cui buttavo giù racconti e poesie. Risalgono a quel periodo alcuni dei miei primi romanzi, tutti non pubblicati. Mancano praticamente delle parti dialogate. Erano più un assemblaggio di poesie, ma c’era già in nuce il mio percorso futuro. Sai, io ho fatto ragioneria alle superiori, non il liceo. A quei tempi era molto forte, per una questione di riscatto sociale, l’idea di diventare ragioniere per poter poi magari trovare posto in banca. Il punto è che a scuola non ci andavo. Ero sempre in giro. Insomma, alla fine non ne potevo più di partite doppie e faccende simili. Mio padre si era rotto i coglioni e chiese a mia madre cosa fare di un asinaccio come me. Ma la donna aveva capito che io non ero scemo. Così mi mandarono a tagliare pietre, d’estate, per farmi capire cosa fosse la fatica. Dopo quell’esperienza traumatica, a settembre, mi spedirono a Roma. In un anno e mezzo mi tolsi dalle palle questo diploma. Frattanto, avevo già cominciato da tempo a frequentare le lezioni di Lettere, alla Sapienza – anzi, a dirla tutta, ero sempre lì. Infatti, quando mi iscrissi, superai tutti gli esami in qualche anno. Nel resto del tempo, scrissi la tesi con De Mauro e Salinari.

Ci pensi mai a cosa resterà della tua opera tra uno o più secoli? Inutile nascondere che, da romanzieri, un simile interrogativo ci angoscia.

Guarda, si scrive soprattutto per i contemporanei. Non per i morti, ma per i vivi. La letteratura è una sorta di vendetta contro il male di vivere e l’inquietudine che ci tormenta tutti. Poi, a me non piace spingere la gente a leggermi. È per questo che non vado in giro a fare presentazioni. Non sono un imbonitore. Non credo che un passaggio televisivo cambi più di tanto, nemmeno le interviste. Ho un grande senso del pudore – e del ridicolo – che ho ereditato da mia madre. Non amo molto gli autori di oggi che scrivono e pisciano il libro subito sul mercato. Non è mio costume. Poi, certo bisogna produrre, avere molte cartucce, cioè storie da raccontare. Non che la quantità faccia la differenza – possono bastare anche pochi testi, anche se sono rari quelli che riescono a raccontare il loro mondo in uno spazio così ridotto. Io preferisco scrivere per lasciare un segno, altrimenti siamo come i cani che lasciano solo cagate per terra. Non voglio passare sulla terra leggero, voglio lasciare un’impronta e voglio lasciarla pesante. Racconto il mio mondo così com’è, nella sua vitalità. Naturalmente, lo voglio fare con la scrittura dei romanzi, perché quella della rete non resta. Non ha odore, non sporca, è algida. La differenza tra le due è come quella che corre tra la tabaccaia di Fellini, non bellissima ma molto abbondante, e una femmina che vedi per un attimo in una foto porno. Non c’è paragone, non c’è piacere.

In questo tuo ultimo romanzo, Le donne di Orolé, il punto di vista femminile risulta predominante. Ti vorrei chiedere a tal proposito cosa ti affascina nella prospettiva dell’altra metà del cielo e, soprattutto, come possa un maschio ambire a comprendere la visione del mondo che hanno le femmine?

Bisogna imparare a resettare gli ormoni. La mia fortuna è sempre stata avere tante amiche. Facevo di tutto per uscire, il pomeriggio, da giovane, e annusare queste ragazze… Allora, sai, si andava anche con loro a fare i bisogni, in campagna, perciò il mistero si scopriva insieme per così dire. Sono sempre stato bene con le amiche, meglio che con gli amici. E anche gli amori che ho avuto, in tal senso mi hanno lasciato tanto, aiutandomi a entrare in quel microcosmo. Mia madre, poi, mi ha insegnato a dare. Lei era una donna che sapeva donare. Era possessiva in maniera ombelicale, però era anche una femmina che riusciva ad assorbire la disperazione e il dolore. Con mia moglie, poi, in quarantacinque anni d’amore, non è mai volata una parolaccia, un gesto sbagliato. Credo davvero che le donne sappiano trasformare il male di vivere in speranza. È insito nella loro natura: chi dà la vita non può toglierla. Le donne, inoltre, mi hanno anche aiutato ad aprire gli occhi, a capire l’importanza e la serietà dello studio. Per questo ero sempre innamorato delle mie insegnanti, in particolare quelle di Italiano. Bisogna tenere presente che l’architrave del mio murale narrativo è sempre femminile – pensa solo a La vedova scalza. Gli uomini, certo, non sono unicamente delle comparse, ma hanno un ruolo diciamo da spalla. Le mie lettrici lo sanno che Dio non ha tolto una costola all’uomo per fare la donna, ma ha tolto le palle alla donna per darle all’uomo e semplicemente a scopo riproduttivo.

Matteo Fais

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