18 Febbraio 2025

“Isabella o scomparire”: l’esordio di Alfredo Acquarelli, tra Boris Vian e Fellini

Alfredo Acquarelli firma con Isabella o scomparire (Adelphi, giugno 2025) un romanzo in equilibrio fra lirismo e disincanto, rievocando la vena surreale della tradizione novecentesca – Boris Vian, Raymond Queneau – ma avvicinandosi anche alle recenti opere di Kunzru e Malzieu, dove la dimensione poetica e la malinconia assumono toni fiabeschi, eppure carichi di risvolti intimi e feroci. 

Il risultato è una storia in cui gli spazi della memoria si dilatano in labirinti, senza per questo significare dispersione o aridità strutturale. L’autore veste di luce propria ogni sussulto – spesso immerso in una schiuma emotiva – di un protagonista che rimanda al capolavoro del già citato Vian, ma suona anche vicinissima all’immaginario lirico e struggente di Imperioli ne Il profumo bruciò i suoi occhi. La fusione di stili rende la voce del romanzo dell’opera di Acquarelli un flusso in oscillazione tra il desiderio di radicarsi e la continua tentazione data dal dissolversi. Nell’intreccio, gli attimi di maggiore intensità emergono da episodi quotidiani, trasfigurati in chiave ora visionaria, ora relativista, in cui ciò che accade è simbolo dello stato emotivo e mai della fattualità.

Una delle scene più oblique vede la rievocazione del funerale dei genitori: l’istante in cui Barvas, narratore in prima persona, si rifugia nello sbeffeggiare la morte, fissando il mondo con occhi febbrili.

“Un tè freddo al limone per favore, ordinai al chierichetto del bar della chiesa, situato sulla terrazza al secondo piano.

Fuori si stava bene. Gli operai della cerimonia avevano montato un crocefisso vuoto dove gli invitati potevano a mettersi in posa per farsi scattare delle foto ricordo, ma mi sentii costretto a rientrare in fretta, altrimenti la platea non avrebbe potuto compatire nessuno oltre ai morti.

Tornai al piano inferiore strascicando ogni passo, mentre fissavo le pareti di marmo tarocco con la carta da parati costellata di stelle cadenti, astronavi rotte e dinosauri consumati. 

Non mi andava di starmene lì davanti all’altare, seduto sopra il rumore di qualcosa che scricchiolava come il cuore spezzato di un bambino.

Scusate, dissi ai vicini, Ero andato a spostare la multa di qualcuno sul parabrezza della mia macchina. Tranquillo. Devono ancora portare la torta, rispose quello a destra.

Lo sapete com’è fatto il soffitto di questa chiesa?, sermonava l’arciprete al microfono.  A forma di scafo, e sapete perché?

Sia fatta la sua volontà, mormorò un fedele, addormentatosi per errore poco prima.

Somaro!, gridò l’arciprete, che aveva sentito, poi, sistemando con un lento sospiro i fogli da cui leggeva, in tono più calmo riprese. Quest’edificio connette il nostro spirito al regno dei cieli. E noi oggi accompagneremo i nostri defunti…. Prego, venga pure, s’interruppe, rivolgendosi al fattorino sulla soglia, Ho ordinato io la pizza.

Non esiste niente di giusto e niente di sbagliato, esiste solo quello che succede, pensai con il morale sottoterra al termine della funzione.

Ero tornato a casa in fretta, e del resto della giornata non ricordavo quasi nulla. Qualcuno mi aveva fatto le condoglianze, altri le congratulazioni per il mio ultimo singolo in radio. Sinceramente fu straziante. Ma ero certo di non aver pianto. Il dolore riduce a bestie, e gli animali soffrono senza urla, muti. Le bestie non piangono perché ignorano ciò che è inesorabile. Io non piango. Mi sono allenato nella sofferenza fino a renderla lucida come uno specchio. E a nasconderla dietro un velo.”

L’essenza dello stile di Acquarelli si rivela nella commistione di registri: immagini sarcastiche s’innestano a riflessioni metafisiche quasi illuminate da un raggio di sacro. Non appare mai quiete, piuttosto un continuo scarto, varchi in grado di ricondurre al dolore o alla speranza. È lo stesso impulso poetico atto a sostenere le opere di Malzieu: il principio che la ferita e il sogno non siano contraddizioni, bensì leggi del medesimo universo emotivo.

Adelphi, con la pubblicazione di Isabella o scomparire, compie un gesto di distinzione netto nel panorama contemporaneo, riaffermando la dignità della letteratura rispetto alla produzione di puro intrattenimento. La casa editrice sceglie dunque di dare spazio a una narrazione surreale che non si lascia ingabbiare in schemi narrativi, né si appiattisce in un realismo privo di slancio. Dichiarazione d’intenti questa con cui separa la letteratura autentica dalle sue imitazioni più addomesticate, restituendo agli scrittori contemporanei la possibilità di esplorare, sovvertire e ridefinire il significato stesso del narrare.

L’opera è un romanzo radicale e intimo: sembra incorniciare, in ogni brano, l’idea che la vita corrisponda a un susseguirsi di intermittenze, scaturite dal connubio tra ciò che non osiamo confessare a noi stessi e ciò che, invece, abbiamo disperatamente bisogno di condividere.

“Al centro della piscina ci attendeva un tavolo a mosaico in stile pronto-moda bizantino, equipaggiato tutt’attorno da sgabelli con gambe lunghissime, coscienziosamente disposti dai domestici quel pomeriggio. La madre di Isabella si presentò con un sorriso da una lente degli occhiali all’altra. Somigliava alla figlia senza tuttavia assomigliarle troppo, i capelli le arrivavano agli zigomi, indossava una camicetta di seta zigrinata. Finalmente ci conosciamo,  disse.”

Se fosse un’opera cinematografica, Isabella o scomparire ricorderebbe l’antistruttura felliniana di 8 e ½: il ricorso a flashback e sogni in un rimescolarsi di fotogrammi richiama ancora una volta la lezione dei patafisici francesi. La scrittura si fa letteralmente spuma, pronta a dissolversi per rivelare l’impronta del desiderio e del dolore. La malinconia diviene uno spazio di possibilità, un luogo narrativo in cui la voce dolente si rinnova in un’armonia dolceamara, concettualmente assimilabile al Jim Carroll del periodo californiano e agli episodi autobiografici di Francis Scott Fitzgerald restituiti da Il crollo. La pubblicazione di Isabella o scomparire concretizza di fatto il segno di come la narrativa contemporanea possa innalzarsi, nutrendosi di memorie, smarrimenti e una discreta, eppure potente, dichiarazione d’amore verso ogni frammento dell’esistenza.

Un ultimo estratto dell’opera:

“Stretti nella quiete che segue la festa – come una moneta che non viene lanciata, ma rotola verso di te – canticchiavo una nenia all’orecchio di Isabella, con la vaga sensazione di essere felice. Nella galleria dei propri ricordi gli episodi vissuti in prima persona generano immagini molto meno chiare rispetto a ciò che si vede fare agli altri; del resto inquadrare una scena è un procedimento più semplice che memorizzare un intero piano sequenza. Forse è questo il motivo per cui di quella sera non conservo nient’altro.

Dove si accende la luce?, chiese Isabella.
Qui, ma è lo stesso. Fai piano.
Tanto chi ci sente?
Non risposi. Cercavo, procedendo per tentativi, di trovare la strada giusta. 

I fantasmi, dissi, chiudendo la porta a chiave.

Entrati in camera colare liquefatti a letto parve istantaneo, ci sentivamo più stanchi di chi vorrebbe andare a dormire ma non riesce a staccare gli occhi da quello che sta leggendo. Era liscia ovunque la toccassi e profumava di ciò che stavo per farle. Non potevo saperlo. Stavo per dare vita a qualcosa”.

Nicolò Locatelli 

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Nota sull’autore:

Alfredo Acquarelli è una figura enigmatica della letteratura contemporanea, un autore che sfugge alle definizioni canoniche, muovendosi con disinvoltura tra narrativa, critica e sperimentazione linguistica. Nato a Torino nel 1982, ha studiato filosofia e semiotica prima di dedicarsi alla scrittura, collaborando con riviste letterarie e sperimentando il teatro d’avanguardia. Il suo percorso è segnato da un’attenzione quasi ossessiva per il rapporto tra parola e immagine, con incursioni nel cinema e nella grafica editoriale. Lavora come editor per una casa editrice indipendente. Con “Isabella o scomparire”, la sua prima pubblicazione con un editore di primo piano, si conferma uno degli autori più originali della sua generazione.

*In copertina: Marcello Mastroianni in “Otto e mezzo” di Federico Fellini (1963)

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