“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
È il 1913 e Rudyard Kipling si trova in Egitto, da lui definito “un’unica, grande fiera per becchini” in L’Egitto dei maghi (IBIS, 2018), per via di quella curiosa febbre degli scavi che investì l’occidente sul finire dell’Ottocento, e che nel nuovo secolo era già quasi un affare da turisti. Anche a Kipling propongono di investire in quella emozionante e redditizia occupazione, ma egli preferisce non toccare il corredo di un defunto, “in particolare se ha chiuso gli occhi convinto che quei suoi ciondoli garantiscano la salvezza”. Non perde però l’occasione di visitare la Valle dei Re, “una valle bucherellata di tombe come un prato di tane di conigli”. Fra queste, una in particolare attira la sua attenzione: si tratta della tomba di Amenophis IV, il faraone eretico che introdusse una parentesi quasi monoteista nella millenaria religione egizia, sostituendo al politeismo il culto dell’astro solare, e mutando il proprio nome in Akhenaton (“il disco del sole è contento”). La sua mummia e il suo sarcofago furono rinvenuti nel 1902 dall’americano Theodor Davis, come ci ricorda il resoconto di C. W. Ceram in Civiltà sepolte. La curiosità intorno alla figura di questo faraone eretico è senz’altro accresciuta dalla damnatio memoriae subita: i suoi monumenti, le incisioni che lo riguardavano, la sua effige, tutto è stato occultato o distrutto dalla dinastia che gli seguì.
È proprio con lui che Kipling intrattiene un breve dialogo, sulla soglia della sua tomba.
«Il mio fu un terribile errore» mi mormorò all’orecchio il faraone Akhenaton. «Ho preso per realtà quelle che erano solo convenzioni della vita».[…] «Ho infranto tutte le convenzioni del mio paese.» «Nobile uomo! E cos’è successo?» «Cosa succede quando scoperchi un vespaio? La dura verità della vita è che il genere umano è un gradino sotto gli angeli, e le convenzioni si basano su questa verità perché gli uomini possano diventare angeli. Ma se si parte, come ho fatto io, dalla convenzione che gli uomini sono angeli, è certo che diventeranno più bestie che mai».
Kipling si trova faccia a faccia col faraone e ce lo mostra, dal suo punto di vista, come un innovatore che volle rimuovere le convenzioni sociali del suo tempo: limitò le offerte di alimenti durante le funzioni religiose, proibì gli oracoli e le raffigurazioni antropomorfe, limitò le funzioni del clero promuovendo un culto più essenziale, più snello. Sembra desiderasse eliminare tutti quegli orpelli che gravano sulla mente e sui cuori degli uomini. Eppure, questo voler sollevare il velo gli si è ritorto contro. Akhenaton sembra voler suggerire che la condizione degli uomini è tale per cui, affinché diventino angeli, si debba porre loro degli obiettivi più alti, collocare la divinità più in alto rispetto a loro, nascosta dietro delle convenzioni, o, potremmo dire, una ritualità; promuovere una religione più vicina, più semplice, e con essa una mentalità più aperta, porta sciagura. Gli uomini si son rivelati bestie e lo hanno sbranato, segno che sono così intimamente legati ai loro gioghi sociali da non poter vivere senza.
Le notizie sul regno di Akhenaton sono scarse e frammentarie: morto lui, perfino il suo successore Tut-Ankh-Aton mutò il suo nome in Tut-Ankh-Amon (come oggi lo conosciamo), segno che riabilitava la religione politeista, incluso Amon-Ra. Questo non ha però scoraggiato i curiosi e gli appassionati, che soprattutto a inizio Novecento erano affascinati da questo misterioso faraone controcorrente. Il mistero maggiore risiede senz’altro nelle motivazioni che lo spinsero a un simile cambiamento di rotta: perché Akhenaton, immerso in una cultura da sempre politeista, con radici ben salde, circondato da monumenti millenari, optò per l’esclusiva adorazione di Aton, il disco del sole? Fu un fatto politico per contrastare il sempre maggior potere del clero tebano? Ricordiamo che la religione non era un semplice complemento della vita egiziana, ma ne costituiva il cardine. Sembrerebbe che il culto risalga al nonno di Akhenaton, Thutmose IV, il quale ebbe una visione durante la quale gli veniva rivelata la potenza di Aton, il disco del sole, in grado di assicurargli la gloria e il potere sui popoli nemici.
Va detto fin da subito, però, che le cose vanno opportunamente ridimensionate. Franco Cimino, in Akhenaton e Nefertiti (Rusconi, 1995), invita alla cautela, a non vedere in questo faraone più di quanto in realtà fu. Molto del lavoro lo ha compiuto la fantasia e la suggestione, perché a ben vedere non eliminò il culto degli altri dèi, ma ne ridusse l’influenza, privilegiando il culto dell’Aton, il quale “eliminava tutto un mondo confuso ma affascinante di entità divine tanto diverse eppure così simili” (F. Cimino); insomma, tentò di unificare sotto un unico dio quel variegato e caotico pantheon. Anche se quest’ultima può considerarsi una notevole novità (e peculiarità) nella storia egizia, con ripercussioni anche sociali e artistiche, Akhenaton non fu il paladino di una lotta tra potere religioso e potere civile, non fu un iconoclasta, un rivoluzionario, un modernista o il primo monoteista della storia umana, come vollero vederlo molti studiosi. Soprattutto, dice, non fu un messia, un precursore della religione rivelata.
Eppure, come già per Kipling, la figura di questo faraone eretico elettrizzò la fantasia di molti intellettuali di inizio Novecento, specie negli ambienti della teosofia e antroposofia. In particolare, Lamberto Caffarelli (Faenza, 1880-1963), compositore, filosofo e poeta, ne rimase affascinato e volle dedicargli un dramma. Tracciare un profilo biografico di Caffarelli non è cosa semplice, ma di lui si può dire possedesse “uno spirito malinconico, pensatore, ma allo stesso tempo rivoluzionario, deciso cioè con la propria persona e i propri mezzi artistici a creare un’Arte che possa scuotere e svegliare la coscienza dell’Uomo, ma anche colmare la solitudine e i pessimismi della vita guardando alla Croce del Cristo” (così lo definisce G. Fagnocchi nella sua introduzione a AA. VV., Lamberto Caffarelli, poeta pensatore musicista faentino, Mobydick, 2013). Si dedica prevalentemente alla musica sacra e liturgica, e coltiva una concezione di arte legata in modo imprescindibile allo spirito religioso. Questa sua ricerca diviene via via più radicale, fino a interessarsi al cristianesimo di Tolstoj e infine approdando alla teosofia. Caffarelli “ricercava la Luce di un Cristianesimo puro e davvero cattolico, cioè universale, in grado di presentare la centralità della figura di Cristo attraverso le immagini della poesia e del pensiero, delle arti e della musica, quali autentiche forme non di crociana arte formale, ma figure viventi della più ampia Realtà dell’Essere, Unione tra Dio, il Cosmo e l’Uomo, per cui l’Artista Vero che sa porsi all’apice di questo movimento progressivo ha il sacro compito sacerdotale di mostrare a tutta l’umanità la figura vivente del Cristo, essenza cruciale del nostro esistere e del nostro essere”(G. Fagnocchi).
Il movimento teosofico presenta, nella sua storia, varie sfumature, più o meno significative. Caffarelli accoglie una visione del Cristo a-storica, e il suo riproporsi prima e dopo la rivelazione di Cristo come un segno indiscusso di Verità. Questa particolare concezione è tra i principali motivi di disaccordo con il cristianesimo cattolico, ed è, in sostanza, quella che Caffarelli propone nel suo dramma Ikhunaton (Fratelli Lega, 1933). Egli legge nella vicenda di Akhenaton un riproporsi della rivelazione, antecedente alla manifestazione storica di Cristo. Non si tratta di un mero parallelismo, ma di una concezione del messaggio cristico al di sopra delle leggi storiche, in accordo con leggi cosmiche.
L’Akhenaton di Caffarelli, e con lui gli altri personaggi che intervengono, parlano fra loro come parlano le iscrizioni egizie, con quel particolare tono esoterico.
Ikhunaton: Aton mi disse di fuggire da Tebe. Fuggii da le parole pervertite; le immagini perverse, ombre spietate con teste di sparviero, e d’uomo, e d’ibis, e di sciacallo, e di cane distrussi.
In una prima parte Caffarelli ci mostra il faraone attorniato da scultori e artisti, e non è un caso. Akhenaton (Ikhunaton nell’opera) portò molte modifiche nel mondo dell’arte egiziana: il suo volto e quelli dei suoi familiari sono differenti da quelli fino ad allora ritratti, hanno dei connotati più molli, tesi in una contemplazione spirituale. Da quel poco che resta del regno di Akhenaton ci facciamo l’idea di un momento di profonda rarefazione, un tempo effimero dove lo spirito prevale sulla materia. Anche se templi e città continuano a nascere, sembra indicare una nuova via di purezza e, verrebbe da dire, di ascetismo.
Ikhunaton: Non ricercare nella strage il Dio. Non nell’incenso. Onnipresente è vivo nei fiori, nelle piante, nei guizzanti pesci, negli animali di foresta. Nel vero che tu vedi è onnipresente. Nel cuore che tu ami è onnipresente. Godi Lui nelle piante, nei profumi, nella vista dei placidi animali. Sempre è con te l’onnipresente Luce.
Nel momento di massimo splendore, quando finalmente l’Aton pare sulla via della sua massima affermazione e diffusione, si insinua un presagio di morte. Akhenaton sembra aver ben presente quanto questa tensione spirituale lo stia portando verso un progressivo abbandono della vita terrena.
Ikhunaton: Più sempre il Raggio che mi costruisce consuma la mia carne penetrata. Mi avviluppa di Vita, e questa è morte alle ossa. […]
L’avventura dell’Aton volge al termine con la morte di Akhenaton. La rivelazione non è stata compresa, almeno per il momento. E come avverrà per Cristo, anche Akhenaton si sentirà abbandonato al suo destino nel momento della fine.
Ikhunaton: Solo… con Lui? Io sono solo! Angoscia! Non più appoggiato al Tuo Cuore, al Tuo Mondo! Aton… dove sei ora? Io t’ho perduto? o fui da Te ripudiato? Ho perduto le Tue Mani d’Amore? I raggi delle Tue Mani non mi reggono più? Io cado a terra! Tento ottuso lo spazio senz’aliti – cessò il calore della Tua Presenza di palpitar nell’urna del mio cuore! Tu m’hai abbandonato!
Aton, l’ultima offesa è questa che da me volevi? T’offro l’ultimo dono che Ti posso offrire con questa solitudine?
La solitudine come ultimo dono, come ultimo segno di fede. Come è evidente, Ikhunaton ricalca la vicenda di Cristo cucendola addosso a un altro messia, precedente, diremmo noi, ma non Caffarelli o la teosofia, per cui il messaggio, la rivelazione, non ha una connotazione storica; perciò questo messaggio d’amore e luce segue il suo iter cosmico, si manifesta e scompare, per poi riapparire. E non importa se i sacerdoti e le successive dinastie faranno di tutto per cancellare la memoria di Akhenaton dalla storia dell’uomo, non importa se faranno cancellare il suo nome e le gesta da ogni monumento (“Nome ignorato resterà per sempre./ Mummia d’ignoto, vuoto guscio e morto.”); il messaggio d’amore e di luce tornerà e tornerà ancora.