“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Il nichilismo di matrice indo-europea ha lasciato nella storia del pensiero e della letteratura più cicatrici che operazioni riuscite, più opere incompiute che architettoniche letterarie compiute. La questione rimane: se questo sia un trionfo del pessimismo della ragione, oppure una sconfitta del raziocinio. La mancanza di un fine nella grande impresa di Musil ha di per sé un valore negativo? La planimetria attenta degli spazi di Perec e Queneau contiene nei suoi fini a priori un giudizio positivo? In questo testo, non troverete una risposta; piuttosto, pungoli del pensiero.
L’unico sentiero che troverete sarà quello breve dell’apoftegma, lontana da ogni teleologia; l’unica verità sarà quella passata di mani in mani: sporca sarà la proposizione intaccata dall’autore: l’aforisma allucinante che lascia senza fiato e che vi ricorda le parole pensate nell’intimo delle solitudini di Scizia.
Tra le anse blu del deserto, la filosofia del rigore ha ceduto il passo all’esilarante poesia, e la canzonante poesia ha ceduto il passo al tuono della filosofia. La sete ha demandato tale ricambio.
Questo scritto è una contradictio in adiecto. Mi spinge qua una morale della superiorità, un’aristocrazia etica del desiderio: ho voluto violare i limiti della sopportazione e confrontarmi con l’idea di una conservazione barbara, indomabile, che salvi ciò che non è demolito dall’incedere morboso e scomposto del soggetto individualista. I baciapile scelgano altrimenti, perché qua non vi è altro che il frutto dell’“agio dell’improvvisazione”, proprio di un Cioran: porta d’entrata per una “Lega della Disillusione”.
Non posso nemmeno intrattenermi su un oggetto di studio, perché tutto è nulla. Due poli, tutto e nulla, di una medesima menzogna moderna. Due facce di una consunta moneta, spacciata per assoluta dai banchieri anarchici di turno. E il niente, soprattutto, appaga i pochi. Il mio nichilismo a puntate mi obbliga a ricordare, però, che anche quest’effimera categoria di nulla, o tutto, a vostro piacimento, è stata violata.
L’intelletto viene costretto ad alzare bandiera bianca e sottostare all’impromptu della volontà. “Il tutto è falso”, cantava Gaber – tuttavia, anche il nulla adorato dai nichilisti più disperati è falso: mero nomuncolo metafisico in cui trovare riposo; mera apostasia delle contemporanee scuole Vedanta; mero “racconto mascherato” dagli scettici delle mille accademie che blandiscono una proposizione luccicante e ingannevole: “il falso è tutto”.
Mi direte allora, vi sarebbe una ragione fatale che spinge verso uno stupido elogio del niente, come la reductio ad absurdum dell’impertinente Coquelet, scritto in barba a nessuno, piuttosto che fare “ragionamenti senza senso”? Eppure, il Nirvana – primo, assoluto e definitivo – mi fa ribollire l’intestino quanto la falsità del creato. Mi dovreste sputare addosso, perché vi lascio senza un appiglio, sprovvisti perfino di una strada sbagliata…
Contro una morale pubblica, coscienza civile degli ubriaconi perbene, ci si ritrova nudi, misfatti, rivolti ed esposti alle onde della notte, “con l’abisso sotto i piedi” e “il caos sopra la testa” – niente di più turbante delle ingiunzioni di Caraco. Un denudamento sopraffino, un olocausto del pensiero, senza misura né obiettività – nel caos più sopraffino, la logomachia viene liquidata senza scuse; ogni rifugio metafisico sottratto alla presa facile della logica e della ragione.
La libidine desiderante verso una forma caotica appartiene agli individui orfani di una fede, ai pensatori provati di una certezza morale: agli apostati della metafisica. Ma in cosa può consistere il piacere di un nichilista spregiudicato? Per trovare una risposta, basta tornare a Gómez Dávila:
“La vita è vuota, vana, vacua, perforata da cavità e vuoti come una spugna migratoria. Elargizione assurda del nulla che lo stesso nulla satura con le proprie acque”.
Questi truismi della desolazione, insopportabili, insopprimibili, vi lasciano senza un tutto e senza nessuno. Per lo più nei pressi di voi stessi – Sì! infine, dovrete affrontare vis a vis la vostra immonda solitudine marchiata dalle fiamme di una disperata disperazione.
Ecco, allora, che mi vedo sputare sul pubblico. Quell’entità adorata dai pubblicisti, elevata sopra ogni lettera e modo. Armato dalla mia nullità di una gloria inesauribile, di una forza attiva e di una perseveranza propria degli antichi romani, quando indovinavano il loro declino, mi ritrovo a indicare la via verso una boundless impetuosity. Scrollatevi delle opinioni e dei pregiudizi, e abbandonatevi al piacere più lussurioso, più sadistico e spietato.
Niente di più idiota può essere raccomandato che “restringere ulteriormente la propria esistenza con indegni pregiudizi”, come racconta l’impudico De Sade. Queste immonde sputacchiere da taschino del conservatorismo. Ah, questo immondezzaio delle coscienze comuni che abbiamo ereditato dai nostri avi più nobili!
Gettate a terra i testi scolastici che vi hanno propinato, chiudete le infinite finestre di browser che avete aperto, cancellate le applicazioni – piuttosto, correte lungo i fiumi del divenire, rubate un dromedario dal circo più vicino e scappate dalle dande dell’inferiorità raccomandata.Ribellatevi al nulla del tutto. Inzuppate di escrementi le espressioni più alte della magnifica arte, della politica compromessa, della oscena filosofia attuale – ma, per cortesia, evitate quelle magliette che decantano il pessimismus più grande della nostra epoca: fatelo for your own sake!
In un esercizio di voluttà, bisogna perdersi per labirinti verticali. Inseguo l’aurora fin nel profondo, fino a trovare le solitudini del deserto di Scizia – che gioia…