“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
essere sensazionale ripeto sensazionale sarà una fissa mia ma mi rimangono troppo bene la pelle speciale gli occhi che anticipano i sorrisi quei capini che calano stanchi quando è sera quelle ditine nervose che scartano i boeri quel cappellaccio da pensionato e poi i nomi giulia stefania ludovica ludovica un paio di coglioni
Smontare la poesia e rimontarla buttandoci dentro di tutto; i tic, la sabbia, i ghiaccioli La Bomba, le ansie e le abitudini frullandole con attualità, pose, luoghi comuni, plastica come succedeva con quelle buste sorpresa che vendevano nelle edicole quarant’anni fa. Ma non si tratta affatto di una raccolta à la page del tipo Nelle Galassie Oggi come Oggi di Scarpa, Nove e Montanari uscita nei primi anni del nuovo millennio e che riprendeva i testi di celebri canzoni colte (da Lou Reed ai Pink Floyd) ritraducendole in chiave comica.
Qui, nella prima raccolta di poesie dello scrittore Alessandro Gori,Canzoniere dei parchi acquatici, c’è lo spiazzante esodo della vita che ci manda a cagare. Se con i suoi racconti (tra i suoi fan più accaniti c’è anche Matteo Garrone) tentava di superare la morte da destra con abile incastro tra fascinazioni fantasiose e puro dramma (leggete l’incipit di Veleno per topi) con le poesie invece si butta in sorpasso a sinistra, quello giusto, con lo stile di un uomo arrivato che prova a dare il primo morso allo Stecco Ducale della Sammontana.
La crosta miniale di cioccolato, appena spaccata, regala la semplice estasi rassicurante di un fiordilatte che mai passerà di moda nei secoli.
Le poesie del Gori sono esattamente così. Pura glassa minimal che ci regala una sicurezza addirittura lisergica creando un soppalco per contrastare amabilmente e senza sforzi le brutture e le rovine del mondo traghettandoci in un luogo altro, senza riserve e nemmeno senza indiani.
Ehi!
tu che per strada dai un calcio a una lattina quello che stai facendo davvero è dare un calcio alla realtà
Ci sono donne da amare, scorpioni in libera uscita a Napoli, soldati, aquile, gente fluida, capannoni, parchi acquatici e delfinari. C’è la massa che consuma produce e crepa. Il contemporaneo fatto di trap e smartphone si fonde con Macario e gli anni Sessanta, con i nonni e le caramelle di una volta, come a suggellare una mappa di una piccola Odissea privata costantemente alla deriva.
Smartphone
bello sarebbe spegnere la tv scordarsi lo smartphone per un’ora e andare a parlare coi nostri figli solo di cosa vogliono parlare i nostri figli? dell’avanspettacolo di erminio macario e renato rascel e allora seppur dolorosamente lo smartphone me lo tengo ben stretto e si arrangino da soli
Alessandro Gori, scrittore e sotto certi punti di vista comico, lo puoi amare o detestare. Detestare perché è più bravo di te, amare per la sua sensibilità disarmante, per il suo sguardo attentissimo, per come cura il dettaglio di una poesia, di un testo o di una passeggiata a Milano Marittima che frequenta da quando è nato ed è l’unico luogo in cui riesce lentamente a sfuggire dalle grinfie della morte che comunque lo attende, paziente, oltre il buio della pineta.
Soldati poesia per sarajevo
a volte penso che noi stiamo come le foglie almeno un po’ come foglie in autunno sugli alberi attaccate ai rami appiccicate e avvinte cangianti d’un cremisi nitor noi caduchi appesi come foglie provvisori fugaci instabili temporanei transitori momentanei passeggeri brevi perituri noi siamo come l’edera dove si attacca muor noi precarie foglie su rami soccombenti a simboleggiare la caducità stessa di noi (purtroppo) soldati appesi alla vita come foglie a iniqui rami una sorta di metafora