“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Tra i casi editoriali degli ultimissimi anni, spicca, per autorevolezza paradossale, quello della danese Tove Ditlevsen. Nata a Copenaghen il 14 dicembre del 1917, da famiglia modesta, ha pubblicato tantissimo, con un successo candido, ma per lo più ‘locale’. Del tutto devota alla scrittura, Tove Ditlevsen è scrittrice estremista, che – dicono – fonde gli acuti di Janet Frame alla fermezza di Joan Didion. Scrisse anche per la radio. Dilaniata da problemi di alcol e di depressione, con quattro matrimoni – e altrettanti divorzi – alle spalle, Tove Ditlevsen si ammazza il 7 marzo del 1976.
I suoi temi ricorrenti – la memoria, il femminile ulcerato, l’infanzia perduta – emergono nella cosiddetta “Trilogia di Copenaghen”: pubblicati in origine tra il 1967 e il 1971, sono tradotti nel mondo anglofono nel 2019, facendo della Ditlevsen un ‘caso’, appunto. In Italia, è l’editore Fazi ad aver pubblicato, con intuito, la trilogia come Infanzia, Gioventù, Dipendenza(quest’ultimo, uscirà il 4 aprile). Di lei si sono occupate un po’ tutte le testate di riferimento del mondo americano – dal “New Yorker” al “NY Times” a “The Nation” – spesso con enfasi: amore, ossessione, devianza mentale arrivano a noi, oggi, con i rasoi sulle dita. La storia di una donna nel trauma conquista per effrazione d’emozioni.
Secondo Patty Smith – così nell’edizione della “Trilogia” stampata da Penguin – si tratta di “una scrittura straordinaria, inflessibile e flessuosa, la cronaca di una marginalità assoluta”. Ciò che si dimentica di ricordare, semmai, è che anzi tutto, ai tempi suoi, Tove Ditlevsen era nota come poetessa: autrice di spaurita precocità – comincia a scrivere versi a dieci anni, pubblica da quando ne ha venti – raggiunge la fama con la raccolta “Blinkende Lygter”, uscita nel 1947. Seguirono diverse raccolte di versi; alcune poesie sono state messe in musica: “al momento della sua morte, volontaria, era una delle autrici più lette in Danimarca”.
Alcune poesie, pur procedendo per colpi di luce, frazioni, candele nel loggiato scuro, hanno un tono narrativo, d’inquisizione, da cronaca di uno sconfinamento. In certi momenti, Tove ricorda i ripidi tratti di Ágota Kristóf: tutto, soprattutto l’indicibile, va detto incuneandosi in uno scavo. Che a qualcuno venga in mente, prima che il ‘caso’ sia ravvolto nel lino dell’oblio, di tradurre le sue poesie. Intanto, una silloge.
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La luce trema
Nella lunga notte dell’infanzia, fioca e nera, ci sono piccole luci scintillanti che tremano tracce della memoria, sparse braci, mentre il cuore gela e prende il volo.
Soltanto qui il tuo amore inesorabile risplende perso tra le notti cupe, irte di nebbia, e tutto ciò che hai amato e sofferto sconfina oltre la volontà.
Il primo dolore è una faglia di luce torsione di lacrime nello spazio; quel dolore avvinghierà il tuo cuore quando ogni tempo sarà svanito.
Alta come la stella primaverile brucia la prima gioia dell’infanzia la cercherai per sempre, per rampicare sulle rapide dell’ombra, a fine estate.
La fede comporta estremismi: il primo e l’ultimo sono impagabili nell’oscurità qualcosa sfavilla: non hai più nulla da perdere.
Qualcuno si avvicina a te – magari quell’altro – ma nessuno potrà conoscerti del tutto perché la tua vita è nascosta da quelle luci che tremano: che tutti rinuncino a te.
Il vecchio si alza presto. Non tutti i pensieri si possono cogliere. Come bambini si muovono sempre rientrano tardi inciampano e si grattano gli stinchi sulle strade dello Jutlad.
Siede tranquillo su una panchina, al sole. Gli altri vecchi gli parlano di rado. Sente poco e male legge libri a volte riceve lettere o visite.
È il più vecchio: un addetto deve portarlo dentro per mangiare.
Le sue mani tremano violente per niente il dottore è serio quando gli urla nelle orecchie.
I carrelli sferragliano attraverso la stanza. Il vecchio ricorda di essere un bisnonno. Il figlio maggiore ha sessant’anni e il tempo corre come pioggia lungo le grondaie, in cortile.
Quando dorme sogna la moglie per sempre giovane nella sua memoria. Prepara il pranzo a Søndermarken e gioca con i loro figli, che crescono, sottili.
Si sveglia spesso soffre nella parte bassa della schiena è solo e confuso distante da gioia e dolore.
Domani gli procureranno un apparecchio acustico. La morte è ancora lontana, come l’orizzonte.
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Divorzio 3
Non è facile stare da soli gli altri hanno occhi impazienti nell’attesa. Il pavimento risucchia i passi sotto di te. Ti reggi sulle tue braccia ora per ora. Un vocabolario di circa cento parole che non puoi spartire.
Il sentore di qualcosa di spiacevole l’assenza di odori forti. Sfere di fumo tra le tende.
Il letto ora è troppo largo. Le tue amiche ti mollano quando è il tempo di cucinare le patate.
Libertà arriva sul prossimo treno: uno sconosciuto viaggiatore che non ama i bambini. Il cane è agitato annusa le gambe dei pantaloni è presto per andare in calore. Tu leggi libri guardi la tivù non capisci nulla ma all’improvviso sei felice è mattina: la sera tornerai triste.
È una fase dicono le tue amiche che devono dire qualcosa tu passi oltre. Senza peso come un astronauta leviti nelle stanze vuote e attendi la libertà di fare ciò che non vuoi più fare.
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Gli adulti 1
La mattina il desiderio è slegato dall’oggetto è una sorta di sete ultraterrena: la primavera può estinguersi.
Il desiderio non ha bisogno di qualcuno in particolare: soltanto la vita si divide nel prima e nel dopo.
È stato bello svegliarsi e sapere che stavi solo sognando. Ora vivi dentro il sogno ed è bene che tu lo sappia: in realtà tutti gli adulti sono andati via non sono mai stati non torneranno a casa.