Realizzare l’impossibile. Roald Amundsen, il ragazzo che voleva una “vita tempestosa”
Cultura generale
Linda Terziroli
A guardare gli adulti – riflette Tove, la protagonista – non si direbbe che ne abbiano avuta una e non si osa chiedere come abbiano fatto a superarla senza riportarne profonde cicatrici in viso. “L’infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli”. Il titolo originale era Barndom che, dal danese, è stato tradotto proprio con la parola Infanzia. Il primo libro della trilogia autobiografica di Copenaghen (tradotto da Alessandro Storti per Fazi editore) della scrittrice e poetessa danese Tove Ditlevsen era uscito nel 1967 ed è stato pubblicato soltanto una manciata di giorni fa, per la prima volta, in Italia. A questo primo romanzo seguiranno Gioventù e Dipendenza. Da alcol e droghe, s’intende. Una vita tormentata quella dell’affascinante Tove Irma Margit Ditlevsen, nata nel dicembre 1917 e morta suicida nel marzo 1976. Un’outsider anche in fatto di amore, oltreché di letteratura con quattro matrimonio e altrettanti divorzi. Ma, in questo caso letterario, l’amore è solo un’allusione poetica più o meno velata, un discorso tra ragazzine sussurrato, o strappato, in un angolo del condominio operaio. Una parola poetica scritta sul quadernetto delle poesie gelosamente custodito nell’ombra riposta di un cassetto di casa. Un quadro da osservare, nei giorni d’infanzia, sulla parete di casa, che ritrae una donna che guarda fuori dalla finestra; alle sue spalle una culla con un bambino piccolo. Sotto il quadro, il suo titolo: Donna in attesa del ritorno del marito dal mare.

La parola Infanzia che in italiano allude al fatto che un bambino non possa parlare è ricorrente in questo libro dove si cerca, attraverso un cristallino racconto autobiografico, di inseguire ciò che non si può definire, di cogliere il segreto di questa cosa chiamata infanzia che attraversiamo e che ci è sepolta dentro. “All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore. La si sente sugli altri bambini, e ognuna ha un aroma tutto suo. Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello altrui”. Non parliamo di infanzia felice, logico. Ma chi può dire di averne avuta una felice? “Siamo lì, intenti a parlare con una bambina la cui infanzia odora di cenere e carbone, e all’improvviso lei arretra di un passo perché ha sentito il fetore della nostra”. L’infanzia è irritante sia per chi è un bambino, tanto per chi non lo è. E Tove, l’autrice che è anche quella bambina sepolta dentro di sé che dice io, ha il coraggio di dirlo con parole schiette e di piombo. “Le persone che hanno un’infanzia così inammissibilmente visibile, tanto sul lato interiore quanto su quello esteriore, si chiamano bambini, e li si può trattare come si vuole, perché da loro non si ha nulla da temere. Non hanno armi né maschere, a meno di non essere assai astuti”. L’infanzia è di sicuro infelice e piena di oscurità. Il buio e la trappola dell’infanzia. “Buia è l’infanzia, e sempre sofferente come un animaletto intrappolato in un sotterraneo e dimenticato. Esce dalla gola come fiato condensato dal gelo, e certe volte è troppo piccola, altre volte troppo grande. Non ha mai la misura che ci vorrebbe. Solo quando la si perde come una pelle di serpente la su può osservare con calma e parlarne come di una malattia lasciata alle spalle. Quasi tutti gli adulti sostengono di avere avuto un’infanzia felice, e magari ne sono davvero convinti, ma io non credo”.
Sul “fondale” dell’infanzia, ci sono un padre, fuochista, “che ride”, un fratello più grande e una madre difficile. “Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante, e se voglio un segno d’affetto devo cercarlo io. Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei, per farla sorridere, per acquietare la sua rabbia”. Nel cuore di Tove bambina c’è “quel caos di rabbia, dolore e compassione che da oggi in poi, per tutta la vita, mia madre desterà sempre in me”. I suoi ceffoni sono “frequenti e forti, arbitrari e ingiusti”. L’infanzia è ricordare i rimasugli delle unghie tagliate che sono quindi gettate, senza una ragione, nella stufa di maiolica. L’infanzia è sapere che “dovunque ci si volti, si va a sbattere contro la propria infanzia e ci si fa male”. L’infanzia è confrontarsi con il buio di altre bambine che presto saranno ragazze madri, che sono state adottate e non hanno paura di niente. L’infanzia è intonaco che cade, è un vestito cucito addosso che va a brandelli. “La mia lacera infanzia mi sventaglia addosso, e non ho nemmeno il tempo di rammendare uno strappo, che già se ne forma un altro”. L’infanzia è avere la certezza che, in quanto ragazza, Tove non potrà frequentare il ginnasio.
L’infanzia è sperare di poter pubblicare le proprie poesie e crederci. Ma esserne delusi. A quattordici anni, non si possono pubblicare certo poesie erotiche su un giornale. “Ripresentati fra un paio d’anni” si sente rispondere. È primavera, in città. La bambina che poi è una ragazzina che sta perdendo la sua infanzia dentro di sé pensa: “Non diventerò mai famosa, le mie poesie non valgono nulla. Sposerò un operaio affidabile che viene dritto a casa con la busta paga e non beve, e che ha un posto fisso, con contributi pensionistici”. Le ultime scaglie di infanzia le cadono di dosso. “Leggo dal mio quaderno di poesia, mentre la notte passa davanti alla finestra, e senza che io me ne renda conto l’infanzia cade in silenzio sul fondale della memoria, che è la biblioteca della mente, dalla quale attingerò conoscenza ed esperienza per tutto il resto della vita”.
Linda Terziroli