Petra è il nome di un’adolescente che in questo mondo così competitivo, distratto e votato all’apparenza, percepisce di essere invisibile. Petra si sente come «la siepe di Leopardi», s’innamora del ragazzo sbagliato, viene bullizzata dagli amici, non si fida di nessuno, non si sente amata. Lei è la protagonista del romanzo Non fate arrabbiare Petra di Riccardo C. Mauri, autore e sceneggiatore per il web e la tv, edito da Paoline.
Petra è anche la ragazza che rivoluziona il suo modo di affrontare la vita e che nella disciplina sportiva del pugilato troverà nuove regole, nuove forme di autostima e affermazione sociale. Un romanzo per gli adolescenti di oggi che hanno voglia di mettersi in gioco e di capire perché sport e amicizia possono davvero salvarti la vita. Lo afferma anche Irma Testa, giovane campionessa di pugilato italiana, che firma la prefazione: «Osserva il ring e prova a immaginarti lì sopra, pronta a combattere». (Alessandra Angelucci)

Una storia, quella che racconti, che ruota intorno alla figura di una giovane donna: chi è Petra?
Petra è un’adolescente che fa esperienza di un sentimento di unicità che non trova un corrispettivo nel mondo che la circonda. Lei è unica e speciale ma ha la percezione che agli occhi del mondo sia invisibile. Questo crea in lei una forma di conflitto interiore, come spesso accade quando si è in adolescenza. Ma il suo nome dice molto. L’ho scelto perché rappresenta qualcosa di stabile, di solido, di duro, in contrasto con la sua fragilità e vulnerabilità.
Fra le prime pagine può leggersi la descrizione della cameretta in cui la protagonista passa molte ore del suo tempo. Un luogo in cui potrebbero rispecchiarsi tutti gli adolescenti di oggi, da un anno a contatto soprattutto con questo spazio, a causa del Covid-19. Che cosa rappresenta?
Quando ero adolescente io, ho vissuto la rivoluzione di Internet, ma non avevo gli strumenti tecnologici di cui i ragazzi ora dispongono. A quindici – sedici anni, la cameretta è il rifugio che si ha rispetto al mondo e alla famiglia. Il luogo che ti permette di non esserci e di decidere tu se vuoi esserci e quando, come e per chi. Questo accadeva quando non c’erano cellulari e social. Oggi invece, sei raggiungibile ovunque, anche all’interno della cameretta, che resta un luogo importante nell’adolescenza, in cui far germogliare, per tentativi, la propria personalità.
Eppure la cameretta di Petra è vuota. Non ci sono poster, fotografie. Si può dire che per lei sia un luogo di protezione, prima del “volo” che poi farà?
Sì. Un luogo di protezione ma anche di proiezione. Come se fosse lo schermo bianco del cinema: attraverso la sua immaginazione, Petra arricchisce la stanza con il suo mondo interiore. Da un lato soffre per il fatto di vivere in una stanza che non è abbellita come quelle dei suoi coetanei, dall’altro però è proprio il vuoto che permetterà alla sua fantasia di prendere forma.
Il libro tocca temi sociali importanti: bullismo, cyberbullismo, violenza fra i ragazzi e le ragazze, anche nel mondo della scuola. Petra sente di essere esclusa e diventa anche oggetto di presa in giro nel gruppo WhatsApp “Sfigate X Sempre”. Come reagisce alle prese in giro e al disagio che ne consegue?
Petra è una ragazza che trova una risorsa in quello che le succede. Riesce a reagire. Non tutti nella vita, per ragioni diverse, hanno la forza di risolvere o trovare soluzioni alle vessazioni subite. Petra ha carattere e grande forza di volontà, fa propri gli stimoli esterni che arrivano e li trasforma in qualcosa di positivo e di virtuoso.
E lo fa trovando la sua collocazione nel mondo dello sport: il pugilato. Una donna che si avvicina a una disciplina che, nell’immaginario collettivo ricco di stereotipi, tende ad essere associata alla figura maschile.
Siamo in un momento storico in cui c’è sensibilità su determinati temi e stiamo andando nella direzione della parità, anche nello sport. La boxe è una disciplina che è stata sempre considerata, anche con un po’ di pregiudizio, appannaggio dei maschi, perché mette in scena episodi di fisicità che è facile associare a un certo tipo di maschilità. Questo rappresenta un pregiudizio e probabilmente continuerà ad esserci. In Italia abbiamo tantissimi esempi di campionesse nel pugilato femminile. Penso a Irma Testa, che ha firmato la prefazione del libro: prima in Italia a partecipare a una Olimpiade. Negli ultimi anni, le palestre di pugilato sono molto frequentate dalle ragazze che cercano in questo sport non soltanto un’attività fisica ma anche un modo per superare determinate paure.

La boxe insegna regole di vita importanti. Quali?
Nell’ambito dei valori, la boxe insegna il rispetto dell’avversario, testimoniato dall’abbraccio dei due contendenti alla fine di ogni incontro. Al gong finale gli atleti si stringono con rispetto, mentre poco prima si stavano menando. È un momento che trovo molto intenso, frutto della cultura del rispetto che questo sport mette in luce. Una delle regole fondanti è anche che sul ring è assolutamente vietato colpire una persona inerme, caduta a terra. Questa è una regola pratica che vale come regola di vita in generale. Penso ai brutti episodi di cronaca nera, anche recenti. Se venisse osservato questo principio anche nelle improvvise contese di strada, leggeremmo probabilmente meno brutte notizie sui giornali.
“Combattere” consente a Petra di fare anche un salto metaforico importante: se nella vita si può rischiare di non esistere per qualcuno che ami, sul ring si esiste per se stessi e sei visto anche dagli altri. È così?
Assolutamente. È un po’ come per Clark Kent, che entra nella cabina telefonica e ne esce da Superman. È un momento che consente di sentirsi come dei piccoli super eroi quotidiani. La differenza con i fumetti è che sul ring non sei un super eroe che salva il mondo, ma un super eroe che salva se stesso. E chi salva se stesso, salva anche il mondo.
La protagonista lotta, combatte per la sua affermazione, reagisce alle prese in giro dei suoi compagni. Vuole qualcosa di più dalla vita che un semplice riconoscimento “social”. Petra insegna che si può essere persone e non personaggi.
Credo che la comunicazione social, purtroppo, favorisca la formazione di una identità molto omologata e standardizzata. Per cui per essere riconosciuti come persone vincenti e sentirsi tali, bisogna avere determinate caratteristiche fisiche, seguire le tendenze. Le persone che per mancanza di volontà e attitudine non riescono a conformarsi a questi tipi di modelli, pagano un po’ il prezzo dell’invisibilità, come accade a Petra.
Infatti Petra si confronta con Tommaso, Seb, Erika, Marghe: amici “visibilissimi” agli occhi della società. Belli, attivi, presenti sui canali social. Ma accade qualcosa di rivoluzionario: Petra compie azioni forti nei loro confronti, disarciona gli steccati costruiti intorno a loro e smaschera le loro vere identità.
Petra, nei confronti degli altri personaggi della storia, suoi co-protagonisti, vive sempre delle situazioni che invertono lo stato iniziale. Con ciascuno di loro vive una situazione inziale da vittima che verrà poi ribaltata. In qualche modo rieduca i suoi pari, al fine di farsi rispettare. Erika, che è l’amica bellissima e desiderata, si scopre essere molto fragile. Seba si interessa a lei, ma lo fa male, esagerando e in maniera inopportuna. Sarà Petra a rimetterlo a posto. E poi Tommaso, il contraltare della protagonista: lui è visibilissimo, mentre Petra no. Tommaso pecca così tanto di overconfindence nei confronti di Petra e del mondo, che si dimostra alla fine per quello che è: un ragazzino pieno di paure.

Nell’intreccio della storia compaiono anche alcune ragazze che confidano di essere state umiliate dai propri coetanei, attraverso la divulgazione, nelle chat, di alcune foto rubate inconsapevolmente ad alcuni loro momenti di intimità. Il collegamento al problema del revenge porn è immediato.
In alcuni casi e contesti particolari, le persone che si rendono responsabili di questi episodi di violenza non hanno gli strumenti per riconoscere il disvalore di quello che stanno facendo. È un problema di diseducazione che porta giovani, ma anche adulti, a piombare direttamente davanti alla gravità del gesto, solo una volta sanzionati secondo Legge. Fortunatamente negli ultimi anni le cose stanno cambiando, comincia ad affermarsi una sensibilità diversa. Spero che non si smetta mai di parlare di violenza, di revenge porn. Anzi, spero che le persone che si sono macchiate di simili reati possano diventare testimoni dei loro errori e del dolore che hanno creato a molti.
Credo ci sia anche la volontà, in questo libro, di restituire una nuova dignità alla figura genitoriale, in un momento storico in cui la famiglia vive una evidente fragilità. C’è un padre disattento, almeno all’inizio, e una madre che abbandona. Per fortuna, poi, ci sono i ricordi che salvano, e per Petra “il suo primo ricordo è fatto di amore e vertigini”, collocato su un balcone, dentro un abbraccio materno. Ma non saranno proprio gli abbracci a mancare ai figli di oggi?
Credo che gli abbracci manchino in generale a tutti, sempre. Recuperare una memoria fisica, tattile, con dimostrazioni di affetto credo sia necessario. Soprattutto in questo momento storico in cui abbracciare un amico o un genitore non è più una cosa scontata. Quando è difficile la comunicazione “a parole”, l’affetto arriva a risolvere, mettendo in luce sentimenti ed emozioni.
La storia che racconti ruota intorno a stereotipi sociali. In questi giorni si parla molto dell’approvazione del DDL Zan contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo. Lei è a favore?
Sì, senza dubbio. È necessario intervenire su alcuni temi sociali attraverso le Istituzioni e dare una forma legislativa chiara. Occorre superare la riflessione basata sulle opinioni, in questi casi, e formalizzare messaggi che chiariscano, nel rispetto dei diritti umani, che cosa è lecito dire e fare e cosa non lo è.
Dal mondo autoriale televisivo, come quello de Le Iene, a quello editoriale. Cosa resta di questa ultima esperienza da scrittore?
Scrivere di narrativa per bambini e adolescenti è un’attività che faccio con passione nel mio tempo libero e continuerò a fare, perché mi tiene connesso alle parti più infantili. Un processo sicuramente diverso dalla scrittura che faccio per mestiere in tv. Ci sono modi e tempi diversi.