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“I matti non mentono/ i matti ci vedono/ i matti dicono sempre una verità” sui beati della “casa delle farfalle”

Beati. Potrebbe indugiare qui, il lettore. Chiudere gli occhi sul precipizio di una iniziale invocazione e riaprirli soltanto alla consegna di un preciso messaggio: “P+F=P”. È questa la formula rivoluzionaria, la nuova fisica che sposta ancora l’asse dei pianeti per riallineare le variabili sulla linea del tempo. Dire che sì, “presente più futuro uguale passato”, perché è il futuro – con tutto quello che sarai, farai, scriverai – a dare senso a ciò che sei stato e hai fatto. Beati: virgola. Per continuare devi prima conoscere. Accettare che ormai il cambiamento è vicino. “P+F= P”. Ripetere la formula come una preghiera. 

Stefano Redaelli con Beati gli inquieti (Neo edizioni) consegna un’opera che è un vero e proprio atto di fede, perché la voce è quella dei “matti”, la più autorevole in mezzo a tanti uomini di scienza che parlano e sanno perché sta scritto in terra. La voce dei “matti”, invece, non ha bisogno di essere verificata, perché è altrove che sta il sigillo della sua veridicità: “Chi soffre non è misero. Gesù lo chiama beato”. Ed è da qui che germina Beati gli inquieti, dalla voce di chi vede il cielo arcobaleno, perché ha conosciuto il nero del centro della terra. Un libro che arriva a dirci che questo è il tempo delle domande, in mezzo a tanti che danno risposte.

E se avessimo davvero sbagliato tutto? Se la soluzione fosse tutta lì, nella spinta in avanti, sulla finestra del futuro atteso che determinerà la possibilità di ogni redenzione umana? Ciascuno di noi potrebbe essere Lazzaro senza saperlo, perché è davanti ai farisei che ci inginocchiamo per chiedere ancora spiegazioni e assoluzioni per i peccati commessi.

Lo scrittore Stefano Redaelli, professore di Letteratura Italiana presso la Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, consegna al lettore la formula – “P+F= P” – che potrà riscattare ogni essere umano giudicato, processato, vilipeso, abusato. Lo fa aprendo le porte della “Casa delle farfalle”, il luogo abitato dai reietti a cui l’autore dà corpo, braccia, testa, voce, anima. Angelo, Carlo, Simone, Marta, Cecilia. Nella “Casa delle farfalle” abitano loro, la follia e il deserto, poiché – come si legge – “follia e deserto hanno tre cose in comune: 1) l’abbandono, 2) la sconnessione, 3) lo spopolamento”. E questo le farfalle lo sanno.

Chi può essere definita una creatura beata? Quale feritoia dell’umana esistenza bisogna attraversare, perché la libertà possa essere percepita come olio medicamentoso? Beati, beati, beati: un incedere anaforico che Stefano Redaelli sigilla già nel titolo del suo libro, invocando la carità che fu di San Francesco e la salvezza di chi è “senza quiete”, di chi è chiuso dentro una vita che si fa molteplice e scorticata dai muri del rifiuto. 

“Beati gli inquieti” poggia la narrazione su un atto rivoluzionario: la voce, una voce, le voci. Struttura narrativa degna delle più belle drammaturgie, dove al primo atto sei già certo di aver capito come andrà a finire. Ma sorriderai, quando vedrai chiudersi il sipario. Ripenserai a chi hai visto piantare poesie sottoterra e attendere la fioritura in parole, a chi ha truccato gli occhi con colori diversi, sapendo che la tristezza e la gioia sono riflessi di uno stesso specchio. 

Siete pronti ad ascoltare la storia del protagonista Antonio? Anche lui si trova lì, ricercatore solo e vivo, vivo e solo, con un incendio come ricordo. Pronto a registrare cosa accade nella “Casa delle farfalle” di cui è parte, giorno dopo giorno. Quella di Antonio potrebbe essere la storia di tutti: metafora del volo e di un’esistenza fragile, che si dischiude al lettore con una iniziale bugia che tutti perdoneranno presto, quando capiranno che “I matti non mentono/ i matti ci vedono/ i matti sono nudi/I matti dicono sempre una verità”. Perché è il mondo ad abitare in loro e non loro ad abitare il mondo. Gli uomini abitano il pianeta terra, i matti no. I matti hanno il mondo dentro, sono capaci di capovolgerlo e vedere allo stesso tempo la notte e il giorno.  Loro lo sanno che “il presente è il tempo degli schizofrenici” e che “il passato è il tempo dei depressi”.

Beati. Beati. Beati. Nel Vangelo di Matteo la mano di Dio è pronta a riconoscere la giusta ricompensa. È questa l’eco che Redaelli fa suonare attraverso la voce narrante, augurando beatitudine ad “Angelo non violento”, a “Cecilia poeta”, a “Simone sacerdote”, a “Marta sposa”. Ma dovranno stare tutti attenti, cercare di non fare il passo che li spinga oltre il precipizio. Il pericolo è proprio questo: loro, che sono sale della terra agli occhi di Dio, creature beate di un pianeta corrotto, potrebbero pietrificarsi e cristallizzarsi con un soffio di labbra. Il destino, allora, potrebbe essere uno soltanto: diventare abitanti immobili della “sala dei depressi”, gessati dal loro stesso sale che più non scioglie. Una sala che l’autore immagina aggiungersi agli ambienti reali e già esistenti nelle Miniere di sale di Cracovia. Avete visitato mai quel luogo? Io sì. Bisogna scendere nelle viscere della terra e mancare d’aria. Credeteci, perché lo dicono proprio loro e “bisogna essere idioti per non capire i matti”

Alessandra Angelucci 

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