Delle droghe non se ne parla ancora abbastanza. È un argomento scomodo, perché non riguarda solo i tossicodipendenti. Quello dell’uso delle droghe – e della morte che ne deriva – è un problema sociale, familiare e culturale. È un problema che riguarda tutti. In tempo Covid19 guardiamo con scandalo agli adolescenti e ai minorenni che si assembrano e non indossano la mascherina dentro agli chalet e ai locali. Scriviamo post sui social per ergerci a giudici integerrimi, ricordando le buone pratiche secondo i decreti emanati in tempo di emergenza sanitaria. Eppure non ci indigniamo a sufficienza davanti a fiumi di alcool, a minorenni che, in evidente stato di alterazione, uniscono ai superalcolici sostanze stupefacenti con conseguenze gravissime per il loro stato di salute. E i loro modelli sono spesso gli adulti. L’alcol è una droga, come lo sono le nuove sostanze psicotrope, l’eroina, la cocaina, l’hashish e la marijuana. Spesso si chiudono gli occhi, si preferisce la nenia della compassione al coraggio della responsabilità.
La giornalista Angela Iantosca, direttrice del Festival InDipendenze e autrice del libro In trincea per amore (Paoline, 2020), ci racconta senza veli il dolore di chi ha aperto la porta della dipendenza. Lo fa in modo duro, secco, raccogliendo le testimonianze di madri, padri, fratelli e sorelle che hanno vissuto sulla loro pelle l’inferno delle droghe e il percorso di recupero delle comunità.
Un libro che ha un titolo forte, che evoca l’impegno di chi combatte “contro” e “per” qualcosa. In questo caso “contro” l’uso delle droghe e “per” una vita d’amore. Come nasce il tuo lavoro di “trincea”?
Nasce nel 2015, quando entrai per la prima volta nella Comunità di San Patrignano a realizzare un servizio per “La Vita in Diretta” (RaiUno). Dovevo raccontare la storia di Roberta, una ragazza del Sanpa Hair (il parrucchiere della comunità), quasi pronta per uscire dalla comunità: sarebbe tornata alla sua nuova vita di lì a qualche mese. Da quel momento ho sentito l’urgenza di raccontare tutti quei ragazzi: le loro voci, i silenzi, le paure, le ragioni, le scelte sbagliate, la voglia di riscatto, la ricerca di verità, la necessità di fare pace con il tempo perduto, di guardarsi allo specchio, di accettarsi e provare a ricominciare. Grazie alla comunità, ho avuto la possibilità di raccogliere molte storie, trascorrendo con i ragazzi il Natale, il capodanno, dormendo all’interno della struttura che si trova a Rimini e che è stata fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli. Una esperienza molto forte, che continua tuttora, e che ha portato alla pubblicazione di Una sottile linea bianca (Perrone, 2018) e alla collaborazione con la comunità al progetto di prevenzione alle tossicodipendenze, il We Free, che ogni anno fa incontrare a San Patrignano circa 50mila ragazzi delle scuole italiane. Nel mio caso, abbiamo trasformato le storie contenute nel libro in monologhi teatrali che porto in scena con i ragazzi in percorso o con alcuni già usciti. Dal 2018, anno appunto della pubblicazione del libro, è cominciato un altro percorso che mi ha portato poi a In trincea per amore.
E dopo il 2018 cosa è accaduto?
Alle mie presentazioni si presentavano familiari di ragazzi tossicodipendenti che mi dicevano “parla di noi”. Quasi un mantra. Un richiamo fortissimo al quale inizialmente mi sono sottratta per diverse ragioni: in primis l’estrema delicatezza della materia da trattare, e poi la responsabilità di raccontare una ferita sanguinante, di entrare nel dolore più profondo di una famiglia, sapendo di doverlo fare con tatto, ma anche con quella forza necessaria per rendere un servizio utile a chi racconta e a chi legge. Alla fine, ho ceduto e ho cominciato a scrivere, scegliendo di essere autentica come sempre nella narrazione e anche nella scelta stilistica. È accaduto quando un padre, a Ravenna, durante un pomeriggio di prevenzione, mentre raccontava la storia di suo figlio eroinomane è scoppiato in lacrime dicendo “ho fatto cose che un padre non dovrebbe mai fare”. Di fronte a quelle lacrime ho deciso che era giunto il momento di raccontare la tossicodipendenza dal loro punto di vista, dalla prospettiva di un padre, di una madre, di un fratello, di una sorella, di uno zio, di un nonno ed anche di un figlio. Sapevo che sarebbe stato coinvolgente e doloroso buttarmi in questa nuova avventura, ma ciò che mi è stato restituito in cambio è stata un’onda di amore infinito.
Nel libro, ricco di testimonianze dirette di giovani figli e genitori, si evince chiaramente che il dramma della tossicodipendenza riguarda tutti: è un problema sociale, culturale, e solo alla fine familiare, quando un membro diventa dipendente dalle sostanze. Che cosa, secondo te, non si è ancora capito a sufficienza della tossicodipendenza?
È un problema familiare, sociale, culturale. È un problema che riguarda tutti, anche quando pensiamo non ci riguardi. È la manifestazione ultima di problemi che hanno radici profonde, di irrisolti, di dipendenze affettive. È un grido che lanciano gli adolescenti che non sanno in che altro modo farsi sentire. È la loro risposta a ciò che non c’è, a ciò che non trovano dentro di sé e nella famiglia. È la loro soluzione alla necessità di omologarsi, di far parte del gruppo, alla noia, all’avidità, all’invidia, alla curiosità. È la risposta a una società che si fonda sul risultato e che si dimentica di guardare alle persone. Mi capita spesso di sentire gente che tende a voler trovare un’etichetta politica per chi si occupa di queste tematiche, come me. La mia risposta è sempre la stessa: la droga non è un problema partitico o politico e le mie battaglie non hanno nessun colore, nessuna bandiera che le sostenga. Ciò che le muove è l’interesse che nutro per l’essere umano. Mi lasciano senza fiato dichiarazione provenienti da più parti sulla possibile legalizzazione, addirittura della cocaina (qualcuno è arrivato a dichiarare proprio questo): perché accade? Perché si ragiona sui numeri, sui soldi e non sulle persone. Oltre che su una cattiva informazione e su una assenza totale di analisi critica. Mi spiego: vogliamo domandarci cosa significherebbe legalizzare la cocaina? Ci si domanda quali sono gli effetti di questa droga sulle persone? Quando si parla della legalizzazione della cannabis per far cassa, si parla con cognizione di causa? Perché non si specifica che la legalizzazione interesserebbe sempre e comunque i maggiorenni e che i maggiori fruitori sono i minorenni? E ancora: sapete quali sono i danni della cannabis sul cervello, soprattutto sul cervello degli adolescenti? Sapete che si assottiglia la corteccia cerebrale? Sapete che fa emergere il bipolarismo latente? E che brucia i neuroni? E che non ci si dovrebbe mettere alla guida di nessun mezzo nelle tre ore successive all’assunzione perché aumenta del 50% la possibilità di fare incidenti? La droga dovrebbe preoccuparci e dovremmo occuparcene, perché quello che produce è omologazione, assenza di emozioni, perdita della memoria, danni fisici, morte, distruzione non solo di chi ne fa uso, ma di tutto ciò che ruota intorno a chi la usa.

Purtroppo tantissimi ragazzi si nascondono dietro al miraggio che vuole una distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere…
Ogni droga produce conseguenze diverse e non ci sono differenze tra droghe leggere e pesanti. Questa è una distinzione che serve da un punto di vista legislativo, ma di fatto la droga è droga. Non c’è quella migliore e quella peggiore. La droga fa male e chi la “promuove” davvero ha a cuore la vita delle persone? Ma soprattutto: perché lo Stato dovrebbe produrre malati? Credo sia un errore già fatto con il gioco d’azzardo: per far cassa lo Stato ha prodotto un milione di ludopati. Per questo dico sempre ai ragazzi quando li incontro nelle scuole (e con me lo dicono anche gli ex tossicodipendenti): “Non apritela quella porta”. Chi entra in contatto con le sostanze dovrà farci i conti tutta la vita, dimenticando il sapore che hanno le cose buone, quelle conquistate con forza di volontà, con determinazione, con il cuore pulito, la mente lucida, in piena coscienza. Le droghe spengono tutto ciò che siamo o potremmo essere. Ascoltate chi ci è passato da quell’inferno, ascoltate i sogni bruciati, le carriere finite, le doti distrutte, le famiglie rovinate. Andate nelle comunità, ascoltate e osservate. Informatevi sulle Nuove Sostanze Psicoattive e ciò che danneggiano: dovete sapere che sono realizzate in laboratori che non si conoscono, nei quali si assemblano sostanze che non si conoscono e la cui assunzione può causare la morte perché i medici non sanno cosa fare di fronte a chi le assume e finisce in ospedale. Bisogna dire che chi le spaccia usa i giovani come cavie per fare cassa e che modifica il contenuto di queste sostanze in base ai vuoti degli adolescenti, costruendo prodotti ad hoc. È questo che vogliamo per i nostri figli? Ecco forse non ci si indigna abbastanza, non se ne parla abbastanza, non si crede abbastanza che la droga sia come la peste.
«È una malattia la droga, di fronte alla quale non si può far finta di niente. Perché ti prosciuga. Ti rende tossico a tua volta. E ti fa anche ammalare». Con queste parole metti in luce come l’uso della droga da parte di un figlio possa a sua volta fare ammalare genitori e fratelli: ictus, aneurismi, infarti e tumori. Qualcuno non ce la fa. Quanto logora e consuma un certo tipo di dolore?
Paura, rabbia, senso di colpa, dolore, lacrime, attese infinite, carcere, violenza, sangue, minacce, denunce. La droga porta con sé tutto questo. E chi vive a contatto con chi si droga combatte ogni giorno una battaglia durissima, fatta di tante sconfitte, di distruzione fisica, di pianti senza fine, di urla, di disperazione. Di dipendenza dalla dipendenza. E anche di attesa della morte. Tanti genitori me lo hanno detto: “Speravo che mio figlio morisse”. Per spegnere tutto, per porre fine alla tossicodipendenza dalla tossicodipendenza, per allentare la tensione, per sentire finalmente la pace, per sapere dove è il figlio. Perché in quel dolore senza fine meglio saperlo in pace in una bara che in giro a rubare, spacciare, a morire giorno per giorno. Perché attendere la morte è sfiancante, soprattutto quando si tratta di tuo figlio.
Il tossicodipendente mente, dice bugie, sfugge alla realtà. Sa muovere ricatti emotivi. Qualche genitore, nella sua infinita battaglia, afferma che il figlio «gliela fa continuamente sotto il naso». Quali atteggiamenti non bisogna mai sottovalutare?
Il cambio di umore, gli strani appetiti, l’inappetenza, la pelle grigia, gli orari che cambiano, i risultati scolastici, le frequentazioni. Ma al primo posto è fondamentale assumersi la responsabilità di voler vedere. La droga, spesso, è l’ultimo male a cui si pensa.
Il tuo lavoro si avvale anche delle indicazioni e delle testimonianze di operatori specializzati, responsabili terapeutici e referenti di Associazioni di recupero, perché il messaggio che è necessario divulgare è che dal tunnel della droga si può uscire. Qual è il primo passo da fare?
Ho scritto questo libro per far sapere a più persone possibili che dalla droga si può uscire, ma che è importante chiedere aiuto. Che le associazioni esistono, sono sul territorio nazionale e sono delle “zattere in mezzo alla disperazione”. Si tratta di associazioni dove operano genitori di ragazzi in percorso, genitori di ragazzi usciti dalla comunità, ex tossicodipendenti. Sono luoghi in cui si organizzano incontri e si danno indicazioni precise su come comportarsi con chi si droga. Di solito sono i familiari che contattano le associazioni, passaggio necessario per arrivare poi in comunità. Quando arrivano sono trascorsi anche dieci anni dall’inizio della tossicodipendenza del familiare. Sono smarriti, increduli, incapaci di prendere decisioni, fragili e hanno bisogno di qualcuno che li indirizzi e che spieghi quali siano i passi da compiere: portare il ragazzo, monitorarlo, non lasciarlo mai solo, portarlo una volta a settimana a fare le analisi al Serd per dimostrare che ha smesso di drogarsi, togliere il cellulare, il motorino, la paghetta. Solo con la determinazione e la durezza si può sperare di ottenere qualcosa. Anche se la conditio sine qua non è sempre la partecipazione attiva del tossicodipendente, è fondamentale il ruolo dei familiari, in primis dei genitori che devono mostrarsi duri e compatti, coesi, determinati e soprattutto pronti anche a denunciare il figlio o a cacciarlo fuori casa, se le regole non saranno rispettate. Quindi il primo passo da fare è affidarsi a chi conosce bene i meccanismi mentali dei tossicodipendenti e le fragilità dei familiari.
C’è un aspetto, però, da considerare: «Il troppo amore può essere controproducente». Quale errore bisogna evitare, perché l’amore stesso si trasformi davvero in un gesto efficace e di aiuto per un tossicodipendente?
I no sono fondamentali nella crescita dei figli. Non solo: un errore che spesso si commette è creare una relazione amicale con i propri figli. Cosa sbagliatissima che porta i giovani a non rispettare gli adulti e le loro regole. Le regole sono espressione di amore, non di “odio” verso i figli. E non importa se loro non lo capiscono. Sono adolescenti, sono giovani, è normale che si vogliano ribellare al sistema. Non abbiate paura di essere risoluti. Soprattutto se si ha un figlio tossicodipendente: sanno annusare la debolezza, sono manipolatori e violenti. Chi ha a che fare con loro non deve arretrare.
Antonio Boschini, responsabile terapeutico della Comunità di San Patrignano, afferma che nove persone su dieci che arrivano nel centro fanno uso smodato di sostanze con l’unico fine di sballarsi. Il fine è la ricerca di un divertimento che senza droghe sembra non poterci essere. Pensiamo anche al caso recente di Terni, che ha visto morire per uso di metadone due giovani adolescenti. Una mancanza nel percorso educativo familiare, un bombardamento mediatico fuorviante nei modelli proposti o entrambe le cose?
Manca la famiglia, mancano punti di riferimento, manca un metodo, mancano delle regole, mancano i no, manca una scuola attenta e preparata. In compenso c’è disinformazione, ci sono serie tv violente, serie tv che parlano di droga e che spiegano anche come venderla on line o sul deep web. Serie accessibili a tutti e che invece richiederebbero accanto qualcuno di preparato in grado di spiegare, indirizzare e far sviluppare nei giovani un senso critico. Quando sento di episodi tragici che riguardano ragazzini giovanissimi che erano in giro di notte mi domando sempre: “E la famiglia dove era?”. È inutile poi piangere e disperarsi, riempire i giornali per un paio di giorni, quando anche l’informazione è la prima responsabile di una informazione parziale. Sono temi sui quali bisogna tenere i fari accesi sempre, non solo quando c’è qualche sequestro o muore qualcuno o quando ci sono delle ricorrenze. Il 26 giugno, giornata internazionale della lotta alla droga, non si è parlato da nessuna parte del tema perché “troppo pesante”. È inutile cercare i responsabili o un capro espiatorio. Tutti dobbiamo considerarci responsabili di quelle morti: anche chi sapeva e non ha detto niente, chi ha pensato che fosse meglio farsi i fatti propri, chi ha pensato che è meglio non immischiarsi con certe situazioni. Non ci si può deresponsabilizzare. Essere società civile significa anche questo.
E l’alcol, che a tutti gli effetti è una droga, come si colloca dentro il discorso delle dipendenze?
L’alcol arriva prima della droga. Non se ne parla abbastanza, proprio perché è sdoganato da un punto di vista culturale e anche statale. Ma dall’Istituto Superiore di Sanità continuano a ripeterlo: prima della canna arriva l’alcol e non c’è bisogno di andare nelle periferie per vedere giovanissimi ubriachi in giro di notte che schiamazzano. Ancora una volta mi domando: la famiglia dov’è? La risposta è implicita nella domanda. Stessa domanda che mi sono posta quando un ragazzino di terza media mi ha detto che prima di andare a scuola beve la Redbull perché così si sente tranquillo. O quando una ragazzina di 12 anni mi ha confessato che la madre le permette di bere senza limiti a casa, purché non lo faccia fuori. Ancora una volta: di chi è la colpa?
La scuola fa già molto grazie ai percorsi didattici dedicati alla cultura della legalità. Secondo te a quale età bisognerebbe cominciare a parlarne?
Dalle scuole medie e in forma di gioco anche dalle elementari. I miei progetti di prevenzione alle tossicodipendenze li organizzo per le seconde e terze medie: durano circa due mesi e comprendono anche una visita alla comunità di recupero. È importante che i ragazzi sappiano, perché possano essere davvero liberi di scegliere. È importante che abbiano tutte le informazioni corrette.
Lasciamoci con un messaggio di speranza…
Ci sono migliaia di famiglie che hanno attraversato l’inferno delle droghe e che hanno trasformato il dolore in un’occasione incredibile di crescita, di messa in discussione, di riscoperta di ciò che conta davvero, e anche di amore. Sono tutte famiglie che non dimenticano ciò che hanno vissuto o stanno vivendo, ma che hanno permesso a se stessi di attraversare una porta difficile da varcare, di assumersi la responsabilità delle fragilità dei figli, per scoprirsi alla fine migliori e aggrappati alla vita come solo le persone che hanno rischiato di perderla sanno fare.
Alessandra Angelucci
*In copertina: Frans Hals, “Giovane ragazzo con teschio”, 1626, particolare