Carl Sandburg morì in piena estate, nel 1967, a 89 anni. Lyndon Johnson, allora Presidente degli Stati Uniti, si espresse con parole mai udite prima. “Carl Sandburg è stato più della voce dell’America, più di un poeta retto dalla forza del suo genio. Egli è stato l’America. Lo abbiamo conosciuto e amato come il bardo della democrazia, l’eco del popolo, la nostra coscienza, il cantore della verità, della bellezza, dell’ideale”.
Fa sempre un certo effetto quando il potere politico si inchina al cospetto della poesia. Il poeta, a tutti gli effetti, è garante della poetica del popolo, dell’identità di uno Stato. Lyndon Johnson disse di “un amico”, di “un prezioso compagno per milioni di persone”. Il suo discorso terminò in crescendo:
“Carl Sandburg non ha bisogno di epitaffi. La sua memoria è inscritta per sempre nei campi, nelle città, nel volto e nel cuore della terra che ha amato e della gente che ha cantato e ispirato”.
Quattro anni prima era morto Robert Frost: della stessa generazione di Carl Sandburg, rappresenta l’apice opposto della poesia americana. Se Sandburg – la cui ‘carriera’ lirica è esemplificata nei tonanti Chicago Poems, 1916 – è il poeta della città, Frost lo è della campagna. Poeti inarginabili, di suprema originalità – quando è grande, un poeta contiene moltitudini, fa lottare le proprie contraddizioni –, sono, entrambi, i più forti eredi di Walt Whitman. Sulla lunga distanza, è vero, i versi di Frost sembrano corrispondere ancora, per estro profetico, all’anima americana; Sandburg – tradotto poco & male in Italia, senza lungimiranza editoriale – annaspa, autentico figlio del proprio secolo, un lume tra torsioni di oblio.
Quell’anno, il 1967, il Pulitzer “for Poetry” cascò nelle mani di Anne Sexton, per Live or Die. Non potremmo pensare un poeta più diverso da Sandburg. Passionale, confessionale, erotica, intima, provocante la Sexton; epico, impegnato, sociale, teso a sintonizzarsi sugli umori degli uomini e sulle mire dell’era Sandburg. Lui il Pulitzer lo aveva ottenuto nel 1951, per i Complete Poems, culmine di un’opera eccezionale.
Carl Sandburg è stato, per decenni, l’emblema dell’artista statunitense, la sua raffigurazione copernicana. Nato il 6 gennaio del 1878 a Galesburg, Illinois, in una famiglia di origini svedesi, poverissima, Sandburg si mobilitò in diversi impieghi per guadagnarsi da vivere: consegnava il latte; imparò a fare il barbiere; fu muratore e bracciante. Scaricò il carbone in Nebraska, fu portiere in un albergo di Denver e spedito a Puerto Rico durante la guerra Ispano-americana: compiva vent’anni, lo irreggimentarono in fanteria – non saprò un colpo. Fu segretario del Sindaco a Milwaukee e giornalista a Chicago, la “Città dalle spalle larghe” a cui dedicò le prime, prepotenti poesie. Per ascendere, visse i bassifondi.

Scrisse tantissimo, Carl Sandburg; per gli studi su Lincoln – riassunti in sei volumi biografici suddivisi in due cicli: Abraham Lincoln: The Prairie Years (due tomi, 1925) e Abraham Lincoln: The War Years (1939) – fu insignito del Pulitzer “for History”. Durante una conferenza alla Casa Bianca, spiazzò gli astanti:
“Mio padre era analfabeta: scarabocchiava un segno sul registro delle paghe. Mia madre leggeva la Bibbia nella sua lingua, ma non sapeva scrivere. Io ho scritto diversi libri su Abramo Lincoln, la cui madre non sapeva né leggere né scrivere. Credo che in queste circostanze si possa leggere, in filigrana, la storia degli Stati Uniti d’America”.
In vita, gli furono dedicate scuole – per i bambini scrisse le formidabili Rootabaga Stories, tradotte in Italia da Mondadori –; lo invitavano ovunque: portava con sé la chitarra, la squadernava, cominciava a cantare le sue poesie. Dicono di un fascino irrimediabile, “parlava come un uomo che stia lentamente per rivelare qualcosa”, ha detto Ben Hecht, lo sceneggiatore – tra i tantissimi film – di Scarface e di Io ti salverò. Un amico ha detto che “riassumere l’anima e la vita di Carl Sandburg è come tentare di ritrarre il Grand Canyon in un’unica istantanea, in bianco e nero”.
Mal sopportava – con equivalente ferocia – gli alfieri della rima, i poeti tradizionalisti (“Tutti agghindati ma privi di meta: sillabe, accenti prescritti e obbligati, rime – l’abilità tipica di chi risolve i cruciverba”), come i ‘modernisti’ (“fanno una specie di jogging con le orecchie”). In una delle raccolte più note, Good Morning, America (1928), si prodigò nel dare “38 definizioni di poesia”. Un prodigio inventivo. La lista – tra nonsense, epigrammi eraclitei, epigrafi bislacche –, che abbiamo tradotto in calce, al contempo sarcastica, divertita, serissima, è un piccolo capolavoro che offre l’autentico ritratto di un poeta inimitabile: l’eterno bambino. Sandburg gioca con il linguaggio: ne avverte la materia plastica, organica – ne sente l’argilla – scarcerandolo dai nastri, dalle logaritmiche nequizie, dai logorroici ornamenti. Nell’I-Ching il 38 è “La Contrapposizione” (Kui), il fuoco sopra il lago, il luogo in cui tutto è distinto, tutto può essere una cosa o il suo contrario – un rogo o una falena, il mare o la cenere.
Socialista, alle elezioni presidenziali fu per Franklin Delano Roosevelt e per John Fitzgerald Kennedy; tuttavia, preferì dirsi “indipendente radicale” – che è poi un’ammissione di individualismo sovrano. Fu amato da Sherwood Anderson – “tra gli americani, è il mio poeta prediletto” –, H.L. Mencken ne apprezzava “l’assoluta originalità”; in molti, per il suo carattere, austero e carismatico assieme, lo scansarono. Ne paga ancora il fio.

Nonostante la fama – fu il primo privato cittadino a tenere un discorso davanti a una seduta congiunta del Congresso: era il 12 febbraio del 1959, per i 150 anni dalla nascita di Lincoln –, Sandburg restò uomo integro, figura di poeta incardinato nel sé, senza fronzoli né frontalieri dell’ideologia.
“Ciò che voglio? Restare libero, fuori da ogni prigione… poi… cibo regolare… vedere pubblicato ciò che scrivo… un po’ di amore, una casa, il paesaggio americano… e cantare, cantare, cantare ogni giorno”.
Una regola. Per equilibrarsi sulle fauci del caos.
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38 definizioni di poesia
1 Poesia: proiezione nel silenzio di cadenze disposte in modo da rompere quel silenzio con decise intenzioni di echi, sillabe, longitudini d’onda.
2 Poesia: arte praticata con il terribilmente plastico materiale dell’umano linguaggio.
3 Poesia: resoconto della sfasatura sfumata tra due istanti, tra quando uno dice “Ascolta!” e “L’hai visto?”, “Hai sentito? Cos’era?”
4 Poesia: tracciare le traiettorie da un suono finito verso gli infiniti punti della sua eco.
5 Poesia: sequenza di punti e di rette che creano profondità, cripte, luci cruciali, crateri lunari.
6 Poesia: spettacolo di marionette dove domatori di razzi e sommozzatori chiacchierano sul sesto senso e sulla quarta dimensione.
7 Poesia: fare un buco sul muso di una statua di bronzo a forma di capra perché vi passi dell’acqua potabile.
8 Poesia: nodo scorsoio attorno al battito di un pensiero, di due pensieri, di un ultimo pensare intrecciato a tal punto che non ne sappiamo ancora il numero.
9 Poesia: eco che chiede a un danzatore d’ombra di essere il suo compagno.
10 Poesia: diario di un animale marino che vive sulla terra e desidera volare.
11 Poesia: serie di ragionamenti sulla vita che svaniscono in orizzonti troppo ripidi per qualsiasi ragionamento.
12 Poesia: impronta fossile di pinna e di ala con un giuramento illeggibile nel mezzo.
13 Poesia: mostrare un pendolo che si connette ad altri pendoli invisibili, dentro e fuori di sé.
14 Poesia: cielo scuro dove migra un’anatra selvatica.
15 Poesia: razzia di sillabe da scagliare contro le mura dell’ignoto e dell’inconoscibile.
16 Poesia: pagina di quaderno con un disegno che raffigura una poeta; sulla maniglia si scorgono tracce di polvere, sangue, sogni.
17 Poesia: carattere tipografico per un alfabeto dell’ozio e dell’odio, dell’amore e della morte.
18 Poesia: codice cifrato dei cinque desideri mistici racchiusi in un proiettile d’argento cavo dato in pasto a un pesce volante.
19 Poesia: teorema del fazzoletto giallo annodato da indovinelli, sigillato a un palloncino, legato alla corda di un aquilone che vola nel vento bianco contro il cielo azzurro, in primavera.
20 Poesia: musica da ballo che compara le follie del tip tap con le marce funebre più cupe e solenni.
21 Poesia: scheggia di luna nel ventre della rana dorata.
22 Poesia: risata ridicola per aver trovato un milione di dollari – risata ridicola dopo aver perduto un milione di dollari.
23 Poesia: silenzio e dialettica tra le radici madide di un fiore e il bocciolo che splende al sole.
24 Poesia: padroneggiare il paradosso della terra che culla la vita per seppellirla.
25 Poesia: indovinare cosa si vede, in un’istante, tra l’apertura e la chiusura di una porta
26 Poesia: ragnatela appena nata, all’alba, che testimonia una storia di tessiture e attese al chiar di luna.
27 Poesia: dichiarare una serie di equazioni, con numeri e simboli che mutano come specchi, stagni, cieli; l’unico segno immutabile è l’infinito.
28 Poesia: zaino pieno di ricordi invisibili.
29 Poesia: frammento di nebbia fluviale e di luci di barche in movimento, passato tra ponti e fischi, finché uno dice “Oh!” e un altro “Come?”
30 Poesia: disposizione cinetica di sillabe statiche.
31 Poesia: aritmetica della via più facile e del sentiero di primule, abbinato a cavalli con i fianchi sudati, nocche insanguinate e ossa, sulla difficile via verso le stelle.
32 Poesia: scatole delle illusioni che ondeggiano, legate con la cinghia dei fatti.
33 Poesia: elenco di uccelli, api, bambini, fratelli, insetti, neonati, baba jaga e bipedi che si aprono un varco tra bastioni barbarici.
34 Poesia: scrittura fantasma che racconta come si formano gli arcobaleni e come scompaiono.
35 Poesia: legame metaforico tra le bianchi ali della farfalla e i frammenti strappati di lettere d’amore.
36 Poesia: sintesi di giacinti e biscotti.
37 Poesia: matematica mistica e sensuale di fuoco, caminetto, waffle, viole del pensiero, persone e tramonti lividi.
38 Poesia: catturare un’immagine, una canzone, uno stile, in un deliberato prisma di parole.
Carl Sandburg
*In copertina: Carl Sandburg, nel 1952, mentre canta le sue poesie