Il siciliano Andrea Camilleri ha dedicato un breve racconto alle disavventure di un diavolo, prendendo spunto da un altro diavolo protagonista del romanzo dello scrittore francese Jacques Cazotte, che durante il periodo del Terrore lasciò la testa sotto la lama della ghigliottina.
Quello di Camilleri si chiamava Bacab, l’altro, sotto le spoglie di una bellissima donna, si chiamava Biondetta.
Ma, nella storia della demonologia e nella storia delle religioni, chi è il diavolo? Qual è il suo nome e quale aspetto assume il diavolo?
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La misteriosa figura del diavolo
Nella tradizione cristiana il diavolo è il calunniatore (dal greco diabolos), l’ingannatore, colui che corrompe e seduce con la finalità di catturare più anime da sprofondare nel suo “doloroso” regno infernale.
Il nome teologico del diavolo è quello di Satana, la cui etimologia risale all’ebraico śāṭān, con il significato di “avversario”. È un’entità spirituale – proviene pur sempre dal mondo angelico – con la quale un essere umano – sedotto e ingannato – può stringere un’alleanza e pure firmare un patto demoniaco per godere in terra di qualche vantaggio: il potere, la gloria, la ricchezza, la bellezza, la conoscenza, la sublimazione artistica. Nella storia della letteratura è un archetipo narrativo che rappresenta il Male e assume nomi e forme diverse. Nella tradizione medievale è rappresentato come una bellissima donna che induce al peccato o come un essere mostruoso con corna, piedi caprini, ali di pipistrello.
Così Dante descrive Lucifero nel Canto XXXIV della Divina Commedia:
Lo ’mperador del doloroso regno […]
quand’io vidi tre facce alla sua testa! […]
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali[…]
Non avean penne, ma di vispistrello […]
Con sei occhi piangea […]
da ogni bocca dirompea co’ denti,
un peccatore […]
Invece di una creatura mostruosa, Giovanni Papini nel suo colto saggio Il diavolo. Appunti per una futura diabologia lo descrive come un giovane alto e pallido, sofferente per la separazione da Dio. Una creatura diabolica che la Misericordia di Dio, questa è la tesi di Papini, potrebbe salvare. Il libro, pubblicato da Vallecchi nel 1953, rischiò di messo all’Indice dei libri proibiti su richiesta dell’Osservatore Romano, come in precedenza creò scandalo il Radiodramma del 1949 Il diavolo tentato.
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Il diavolo nella grande letteratura
Il diavolo dei grandi romanzi e drammi ha il nome di Mefistofele nel Faust di Goethe e in quello di Marlowe, Woland nel Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov.
A volte è solo citato come Satana o Lucifero, oppure come presenza demoniaca come accade con Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde o Il Doctor Faustus di Thomas Mann. Nei romanzi di Dostoevskij il diavolo non ha ali di pipistrello ma è una voce interiore, una lacerazione dell’anima piuttosto che la rappresentazione della deriva morale di una società corrotta, come accade con i personaggi dei Demoni. Mentre ne I fratelli Karamazov (Libro XI cap. 9) si mostra come “una specie di gentiluomo russo, non più giovane, con i capelli scuri un po’ brizzolati”.

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Il diavolo innamorato
Ma, nella gerarchia demoniaca, ci sono anche i “poveri diavoli” che devono, come si suol dire “sudare le sette camicie”, “farsi in quattro” per tentare più anime e, così, salire di grado. Come accade al diavolo dal nome Bacab, un povero diavolo d’aria, descritto nel breve racconto Il diavolo che tentò se stesso di Andrea Camilleri, pubblicato da Feltrinelli nel 2012, in una edizione che contiene pure l’opera, alla quale Camilleri si è ispirato, Le Diable Amoureux dello scrittore parigino Jacques Cazotte (1719-1792).
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Il diavolo di Camilleri
“Chiamatemi Bacab. Sono quel lucifugo che si venne a trovare nella mala vintura d’essere divintato, come dice il vostro poeta, spiacente a Dio e alli nemici sui. Essendo che sono un diavolo, il fatto di spiaciri a Dio per mia è sempre stato un titolo di merito, il problema è nato quando sono stato considerato una specie di traditore all’occhi dei mè capi, una cosa fitusa da trattare come ’na pezza da piedi”.
Questo è l’incipit del racconto satirico di Camilleri, con una lingua italiana impastata con il dialetto siciliano, dove il lucifugo (colui che vive nell’ombra) racconta la sua storia. A partire dalla sua nascita:
[…] Io pirsonalmente, Bacab, sono figlio di un diavolo d’aria e di una picciotteddra di Canicattì che una notte di stati di luna, sintendo càvudo assà, sinni era nisciuta di casa e sinni era annata a corcare, nuda, sutta a un garubbo […] Mè patre, un diavolo aereo, che si trovava di servizio da quelle parti, di subito pigliò parziale corpo […]
Camilleri con la sua arguzia ci dice, con la voce di Bacab, cosa s’intende per “parziale corpo” di un diavolo fatto d’aria per sedurre carnalmente una giovane donna e che cosa accade subito dopo, in “un’orata scarsa”:
[…] a mè patre bastava che pigliava corpo quella parte che gli serviva.[…] quando la picciotteddra s’arrisbigliò e raprì gli occhi. A vedere sospesa a mezz’aria davanti a lei quella parte mascolina, non s’ammaravigliò pirchì credette che se la stava sognando[…] e perciò chiuse gli occhi e ripigliò a dormiri. La parte parziale di mè patre fece quello che doviva fare e tornò a essere d’aria. […] la picciotteddra provò grandissimo piaciri […]Il tempo di gravidanza di una fimmina prena di un diavolo d’aria è un’orata scarsa […] E infatti un’orata appresso mè matre si susì e sinni tornò a la so casa, senza manco sapiri di aviri avuto un rapporto col diavolo, d’essere rimasta incinta e di aver generato un lucifugo.
Compito di un diavolo d’aria è quello di indurre uomini e donne in tentazione carnale, infilandosi in quella parte del corpo umano che è il “loco del piaciri”, in modo da riuscire “strica oggi, strica dumani” a innescare amori “pazzi ed esecrabili”.
Nossifar, un diavolo di alto grado, ordina a Bacab di tentare Gertrude, una monaca missionaria, discendente della famosa monaca di Monza. Ma Gertrude resiste. Così racconta Bacab:
[…] Una petra, chissaccio, un pezzo di ferro avrebbero reagito meglio! Le ‘ntragnisi di Gertrude, per quanto accarezzassi, vellicassi, titillassi, palmassi, toccassi, strusciassi, sfiorassi, premessi, parevano fatte di marmaro di Carrara, fridde e insensibili.
Da quel fallimento nascono i guai di Bacab che, in buona fede (!) ostacola un grande progetto, condiviso tra Satana e l’Arcangelo Gabriele, il messaggero divino. Di sua testa – il libero arbitrio di un diavoletto! -, invece di procreare un lestofante, Bacab genera un Santo.
La storia è complessa, carica di invenzioni di Camilleri con riferimenti filosofici e teologici (Michele Psello, Origene, Scoto Eriugena), tra cui surreali delegazioni e commissioni miste di angeli e diavoli che si riuniscono in Paradiso per la definizione di un nuovo corso e di nuovi disegni divini. C’è addirittura una rigorosa ricostruzione dei “tempi dei tempi” voluta dal Vecchio (Dio).
[…] Il Vecchio non ne può più di false interpretazioni, di ipotesi sballate, di Einstein, di dispute scientifiche, di big bang, di eresie, di brodo primordiale, di scismi…
Camilleri, poi in vena di scherzi e di battute, individua nel capo dei diavoli, sotto la forma di un bruco con i baffetti, un certo Delamaz, e si riferisce al leader politico Massimo D’Alema con la passione delle barche:
[…] l’arriconobbi dai baffetti. Era lui, Delamaz, il capo supremo di tutti i diavoli di terra. […] le varche erano la sò passione, non sapeva arrisistiri a mettersi a fare lo skipper.
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Il diavolo di Cazotte
In Italia il romanzo di Cazotte fu tradotto e pubblicato la prima volta nel 1919. Negli anni diversi editori, piccoli e grandi, lo pubblicarono. Oltre all’edizione di Feltrinelli del 2012, è stato pubblicato nel 1978 da Franco Maria Ricci nella prestigiosa collana “Biblioteca di Babele” curata da Jorge Luis Borges e poi dagli Oscar Mondadori nel 1989. In queste edizioni è presente un’Introduzione di Borges che inserisce il romanzo nella cultura in fermento del diciottesimo secolo: quello di Diderot e Voltaire, dell’Encyclopédie, del poeta inglese William Blake, degli apocrifi Canti di Ossian e dell’epopea celtica, del nascente movimento romantico. Scrive Borges che il romanzo di Cazotte “è una volontaria antitesi del Diable boiteux di Lesage”, il cui diavolo, zoppo, è quello che scoperchia i tetti – e i segreti – di Parigi.
[…] L’argomento di Cazotte non si riduce ad un artificio del Demonio che assume forma di donna per impadronirsi di Alvaro; Il Demonio, irretito nel suo stesso gioco, s’innamora di Alvaro […] la satanica seduttrice è la sedotta.
Poi Borges ricorda che il successo del romanzo di Cazotte “è talmente grande che lo si accusa di aver rivelato misteri che gli iniziati devono occultare”.

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Don Alvaro
Il giovane spagnolo don Alvaro, capitano delle guardie del re di Napoli, forse annoiato e in cerca di avventure, una notte viene invitato da tre suoi compagni ad evocare gli spiriti, pronunciando tre volte il nome di Belzebù nelle grotte di Portici.
Il diavolo appare: dapprima sotto la forma mostruosa di un dromedario, poi come cane, per assumere infine l’aspetto di un paggio di nome Biondetto e rivelarsi, nel seguito della narrazione, una giovane e bella donna che si mette al suo servizio. Qui Cazotte gioca con il genere sessuale: è un Lui? è una Lei? Alla fine diventa Biondetta, la quale fa avere a don Alvaro, per ingraziarselo, buon cibo, bei vestiti, denaro. La diavolessa, che è una silfide, creatura dell’aria, s’innamora dello scostante giovane spagnolo, il quale non fa una piega di fronte ai suoi tentativi di seduzione. Anzi, la disprezza e la oltraggia più volte. Biondetta, sempre più innamorata, abbandona la sua sostanza eterea e si fa schiava:
[…] Per Alvaro e per la terra
Abbandono il firmamento
senza splendore né potenza
sono ridotta all’asservimento
E qual è la ricompensa?
Solo disprezzo e obbedienza.
Così il diavolo, da tentatore, diventa vulnerabile, quasi umano. Così umano che Biondetta rischia di morire dopo essere stata accoltellata nella città di Venezia da Olimpia, una rivale in amore. Dice Alvaro, che ora si rende conto dei suoi sentimenti:
[…] vedo Biondetta pallida, immersa nel suo sangue, sul punto di spirare […] vedo solo una donna adorata, vittima di un pregiudizio ridicolo, sacrificata alla mia vana e stravagante baldanza […] la guardai: non mi era mai sembrata così bella […] è questo ciò che scambiavo per un fantasma colorato […] aveva vita come me.
Biondetta, la silfide, la diavolessa, confessa ad Alvaro:
Se mi riduco al semplice stato di donna, se per via di questo cambiamento volontario perdo il diritto naturale delle Silfidi e l’assistenza delle mie compagne, godrò in cambio della felicità di amare e di essere amata. Servirò il mio vincitore […] Quando ebbi preso corpo, Alvaro, mi accorsi di avere un cuore.
Ecco – voilà – il diavolo innamorato!
Biondetta, si rivela pure:
[…] non deve bastarti Biondetta. Non è questo il mio nome. Me l’avevi dato tu, ne ero lusingata, lo portavo con piacere. Ma devi sapere chi sono… Sono il diavolo.
Dopo questa confessione era pronta a sposare Alvaro e avrebbe voluto pure concedersi prima delle nozze, ma il giovane spagnolo era stato educato alle buone maniere e desiderava la benedizione di Dona Mencia, sua madre, che alcune notizie davano per molto malata. Biondetta e Alvaro partono per raggiungere la madre nella regione dell’Estremadura. Arrivati in Spagna, nella parte finale del viaggio, accadono diverse cose, tra cui l’incontro con una giovane coppia di sposi che li invita al pranzo di nozze nella loro fattoria, e quello con tre chiromanti. Alvaro e Biondetta passano la notte nell’unica camera libera della fattoria, lei si concede. Fanno l’amore, ma al mattino lei sparisce. Alvaro raggiunge la madre, che è in ottima salute, si confida, fa delle ricerche per ritrovare Biondetta. Ma il risultato lo sconvolge perché nessuno ha mai visto Biondetta, nessuno conosce i giovani sposi e le zingare chiromanti, la fattoria dove ha passato la notte non esiste. Alvaro è confuso e si convince di aver sognato, a partire dell’evocazione degli spiriti nelle grotte di Portici.
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Quando evochi il diavolo
Cazotte quando scrive il libro certamente ha letto alcuni testi di demonologia, che sono citati nelle ultime pagine del suo romanzo: Demonomania degli stregoni di Jean Bodin, un trattato sulla stregoneria del 1580, e Il Mondo incantato del 1694 di Balthasar Bekker, un’opera teologica contro la credenza nella magia. In più Cazotte, di credo monarchico, apparteneva al martinismo, una fraternità esoterica e spiritualista che combatteva il Male e che criticava il razionalismo illuministico. Ma aver letto, discusso e scritto sul diavolo non porta bene, prima o poi ti presenta il conto, specie se fai un “patto per il sapere proibito”. Oppure come lo ha presentato a molti scrittori “maledetti”, morti in circostanze oscure e drammatiche, tra cui: Edgar Allan Poe e Gerard de Nerval.
Cazotte, secondo un aneddoto riportato dal giornalista e poeta Jean-François de La Harpe, profetizzò la propria morte. Alla fine del romanzo, tramite le parole del venerabile Quebracuernos (don Rompicorna), aveva preconizzato il periodo del Terrore sostenendo che il nemico (il Male) ha un modo raffinato di condurre i suoi attacchi:
“approfittando dei sotterfugi che gli uomini di questo secolo impiegano a vicenda per corrompersi […] fa parlare alle passioni il linguaggio più ammaliante […] imita perfino la virtù […] Tutto questo mi apre gli occhi su molte cose che accadono; da qui vedo un mucchio di grotte più pericolose di quella di Portici, e una folla di ossessi che purtroppo non sanno di essere tali”.
La folla di ossessi – di virtuosi – era ai piedi del suo patibolo e, senz’altro, applaudiva e lanciava invettive mentre la lama gli tagliava la testa. E forse c’erano sedute in prima fila a godersi lo spettacolo anche le tricoteuses che con i loro ferri facevano la maglia.
Si racconta che al momento dell’esecuzione il 25 settembre 1792, in place du Carrousel a Parigi, Cazotte disse: “Je meurs comme j’ai vécu, fidèle à Dieu et à mon roi.”
Francesco Bova
*In copertina: André Jacques Victor Orsel, Il diavolo tenta una giovane donna, 1832