01 Settembre 2026

L’artista opera a nervi nudi: inchioda il grido all’angolo del telaio, costringe il fiele a farsi legge

Esiste niente di più veritativo e dinamitardo dell’arte se lontana dalle pastoie del conformismo? E non parlo di un’arte addomesticata e anodina, parlo di un sentimento totale che divinizza qualcosa di antropico, attraversato da gesti votivi e una forma di devozione che rasenta la santità. Quando non legato a memorie antiquarie, è cosa viva e in trasformazione inesausta, una sorta di geniale abbaglio che non reca il bisogno di giustificare né il gesto né il fine. L’artista parla della sua arte parlando d’altro: sta qui il suo vero genio, nel dislocare e nel non essere conforme a sé, se non fuori dall’intenzione.

Immaginate la parola erosa su fondo di vernice acrilica. Pennellate follemente caotiche che sorreggono un’architettura imponente ma fragile. Uno sghembo ponte di spilli confitti nel vuoto. La spatola scortica il pigmento, vi infigge il nervo di una luce al declino, che cozza con una moltitudine percettiva: un sensivo, sgomento irradiare, un’ostetricia di spigoli e calce nera. Non v’è traccia d’uomo se non questa ferita inferta allo spazio, questo rovinare della linea verso l’alto. L’artista opera a nervi nudi: inchioda il grido all’angolo del telaio, costringe il fiele del colore a farsi legge, spina, cattedrale d’amaro armento. È l’esatta geometria di un’asfissia che brilla. 

L’artista sa, sa le notti agre e le farragini di cicche spente, il suo stesso vestito è una tela.

L’artista sa, sa i giorni esili stillanti prolettiche rugiade di luce e la finestra aperta sul murmure del mare blu, a giorno maturo.

Quale incantesimo la sua mano, nocchiera verso estremi limini espressivi, sui marosi di un ritmo forsennato!

La fine si è mutata in un nuovo principio, egli credeva di soccombere all’anedonia, ma è intervenuto un giallo pastoso e il rosso ha fatto il resto.

Un fiore reciso è l’emblema di una purezza originaria defalcata dalla sua via dondolante.

L’artista sa, sa le ore come serpi addormentate, sa la mano felice falciata dalla luce del mattino, che lo coglie febbricitante e stremato, reduce dal gorgo argentato della notte, solo come la prima lampara che ha visto prendere il largo col proprio fioco chiarore antelucano. Solo in un lavacro di sole – medusa di zinco –, con la sua giambica ossessione rivolta verso un muro fitto di colori schizzati, che diviene sagoma umana in ascolto, proprio nel meriggio pieno che vivifica e ottunde nel medesimo gesto tiranno.

Il suo debordante Io si dissolve in mille figure, spicchi di luce e diademi di stelle occhiute, braci ardenti, gigli e farfalle sghembe, pulviscoli finissimi e rugiade d’ombre, cavalli sfrenati e praterie il cui verde urge sulla tela.

Egli rende visibile la poesia, egli sa che la poesia è fuyante e sbarazzina, e imprime il colore come se volesse darle benvenuto e congedo per mille mari e mille terre, e fiumi, monti, riserve infinite di giorno e pollini, notti esauste e gonfie di vino, giardini su cui va a posarsi un vento garbato, portando fragranze e sentori d’altre vite che non una reclusa e assente a sé – scialbatura appena d’ombra che passa piano su di un muro, distratta e vereconda, bislunga e vana.

L’artista sa, sa che fermare un’idea è cosa fatua, tante se ne vanno senza segno alcuno, sotto l’angolo retto di un’intuizione, ma qualcosa rimane da lato a lato di una tela: simile a un canto bambino, un sole precoce, il ciangottio di acque chiare, l’essenza di una rosa prima della rosa e dopo la rosa, il palpito del sole su di un serico bordo. Eppure, non c’è sole che non sia un annuncio, un roveto, la prima sillaba di un inflessibile incendio senza nome… Non v’è rosa che non sia un ordigno di silenzio, un calice che si disfa nel proprio grido d’ombra. L’artista impara anche, talvolta e come per caso o spreco, il rigore del bianco, la pietra d’inciampo che la mente esige quando la notte si fa asilo e macello, e ogni colore è il baratro di una sutura senza guarigione. 

Ingeborg direbbe che il tempo è in debito di un confine, che si paga con gli occhi ogni palmo di terra strappato al buio. Sylvia ne farebbe un feticcio di gesso, una perla di sangue: la perfezione della linea che recide il cordone della vita per farsi feto imperituro, larva di smalto e oro. La tela è l’asse dove il mondo si corica e, nudato, versa linfa. L’artista sa, sa l’uncino teso dietro il velluto dell’alba, il peso di quel cielo che scende come una ghigliottina di cobalto, mentre il pennello, ormai, non è che uno stiletto d’osso che scava la carne del mattino fino a trovarne la prima, assoluta, inguaribile seta di ghiaccio. L’artista sa che la luce non è mai perdono. L’artista sa che la luce è un tribunale senza appello, una lama urlante che esonera il superfluo con un taglio netto, e lascia la forma nuda, scheletrita, arresa. Essa è l’uncinetto che cuce l’occhio alla cella con disgarbo estenuante, l’esatta misura del sangue che spetta al mattino. Le dita ora smagrano l’orizzonte di calce, lì dove il giallo pastoso si fa crosta, piaga e scoria, e poi pura luce di tarassaco, prima di un tempo puntiforme. C’è un inverno che abita dietro il rosso, un’Austria di ferro, una cucina di miele e di gas, un ordine cieco che stringe le tempie del mondo. 

L’artista sa la minaccia che pulsa dentro il rosso, dove ogni spigolo esige la sua libbra di carne.   

Ogni quadro è un processo senza testimoni, una sedia che manca all’appello di un’identità, l’impronta di un corpo che ha smesso di farsi tradurre. Non c’è ritorno nei giardini del vento. La tela oblitera la mano che l’ha fecondata: là dove s’inarca l’asfissia del nero, e il giallo si fa calcolo immobile, equazione minerale, restano angoli in cui vige il rigore del bianco – altari di gesso – e quel rosso che ormai è solo un olocausto alla carne. Ma il mare, là fuori, continua il suo sordo lavorio: frantumare lo specchio, lavare la colpa del nome, forse, finché l’opera intera non sia che un urlato, perfetto silenzio.  

L’artista sa il paradigma del quadro di Borges: per questo circoscrive, per far urlare un territorio senza arrendersi al dolce naufragio dell’ultimo verso del Recanatese. Egli si estenua – e sempre acerbo è il suo compimento, per quanto conchiuso.

Massimo Triolo

In copertina: Johannes Gumpp, Doppio autoritratto allo specchio, 1646

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