Come si è visto in un articolo precedente, Troia VI e Troia VIIa presentano dimensioni compatibili con i coevi centri di medie dimensioni del Tardo Bronzo. Tuttavia, è difficile stabilire su basi puramente archeologiche se una guerra sia davvero avvenuta. Per dare una risposta a questa domanda, occorre fare ricorso a evidenze di altro tipo. In primo luogo, alcune semplici constatazioni logiche. Come sostiene Joachim Latacz, autore di un libro dal titolo Troia und Homer, è estremamente improbabile che gli oltre 700 nomi di eroi tramandati dall’Iliade nei due cataloghi (quello delle navi e quello degli alleati dei Troiani) e nelle varie genealogie, che noi stenteremmo a definire “poetici”, siano interamente frutto dell’immaginazione creativa di Omero. Ciò è a maggior ragione vero nel caso di quegli etnonimi che hanno dei doppioni che si trovano in alternanza tra di loro per semplici ragioni metriche (per esempio, Dardani/Troiani, oppure Achei/Danai/Argivi).
In secondo luogo, la ricostruzione interna. Come noto, i poemi omerici presentano una notevole sovrapposizione cronologica dovuta a secoli di trasmissione orale. Ad esempio, lo scudo a torre di Aiace Telamonio, re di Salamina, rimanda al periodo delle tombe a fossa (1600-1475 a. C. circa) ed è descritto con espressioni assai arcaiche. Protomicenei sono anche altri elementi dell’equipaggiamento militare: i cimieri a coda di cavallo, le lance di undici cubiti, l’elmo a zanne di cinghiale, le spade a borchie d’argento…
Queste armi sono di bronzo, non di ferro, e il ferro è menzionato per lo più come metallo prezioso, anche se talvolta compare anche come elemento di uso comune, come nell’VIII secolo. I guerrieri omerici combattono sul carro da guerra, anche se sembrano ignorarne la funzione: esso è adoperato come una specie di taxi, dal quale gli eroi scendono per combattere. Inoltre, si parla spesso di leoni, animali presenti in Grecia solo in età micenea (altroché le ambientazioni baltiche di Felice Vinci!). Infine, nell’Iliade vi è una compresenza di inumazione e cremazione, proprio come nell’Anatolia dell’Età del Bronzo, Troia compresa. La νέκυια richiama i rituali ctoni ittiti e i funerali di Patroclo avvengono esattamente come i funerali dei re ittiti: prima il corpo del defunto viene depositato su una pira, poi le braci ardenti vengono spente con il vino, infine le ossa vengono immerse in un vaso pieno d’olio e avvolte nel lino.
Quanto alla scrittura, l’unica menzione di essa si ha nel VI libro dell’Iliade, quando Glauco racconta la storia del nonno Bellerofonte. Antea, moglie di Preto, si era innamorata di Bellerofonte, che la respinse. Ella si vendicò calunniandolo presso il marito, che diede a Bellerofonte una tavoletta contenente parole di morte da consegnare al re di Licia. Molto probabilmente, si tratta di una scrittura pittografica o sillabica, su tavoletta appunto, e in ogni caso sembra un elemento in un certo senso strano.
Una prova ben più convincente del fatto che i fatti narrati nell’Iliade siano da collocare nell’Età del Bronzo è il Catalogo delle navi (Iliade II, 484-789), che contiene in totale 178 toponimi, suddivisi in 29 contingenti. I Greci di età classica erano incapaci di collocarne sulla mappa quasi un quarto, il che è un chiaro indizio del fatto che questi centri furono abbandonati in seguito al crollo dei palazzi micenei e nell’VIII secolo a. C. erano ormai deserti. Se fossero stati ancora popolati, o se il Catalogo fosse stato compilato da un geografo dell’VIII secolo, essi sarebbero rimasti nella memoria collettiva dei Greci in quanto parte dell’epos nazionale. Inoltre, il contesto geografico del Catalogo, che esclude le Cicladi e l’intera costa occidentale dell’Asia minore da Troia ad Alicarnasso con le tre isole di Lesbo, Chio e Samo, si spiega solo ammettendo che esso sia precedente rispetto alla colonizzazione greca del 1100-1050 a. C. circa.

Infine, il metro stesso in cui sono scritti i poemi omerici, l’esametro, risale a un’età antichissima, forse addirittura anteriore ai primi palazzi micenei, come dimostra un verso come Μήριονής Ἀταλάντος Ἐνίαλιῴ ἀνδρειφόντῃ, che presenta una struttura metrica irregolare:
— ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — — — | — ∪ ∪
Esso si spiega soltanto presupponendo una forma *Mārionās ḫatalantos Enuwaliōi anr̥qwhontāi, che avrebbe invece uno schema metrico regolare:
— ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ | — ∪ ∪ |
Tale forma non può essere posteriore al XV secolo a. C. Un caso simile riguarda la formula λιποῦσ’ἀνδροτῆτα καὶ ἥβην, con la quale vengono descritte le morti di Patroclo e di Ettore (Iliade XVI, 857 e XXII, 363), che allo stesso modo presuppone una forma che conservava ancora la sonante indeuropea e in cui l’epentesi non era ancora avvenuta. Inoltre, in Omero si conserva l’antico genitivo in -οιο > -οο, che dev’essere scomparso intorno al 1050 a. C. (per esempio: Ἴλιοο προπαροίθεν, con ŏ breve anziché lunga come nella desinenza di età classica -ου /ō/). Insomma, le storie di alcuni personaggi, come Achille e Patroclo, potrebbero essere state cantate già nel XV secolo a. C., e quindi essere più vecchie di Omero di ben 800 anni!
Quanto all’altro catalogo, quello degli alleati dei Troiani (Iliade II, 816-867), assomiglia curiosamente all’elenco dei 22 alleati della confederazione di Aššuwa, sconfitta dal re ittita Tutḫaliya I nel tardo XV secolo a. C. Il nome Aššuwa è stato messo in relazione ora col coronimo Ἀσία ora con la città di Ἄσσος, nella Troade meridionale. La stessa entità politica comparirebbe anche in lineare A (scrittura minoica non ancora decifrata) nella forma A-su-ja e nelle fonti egiziane nella forma Isy, attestata nella Stele poetica o Inno della vittoria e negli Annali di Thutmosi III (1479-1425 a. C.). Nella prima opera, il faraone vanta il possesso di gran parte del mondo conosciuto, compresa appunto Isy, mentre negli Annali egli racconta di aver ricevuto un ‘inw, cioè probabilmente un dono più che un tributo, da Isy, nel suo trentaquattresimo, trentottesimo e quarantesimo anno di regno, nella sua nona, tredicesima e quindicesima campagna, cioè rispettivamente nel 1445, nel 1441 e nel 1439 a. C. I beni scambiati (cavalli, rame, piombo, avorio e lapislazzuli) sono originari dell’Anatolia nord-occidentale, o comunque ivi diffusi, pertanto possiamo ipotizzare che Isy coincida con Aššuwa. Del resto, forme come A-si-wi-ja e A-si-wi-jo (o, in una variante più tarda che ha già perso la semiconsonante /w/, A-si-ja-ti-ja) sono attestate anche nelle tavolette in lineare B di Micene, Pilo e Cnosso e nell’Iliade ci sono due personaggi di nome Asio (Ἄσιος < *Ἄσϝιος): uno è il re di Arisba, figlio di Irtaco (< itt. ḫartaggaš ‘orso’?) e Arisbe, alleato dei Troiani, che viene ucciso da Idomeneo nel canto XIII, l’altro un guerriero frigio, figlio di Dimante e fratello di Ecuba.

Il catalogo degli alleati dei Troiani si chiude con la Licia, mentre l’elenco dei membri di Aššuwa si apre con […]-ukka, che i più interpretano come Lukka, cioè appunto la Licia. Più avanti, si legge [K]arakiš[a], nome ittita della Caria, anch’essa presente nel catalogo omerico. Infine, la lista si chiude con due nomi che hanno suscitato un grande dibattito tra gli ittitologi: Wilušiya e Tarwiša. Il primo è stato messo in relazione con l’omerico Ἴλιος, il secondo con Τροΐη. Ma perché allora Wilušiya e Tarwiša compaiono come due entità separate? Una possibile soluzione è che il primo fosse un astionimo mentre il secondo un coronimo, ossia che il primo indicasse la città e il secondo la circostante regione della Troade.
In ogni caso, Tutḫaliya sconfigge la coalizione nemica e afferma di aver deportato circa 10000 soldati e 600 coppie di cavalli nella capitale Ḫattuša; tra questi, Piyama-Kuruntiya, forse il capo della coalizione, suo figlio Kukkulli e un altro suo parente di nome Mala-Ziti. I primi due vengono posti al servizio del dio della Tempesta, mentre Kukkulli viene liberato e diventa vassallo degli Ittiti, non si sa se nella stessa regione o in un’altra regione, dove poco dopo si ribella, viene sconfitto nuovamente ed è condannato a morte. Una spada con l’immanicatura piegata di modello egeo donata da Tutḫaliya al dio della Tempesta testimonia la veridicità del racconto del sovrano ittita.
Una volta sconfitta, Aššuwa scompare quasi del tutto dalle fonti, se si fa eccezione per un passo degli Annali di Arnuwanda I, successore di Tutḫaliya, che probabilmente fa riferimento a eventi precedenti. Nelle fonti egizie, Isy si trova anche nelle liste dell’epoca di Seti I (1294-1279 a. C.), di Ramesse II (1279-1213 a. C.) e di Ramesse III (1184-1154 a. C.), che però si ritiene siano copie tarde senza alcuna aderenza alla realtà. Memoria delle campagne di Aššuwa potrebbe essere conservata proprio in un episodio dell’Iliade, la battaglia di Teuthrania, durante la quale Achille ferisce Telefo, re di Misia, che si pensa avvenga proprio alla foce del Caico, possibile confine meridionale di Aššuwa. Il nome stesso di Aššuwa potrebbe derivare dall’ittita aššu– ‘cavallo’, il che ci darebbe una perfetta eziologia della leggenda del cavallo di Troia.
Quanto a Wilušiya, o meglio Wiluša, com’è nota nei documenti più tardi, compare altre sette volte nelle fonti ittite. La prima è il celebre trattato siglato da Muwatalli II con un certo Alakšandu di Wiluša. Nel preambolo storico di questo trattato si legge che Wiluša era stata conquistata da un Labarna ittita (Labarna è un titolo onorifico, come Augusto o Cesare) e poi c’era stata una rivolta in tutta Arzawa, cioè in tutta l’Anatolia occidentale, in tempi di cui non si ha più memoria. Wiluša, però, aveva continuato a mandare regolarmente ambascerie presso il regno di Ḫatti e Tutḫaliya I l’aveva risparmiata proprio in virtù di questi legami di amicizia (dal momento che questo passo frammentario appare in lieve contraddizione rispetto a quanto si è detto precedentemente riguardo alla lega di Aššuwa, potrebbe trattarsi di un tentativo da parte del re ittita di minimizzare eventi accaduti in passato a scopo diplomatico). Kukkunni (= Cicno, alleato di Priamo dal nome luvio trasformato da Zeus in cigno per etimologia popolare?), predecessore di Alakšandu, era stato risparmiato dalla campagna contro Arzawa di Šuppiluliuma (seconda metà del XIV secolo a. C.), ma adesso Alakšandu aveva chiesto aiuto contro Maša (probabile nome ittita della Meonia, a sua volta il nome antico della Lidia) e gli altri suoi nemici. Muwatalli aveva mandato il generale Kaššu e riconquistato la città, notizia confermata anche dalla terza fonte, la lettera di Manapa-Tarḫunta, nella quale il re del Paese del fiume Šeḫa, un piccolo potentato nella valle dell’Ermo (attuale Gediz), si scusa per non aver preso parte alla spedizione.
Il trattato di Alakšandu è un trattato di subordinazione: Alakšandu diventa il quarto re dell’area di Arzawa (Anatolia occidentale) insieme con il già nominato Manapa-Tarḫunta del Paese del fiume Šeḫa e con altri due sovrani, Kupanta-Kuruntiya di Mira e Ura-Ḫattuša di Ḫapalla. I due contraenti si garantiscono protezione a vicenda contro possibili minacce da Karkiša, Maša e Lukka, cioè Caria, Meonia e Licia. L’aspetto più interessante è che Alakšandu è sicuramente la forma anatolica (ittita o luvia) di un nome greco, Ἀλέξανδρος, letteralmente ‘protettore di uomini’, attestato anche come A-re-ka-sa-da-ra in una tavoletta in lineare B da Micene. Alessandro è il secondo nome di Paride, che a sua volta è stato messo in relazione col nome di uno scriba luvio, Pari-LÚ, da leggersi Pari-ziti. L’elemento Pari– potrebbe essere equivalente all’elemento Pariya– presente in un altro nome significativo, Pariya-muwa, letteralmente ‘dall’eccezionale coraggio’, forse all’origine del nome Priamo. Nessuno sosterrebbe che l’Alakšandu del trattato coincida con il personaggio omerico (del resto, nell’Iliade Paride non è il re di Troia ed è figlio di Priamo, non di Cicno!), ma è significativo che questo nome sia attestato proprio a Wiluša, perché potrebbe essere stato un nome dinastico. Potrebbe trattarsi di una sorta di titolo indicante una carica, come l’ittita Labarna, oppure il nome greco potrebbe essere indice di rapporti privilegiati con il mondo ellenico, di un matrimonio misto greco-anatolico o di adozione. Il nome Muwatalli, invece, potrebbe essersi conservato nel nome di Motylos, un personaggio che, secondo Stefano di Bisanzio, avrebbe fondato la città di Samylia in Caria e avrebbe ospitato Paride ed Elena nel loro viaggio da Sparta a Troia, o ancora nel toponimo Mitilene, sull’isola di Lesbo.

È difficile conciliare queste notizie con il dato archeologico, perché, come si è visto, Troia VIh viene distrutta da un terremoto intorno al 1300 a. C. Si può ipotizzare che in seguito a questo terremoto Wiluša non sia stata in grado di resistere a un ipotetico assalto da parte dei suoi nemici, forse sostenuti dai Micenei e da Piyamaradu, una specie di “pirata” dell’Egeo, e che solo qualche anno dopo, intorno al 1280 a. C., sia stata riconquistata dall’esercito di Kaššu. Significativamente, è stata trovata una corrispondenza perfetta tra la Wiluša del trattato di Alakšandu e il sito di Hisarlık: nel trattato, tra le divinità di Wiluša, viene menzionato dKASKAL.KUR, il dio del canale sotterraneo, e a Hisarlık è stato trovato effettivamente un canale sotterraneo. Un’altra divinità è x-ap-pa-li-u-na-aš, che è stato messo in relazione con [A]-pe-ro2-n[e], nome con cui è noto il dio Apollo nelle tavolette in lineare B. Non sarà un caso se nell’Iliade Apollo, che sembra essere una divinità anatolica, non greca, è schierato dalla parte dei Troiani.
La quarta fonte è la lettera di Tawagalawa, attribuita a Ḫattušili III (metà del XIII secolo a. C.), nella quale si legge che la questione di Wiluša sulla quale il re di Ḫatti e il re di Aḫḫiyawa (= Ἀχαιϝοί, quindi un re acheo) si erano scontrati può dirsi risolta. Il verbo è ambiguo e potrebbe riferirsi sia a un semplice confronto diplomatico sia a una guerra vera e propria. Il problema è che non abbiamo notizie di una guerra tra Ittiti e Achei al tempo di questo sovrano, quindi dobbiamo pensare o che si tratti della spedizione di Kaššu avvenuta al tempo di Muwatalli, fratello maggiore di Ḫattušili, o che Wiluša si fosse ribellata insieme con le terre di Lukka tra il 1260 e il 1255 a. C.
In questo testo, il re di Aḫḫiyawa è chiamato LUGAL.GAL, cioè ‘Gran Re’, e ‘fratello’, quindi pari rango, un privilegio che era concesso solo alle grandi potenze dell’epoca, cioè l’Assiria, la Babilonia e l’Egitto. Dal momento che gli Ittiti attribuivano una grande importanza all’etichetta (del resto, anche noi lo facciamo: un capitano reggente di San Marino non sarà certo accolto allo stesso modo del presidente degli Stati Uniti!), sono state formulate diverse ipotesi per spiegare questa situazione: la prima – e più improbabile – è che gli Ittiti non avessero coscienza della reale estensione del regno di Aḫḫiyawa, con cui sarebbero stati in contatto soltanto attraverso le sue propaggini anatoliche. La seconda – più articolata – è che il fatto di avere sotto il proprio dominio un altro sovrano subordinato come quello di Milawanda (Mileto) fosse sufficiente a essere considerati LUGAL.GAL anziché semplici LUGAL. Insomma, il re di Aḫḫiyawa potrebbe essere il re di un piccolo centro miceneo, forse Pilo o più probabilmente Micene. Alternativamente, si può pensare che, proprio come nei poemi omerici, i diversi centri micenei fossero uniti in una confederazione con a capo un Gran Re che era una sorta di primus inter pares, come Agamennone.
Grazie alla quinta fonte, la lettera di Milawata, attribuita al successore di Ḫattušili Tutḫaliya IV, apprendiamo che c’è stata una rivolta a Wiluša in seguito alla quale gli abitanti hanno scelto un nuovo re del quale Ḫatti non ha riconosciuto l’autorità. Un dignitario ittita di nome Kulana-Ziti, presente in città durante la ribellione, è riuscito a portare in salvo le tavolette che dimostrano la legittimità delle pretese al trono di Walmu, re di Wiluša, e Kuruntiya le dovrà portare a Targašnawa di Mira (?), che a sua volta dovrà mandare Walmu a Ḫattuša affinché venga reinsediato nella posizione di vassallo kulawani (termine luvio di significato ignoto, forse ‘militare’). Anche Walmu è un nome dalla fonetica anatolica, potrebbe derivare dall’ittita walwa- ‘leone’. Del resto, è significativo notare che se si esamina la genealogia troiana (IliadeXX, 215-241) si scopre che almeno nove nomi su sedici non sono di origine greca, ma o anatolica o illirica.
La sesta fonte è la lettera di Parḫuitta, verosimilmente da attribuire all’ultimo re ittita Šuppiluliuma II. Questo Parḫuitta potrebbe essere un re di Mira non altrimenti conosciuto, la cui importanza era cresciuta fino a meritare il titolo di Gran Re, mentre Wiluša viene menzionata in un contesto troppo frammentario. Che Wiluša si trovasse in Anatolia occidentale, vicino a Mira, Karkiša, Arzawa e altre potenze lo si deduce anche dalla settima fonte, un testo rituale contenente una lista di Paesi.
La fonte più interessante di tutte, però, è l’ottava e ultima fonte, uno dei Canti della città sacra di Ištanuwa. Si tratta di testi bilingui risalenti all’Antico Regno (XVI secolo a. C. circa), con una descrizione del rituale in ittita e un canto corale in luvio. In particolare, questo canto recita: aḫḫa-ta-ta alati || awi(e)nta wilušati, che l’ittitologo Calvert Watkins ha tradotto ‘quando vennero dall’erta Wiluša’. Si tratterebbe dell’incipit di un poema epico luvio, che Watkins ha ribattezzato in tono un po’ troppo sensazionalistico Wilušiade. Un passo simile si trova, con un’inversione poetica, anche all’interno di un rituale di nascita in prosa: ā́lati-tta áḫḫa zī́tis || awī́ta [Wī́lušati] ‘quando l’uomo venne dall’erta Wiluša’. Secondo Watkins, l’espressione alati wilušati troverebbe un parallelismo perfetto nella formula omerica Ϝίλιος αἰπεινή ‘l’erta Ilio’. Secondo Starke, invece, alati più che il consueto valore aggettivale di ‘erto’ potrebbe avere qui il significato di ‘mare’ (da confrontare col greco ἅλς, ἁλός ‘sale, mare’), mentre wilušati potrebbe derivare dall’ittita wellu– ‘prato, pascolo’. Pertanto, più che di un poema epico potrebbe trattarsi di un canto pastorale (‘quando vennero dai pascoli…’). L’ipotesi alternativa è che il nome della città di Wiluša, così strano nel mondo ittita (l’unica altra località dal nome simile è Kita-wiluwa), sia derivato dalle pianure e dai pascoli circostanti.
I più ritengono che anche a Troia si parlasse luvio, ma non sono da escludere altre lingue anatoliche come il lidio. Nella casa 761 di Hisarlık è stato ritrovato un sigillo luvio, ma purtroppo risale alla fase VII b1 (1180-1050 a. C.) o VII b2(1050-1000 a. C.), quindi è successivo al crollo dell’impero ittita e non ci dice nulla di interessante sulla lingua dei Troiani: potrebbe essere un oggetto di importazione, riutilizzato come oggetto di ornamento, oppure si può pensare che Wiluša sia sopravvissuta al crollo dell’impero e che abbia continuato a utilizzare sigilli luvi come avvenne per esempio nei regni di Karkemiš e di Tarḫuntašša.
La distruzione di Troia VIIa viene datata al 1180 a. C., cioè quattro anni dopo la data tradizionalmente proposta per il crollo dell’impero ittita. Approssimativamente, potrebbe essere una data compatibile con i fatti narrati nella lettera di Parḫuitta, mentre molto meno con la rivolta di Wiluša al tempo di Walmu. I responsabili della distruzione non lasciarono tracce nella cultura materiale e potrebbero essere stati i misteriosi popoli del mare, che comprendevano genti egee come gli Akawaša (Achei?), i Danuna (Danai?), i Peleset (Pelasgi?) e i Lukka (Lici). A questa data, però, l’unico palazzo miceneo ancora in piedi sarebbe stato Tirinto. Va detto che il fatto che nel Catalogo delle navi Argo e Sparta siano indicate come maggiori centri dell’Argolide e della Laconia in effetti sembra essere più compatibile con il periodo geometrico che con quello miceneo, e così anche la presenza di contingenti da Rodi e da Cos o l’assenza di Mileto. Nell’Iliade, il signore di Tirinto è Diomede, che in alcuni passi regna anche su Argo, che altrove è detenuta invece da Agamennone.
Più che di una singola, grande guerra, dalle fonti ittite si ha l’impressione di una serie di scorrerie piratesche succedutesi nel corso dei secoli. Il Catalogo omerico, con le sue 1186 navi e i suoi oltre centomila uomini, è notevole già per il periodo palaziale (a Qadeš, la più grande battaglia di quest’epoca, l’esercito ittita contava 50000 uomini), e lo sarebbe ancor di più per il periodo post-palaziale, epoca di generale declino. È il mito stesso a preservare il ricordo di un’altra guerra di Troia, in piccola scala, di dimensioni sicuramente più compatibili con gli scontri di cui siamo a conoscenza per quell’epoca, e cioè quella avvenuta al tempo di Laomedonte, padre di Priamo, quando Eracle saccheggiò la città con sole sei navi (Iliade V, 638-642).
Che la guerra di Troia sia avvenuta nel 1280 a. C. o nel Tardo Elladico IIIC (credo sia abbastanza evidente che l’autore di questo articolo propende per la prima ipotesi), non ci resta che smontare l’ultimo dei dogmi degli anti-storicisti, cioè che non sia possibile che una guerra scoppi a causa di una donna. Per dimostrare quanto sia fallace questa tesi, basterà ricordare un episodio della storia ittita, che è anche un notevole esempio di diplomazia. Si tratta del divorzio chiesto dal re di Ugarit Ammistamru. Questi era sposato con la figlia di Bentešina di Amurru, altro potentato siriano, e l’aveva accusata di una grave colpa che però non viene mai esplicitata. La principessa accusata dal re di Ugarit discendeva dalla famiglia reale di Ḫatti, pertanto la richiesta di Ammistamru scontentava sia il re di Ḫatti Tutḫaliya IV sia il figlio e successore di Bentešina Šaušga-muwa, che della principessa amorrea era fratello. Il divorzio ledeva l’onore di entrambi, ma il re ittita aveva fretta di concludere un accordo per evitare che sorgessero contrasti tra i suoi vassalli siriani. Ini-Tešob, re di Karkemiš, fu mandato a risolvere la faccenda, ma fallì miseramente e alla fine il re in persona si dovette occupare della questione. Egli stabilì che la principessa amorrea dovesse essere consegnata ad Ammistamru, a patto che quest’ultimo versasse un ingente risarcimento al cognato Šaušga-muwa. Senza l’intervento del re, che sacrificò un membro della famiglia reale in nome della ragion di Stato, una guerra sarebbe potuta scoppiare davvero!
In fondo, se Achille e Patroclo, Paride ed Elena, Agamennone e Menelao, Priamo e la genealogia troiana siano esistiti davvero non ha alcuna importanza. Come disse Michael Wood nell’episodio conclusivo della serie della BBC In Search of the Trojan War, uno dei migliori documentari di tutti i tempi, «Did Helen of Troy really exist? Well, in the archaeological record Love leaves no trace».
Christian Allasino
*In copertina: un’opera di John Flaxman (1755-1826)