08 Febbraio 2025

In Islanda gli dèi combattono ancora. Viaggio col cuore in mano

Islanda, più che altro, ha a che fare con una topografia dello spirito. Island-Iceland: doppio assediamento, insediata dai gracidii di ghiaccio, l’iddio dell’addio, e insidiata dal mare. 

Il nostro è un cuore Islanda: il suo trono è ghiaccio. Aspro, al contempo – fragile al tocco. Acqua, comunque, che sventaglia le labbra in corvi. Vuole sciogliere. 

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“Tutto è meglio   quando uno solo sa”, è la chiusa della Canzone dell’Eccelso, Hávamál, la cruna dell’Edda poetica. Canto da trattare con cura, che alterna il motto sapienziale – sulla scia dei Proverbi biblici e di analoghi testi mesopotamici, con falansteri di norme – all’incantesimo. Canto che ti si rivolta contro se, senza giudizio, ne interpreti i fiordi, ti instradi in quella fioritura di rune. 

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Islanda. Terra del fuoco e del ghiaccio. Geologica giovinezza trasuda in lei – dunque: il nostro eden, il ‘nuovo mondo’, la tratta del cuore. 

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“Qui tutto ha vita, tutto sembra muoversi” scrive Andrea Pollitzer sulla “Stampa”, nel dicembre del 1935. Chimico, scalatore, triestino, sfida, insieme ad alcuni compagni, il Vatnajökull, quel dio incancrenito nel ghiaccio. “Gli interessa, più che l’ascesa, la sfida al nulla bianco, il suo è un alpinismo orizzontale: vuole traversare, lasciarsi indietro tutto”. 

Ecco: Islanda. Lasciarsi indietro tutto – andare verso la vita. Più che l’ascesa, l’ascesi.

Pollitzer: “Avvicino lo specchietto al viso ma esso si appanna. Attendo. Si appanna ancora. Per riscaldarlo non c’è altra via che tenerlo sul ventre. Ora mi vedo: ho un barbone, sono orribile”.

Scaldo: di tutto fare scalpo. 

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Il 19 aprile del 1989 il Museo Nazionale della Montagna, Torino, vara una mostra, Terra di ghiaccio. Arte e civiltà in Islanda, di claustrale bellezza, ordita con l’allora Presidente della Repubblica d’Islanda, Vigdís Finnbogadóttir: nata al teatro, è stata la prima presidente donna eletta democraticamente. Il catalogo della mostra sembra un fossile nell’era telematica: così ricco di documenti autentici e fotografie e scritti. Non è libro-gadget, ma da conservare. 

“Il re delle fate era assi più familiare ai vecchi contadini islandesi del re danese di Copenaghen”. 

Il fuoco ravviva le ombre, il bianco incrina i fatti al numinoso: Islanda, terra della Gente Nascosta (Huldufólk) e dei fuorilegge. Terra dalla saga e della daga, del verbo e del sangue. 

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Il catalogo mostra diverse fotografie, aurorali, dei primi del Novecento. Il ghiaccio abbaglia l’obbiettivo, le nubi si aprono ad arcangelo. Impressionano i volti: uomini forgiati dal gelo, tutti zigomi, ragazze dalla bellezza a miccia, immacolata, pari a candeline. Il “fattore con la sua barca” pende su un lembo di mare che la facoltà fotografica fa bianco, un baratro: un uomo che affronta il vuoto. 

Su tutto, una purezza albina – muscolare. Terribile. Come stare a mascella di un dio. 

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La mostra piacque a mio padre che la trasportò, in parte, nella biblioteca di Orbassano, che dirigeva. Aveva la barba, ricordo che sorrideva: i corridoi della biblioteca mi parevano fiordi. 

Amava l’Islanda – forse per quelle ragioni lì: l’isola, l’isolamento, il ghiaccio, i volti che sembrano falò, una meraviglia che consuma, che sfuma subito. Lo splendore che non si salda in abitudinario. D’altronde: come puoi inscatolare un fulmine, costringerlo in formaldeide? 

Poi, mio padre morì, quello stesso anno, poco dopo, nel bianco mese, nel mese della messe di luce. A volte del cuore Islanda non resta che il ghiaccio, la morsa. 

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Nel catalogo Terra di ghiaccio ho conservato i biglietti del mio viaggio islandese. Li rivedo ora, dopo anni. Torino-Francoforte-Reykjavik. Era l’agosto del 1993; sono rimasto in Islanda per tre settimane. Mi ha accompagnato lo zio – voleva portarmi nel posto che mio padre amava ma che non ha mai visto. Non so se qualche fotografia è testimone del viaggio; per la storia – nella bella, ormai omerica era umana in cui nessuno era sistematicamente ‘tracciato’ e non esistevano i cellulari – quel viaggio non esiste. Sul volo Torino-Francoforte-Reykiavik non ha viaggiato Davide Brullo ma un ignoto “Davide Bruno”. Un errore significativo. In entrambi i casi, comunque, il cognome funge da aggettivo – nella Bibbia, Davide, però, “era fulvo”. 

Lo zio dal cognome in Evangelo – Maddalena – è una radice. Come gli antichi pionieri, si può dire che abbia costruito una stirpe. In effetti, sapeva innalzare case – ne ha costruite molte. È qualcosa di simile a un patriarca. Mai l’ho visto incerto. Certo, ci vuole del genio, del talento chiamato uomo – un talento che ha a che fare con il desco, con la sedia, con le fondamenta – per intuire che un figlio, comunque, deve percorrere le orme del padre. Anche se quel padre è un reietto. Anche se quel padre è un apostata. 

Allo zio dell’Islanda importava nulla – egli, semmai, ha un cuore-toro, un cuore-bue, un cuore pronto all’aratro, un cuore-arca pronto a imbarcare molti. Più tardi, saremmo andati in Romania – ma quella è un’altra storia. Poiché l’Islanda era conficcata nel cuore di mio padre, lo zio mi ha costretto all’Islanda. 

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Di quel viaggio ricordo le vaste finestre, delle finestre Agamennone. Ricordo gli abiti frusti – la luce a frustate, ovunque, una luce cordame. Ricordo le barche in bocca. Ricordo i merluzzi stesi al sole e una bambola sul balcone di una casa a Reykjavik. Ricordo i ghiacciai, ovviamente, ma è il nero – chissà perché – a folgorare la mia mente più che il bianco. Forse il vero colore del ghiaccio è nero. Forse l’orda Odino, corvina, ammanta quei luoghi. Più che la balena – appena intravista, a scodinzolio – mi è chiaro il ricordo del pony islandese: l’ho cavalcato, come fosse una canoa. Poi: cavalli bradi, case rudi, una macchina – la nostra – che tossicchiava, raucedine al motore. Assenza di alberi: dunque, uno sconfinato che sconforta, con l’alba cavalleggera sempre in fronte. 

Io stavo zitto – lo zio stava zitto. 

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“La perla della stampa islandese di tutti i tempi” – così dice il catalogo – è una Bibbia, stampata ad Hólar nel 1584. Hólar è a oltre trecento chilometri di distanza da Reykjavik, ci abitano un centinaio di anime; eletta diocesi intorno all’anno Mille, è stata un luogo fiorente, di lotte e di conversioni. Fui lì, nel Mille della mia giovinezza. 

Un Cristo ligneo spicca dalle porte d’altare, rude. Forse è nella landa dell’Edda che si realizza il Messia. Certo, il contrasto è affascinante. Dov’è Betlemme in Islanda? Dove il Giordano? Dov’è il monte degli ulivi? Dove sono gli ulivi? Forse è il Nord il luogo dell’estrema rivelazione – non lo so: forse un annuncio si impenna dal ghiaccio, forse la culla è il fiordo e Islanda l’agnello. Deserto lì è tanto, a palate; preghiera aleggia in coltre. 

I morti: unti nel grasso di renna e di foca. 

In Islanda gli dèi combattono ancora. 

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La maggior parte dei testi di Terra di ghiaccio è di studiosi islandesi. A proposito delle saghe, si dice che venivano lette ai bambini per stimolarli all’incanto e all’immaginazione. Tra tutte le saghe, gli islandesi prediligono la Njála: redatta nel XIII secolo, racconta le faide che hanno insanguinato l’isola. 

“Era d’uso tra gli amanti della letteratura, in Islanda, leggerla una volta all’anno e gli anziani credevano che potesse fornire le risposte a tutti i problemi dell’umana esistenza”. 

Ogni grande libro, al di là di ogni umana intenzione, è risolutivo. Risponde. Ogni grande libro è inumano, apre all’altro. Aprire un libro è sempre un rischio: la parola lega, la parola slega. Ogni parola, all’apparenza innocua, ha lacci, spire, spine. “Molti sono i segni se gli uomini li sapessero”, è detto nel dire di Reginn – cito dal Canzoniere eddico curato da Piergiuseppe Scardigli per Garzanti, 2004. 

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Un tempo sono stato sul confine nordico della Scozia – per immaginare meglio l’Islanda. Mio dolce leone bianco. Forse è il sepolcro imbiancato di mio padre. 

Forse in Islanda ho visto la volpe artica. Dicono non ci siano lupi – ci sono, invece, rari come rune, nei boschi su cui sboccia la mia casa. 

“Se senti un lupo
sotto i rami del frassino ululare
sorte felice a te viene
se davanti lo vedi andare”. 

L’immagine, va da sé, è un simbolo: l’albero cosmico della mitologia norrena, Yggdrasill, è un frassino; Mánagarmr è il lupo che “si nutre della vita/ degli uomini destinati a morte/ arrossa le case degli dèi/ con sangue scarlatto”. Ma l’immagine è bella perché è bella perché è bella, che l’insipiente – io – se ne strugga. 

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A mo’ di monito, dopo la morte di mio padre, mi fu regalato un libro sul lupo artico. Più bello di Moby Dick, il bianco predatore annottava nel corpo rosso fuoco della preda – i suoi denti a incidere un incendio. In un film è detto che il dramma dell’uomo è la memoria: un tizio offre una coppa di vino che annienta il passato, anelito all’alienazione. Così tutto è sempre nuovo, tutto sarà lupo.  

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