17 Dicembre 2024

“Poesia è un fare spirituale”. Conversazioni con Franco Loi

A pagina 104 ho scritto una frase, a matita. Ero in treno, da Milano a Rimini – la nebbia conferisce un candore di neve alle cose. Le luci, sparpagliate, con il becco, sembrano aironi. Ho scritto: bisogna tornare, DOPO, a sancire un legame. Per dopo intendo: quando non c’è più nulla. Un legame si salda quando non c’è più nulla a cui legarsi – quando manca l’ormeggio a cui legare la corda. Quando manca perfino la corda. Quando abbiamo scordato come si fanno i nodi. Quando non abbiamo più mani.

A quel punto, si può dire: era mio amico, l’ho amato.

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A pagina 104, Roberta Castoldi racconta di “un giorno dell’agosto 2023”: con la figlia, Dora, è in via Teodosio, ai civici 81 e 82. Non conosco quella zona di Milano, verso Lambrate: ricordo la chiesa di Casoretto perché Maria, a cui è dedicata, è detta “Bianca”. Roberta Castoldi è lì “nella certezza di trovare il mio amico Franco”. Franco, tuttavia, Franco Loi, il poeta, è morto nel gennaio del 2021, due settimane prima di compiere 91 anni.

Proprio quel giorno, però, Roberta sancisce il suo legame con Franco. Va nei luoghi dove ha abitato Franco Loi, dove lo ha incontrato; li vede per lui. Noi siamo gli occhi dei nostri morti. Fotografa i luoghi di Franco Loi – Franco Loi, quel giorno, era con lei: Roberta lo ha trovato.

I morti vogliono essere trovati da chi gli ha voluto bene – troppo facile suonare i campanelli, a grappoli, discorrere da vivi, dorare le stanze di frasi rondinelle. Un legame si salda dopo.

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Dopo – se non ho capito male, nel marzo del 2024 – Roberta Castoldi rincorre “l’Enrica”: una brillante signora del ’35 che ha avuto un ruolo decisivo nella giovinezza di Franco Loi. Così, Roberta è il tedoforo dei baci che Franco vorrebbe dare al viso dell’Enrica. Roberta – pensate che ruolo hanno gli amici – fa esplodere un passato di cui non è parte, in cui è la solare intrusa.

Quando si è da soli, i morti si evocano; quando si è in due o in tre, i morti rivivono, risorgono. La fiamma diventa incendio; la memoria sfocata diventa vivida; il tempo prende un altro corso.

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Lo so, è sbagliato leggere un libro a questo modo. Ora però vorrei parlare del tempo. Il tempo è il concetto cardine del libro che Roberta Castoldi dedica a Franco Loi (s’intitola L’aria che passa, raccoglie tre “Conversazioni con Franco Loi”, stampa AnimaMundi Edizioni). Nell’ala del libro, Franco Loi è detto “maestro e amico, sciamano e uomo”. Da pagina 73 in poi, Franco Loi racconta a Roberta Castoldi un episodio che gli è accaduto quando aveva ventisette anni. Bisogna leggerlo. Il racconto comincia con la confessione di un amico febbricitante, termina con l’immagine del padre di Loi, all’ingresso di casa, su una barella. Loi vive l’esperienza del tempo che si ferma e che accelera, “a una velocità incredibile”. Riconosce “che il tempo non esiste”, che “in sé il tempo non c’è”.

Sono diversi i momenti in cui Franco Loi, il poeta di Stròlegh, Teater e L’angel, sembra surfare sull’enigma, sembra valicare i misteri, restando, come dire, sulla fiammata del mistero.

Durante la seconda delle tre conversazioni registrate da Roberta Castoldi, è il febbraio del 2016, Franco Loi si lancia in un’esegesi del passo della Genesi in cui Dio “separò le acque” (Gn 1, 6-8). E dice:

Separare le acque dalle acque significa separare le acque che rimangono in Dio, nella contemplazione di lui, dalle acque atte ad aver rapporto con la materia. Queste ultime sono ciò che i cattolici chiamano Spirito Santo… Dello Spirito Santo non parla più nessuno, nemmeno la Chiesa. Di Dio ne parlano invece in tutte le salse. Però di Dio, separato com’è dalla materia, non si può dire niente, nessuno lo conosce”.

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Su questo tema – la separazione tra l’uomo e Dio, la separazione di ogni ideologia (finanche quella cattolica) da Dio, la presenza dello Spirito Santo – Franco Loi torna spesso, incalzato da Roberta Castoldi. Nell’ultima conversazione, registrata nel marzo del 2016, Franco Loi dice che

“Poesia è un fare spirituale. Mi piace pensare che contemplare significhi guardare col tempio, dove tempio è l’esercizio di una certa cosa… La poesia è sacra scrittura”.

La poesia è un fare. Occorre dissodare una terra e recidere qualcosa perché si possa avere lo spazio per guardare qualcos’altro, per contemplare. Bisogna scavare per alzare gli occhi – anche il cielo è terroso, a volte. Esistono parole che crescono sottoterra, altre che volano nei cieli; ci sono parole per cui serve la zappa e la falce, altre per cui serve la rete e il binocolo. Alcune devono essere accarezzate con l’olio, altre bisogna sviscerarle.

Ci sono parole ungulato, ci sono parole che ululano; parole predatori, parole prede. Bisogna soppesarne il suono, perché ciascuna parola apre una particolare porta e il poeta, ladro supremo, deve saper scassinare le finestre.

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Roberta scrive a un certo punto che Franco Loi

“mi ha resa sempre più consapevole della precisione fisica necessaria a ogni singola parola, quando si parla, ma soprattutto quando si trascrive la nostra anima nella poesia”.

È così! Alcune parole hanno il pelo ispido, altre sono infide, fulve. Un giorno, leggendo il verbo trapelare in una poesia – “o pre-poesia” – di Roberta, Franco la spiazza: “Sei sicura di voler dire lasciar passare tra i peli?”. Che meraviglia! Il suono, la magia-etimologia, magia bianca, che fa apparire ciò che pareva inesistente, costringe il poeta – Roberta, in questo caso – a rientrare in ogni singolo lemma,

“ho ripreso in mano tutti i miei fogli e li ho scandagliati; mi sono immersa in ogni parola perché desideravo arrivare fino al fondo di essa, per confermare o meno che fosse stata scelta in modo preciso”.

Una cosa simile mi è capitata quando in un libro, fiero del mio argomentare per vertigini, ho scritto: “Anche io amo le estremità”. Un amico mi dice, intendevi per estremità i piedi? Per carità! Inacidii in vergogna.

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Sono strani i libri che raccolgono le conversazioni con uno scrittore o con un poeta: devono reggersi su una complicità che non può essere complicata dal desiderio di restare a imperitura memoria. Il dialogo tra due è una danza che può sfociare in caccia; qualcuno, a volte, si nutre del sangue dell’altro. Spesso, ascoltare significa bere: fino a disseccare in deserto il volto altrui. La bocca dell’altro è una brocca.

Quando la complicità ha i toni della dedizione e dell’assalto, nascono libri meravigliosi. Tra questi, amo molto le Conversazioni con Kafka di Gustav Janouch: me ne ha regalato una copia, dopo una delle nostre rade conversazioni, un altro poeta milanese, Giampiero Neri. Amo molto anche le Passeggiate con Robert Walser trascritte da Carl Seelig. Non mi importa che lo scrittore aderisca alla propria opera (come fosse una fede, un partito politico): preferisco che diserti dai suoi scritti, lo scrittore, che si dimostri tutt’altro da ciò che ci attendiamo.

La scrittura di Roberta è molto bella, perché svolge gli occhi in altro modo, li afferra, come ciottoli, e spacca ciclopiche finestre. Ad esempio: “Io sono in anticipo, ho diritto al sole perché non ho fretta”.

Altrove, Loi dice che “occorre far tacere il pensiero”. Questo per dire che è un libro da sfinire, questo, sottolineandolo.

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“A volte i discorsi sono approdati a qualcosa di inaspettato e ricco… Altre volte, proprio a niente”. Quando approdano a niente, i discorsi incardinano nell’amicizia. Quel niente è un porto.  

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Ho perso però di vista il centro di questo articolo. Il tempo. Alla fine dell’ultima conversazione – “basta che ci vediamo presto”, sussurra Franco Loi – Roberta fa una considerazione. “Mi manca tanto Franco, anche se non l’ho frequentato come avrei potuto, o anche dovuto. Ho fatto così con tante persone”. Provo a capirla. Due uomini che per me sono stati maestri, un frate e un professore di Letteratura cristiana antica, sono morti prima che riuscissi a incontrali, ancora. Non li vedevo da anni. Eppure, li ho pensati – e perfino scritti – molto spesso: hanno effettivamente abitato nella mia vita. “Ho capito che la mia amicizia ha bisogno di grandi spazi”, scrive Roberta. A volte questi spazi sono trasvolate oceaniche, a volte sono stanze nella stessa casa, antistanti ma distanti. Il discorso sullo spazio si lega a quello sul tempo: quanti anni ci vogliono perché prenda un treno e ti raggiunga? Mi sembra ieri, eppure…

Forse non ho capito bene ciò che dice Roberta. Il rischio di fare di un maestro un’icona, un idolo, è alto. Eppure, potremmo dire ciò che diceva Marina Cvetaeva una volta saputo che il suo amato Rilke era morto giorni prima, alla fine di dicembre: non sei mai stato vivo come ora che sei morto. Mah…

Mi pare che il libro di Roberta Castoldi sia un libro sul senso dell’amicizia, quando l’amico è scomparso. Insegna a conversare con i morti.

Se non ho capito male, i legami sono autentici quando non c’è proporzione, quando si districano al di là del tempo. Tu sei dentro di me, nella gabbia delle mie costole, e ti nutro, piccolo pettirosso, agile iena che giorno e notte mi divori. Quando non c’è più nulla a cui legarsi, comincia il legame: ora sei tu, dall’aldilà del tempo, a legarti a me, e io sono la tua boa, sono i tuoi armenti; ora sono io a guidarti, a issarti sulle spalle.

Gruppo MAGOG