“Fiera della sua solitudine imperiale”. Storia torbida di Gabrielle Wittkop, una leggenda
Letterature
Marius Ghencea & Tony Vero
La prima volta che ho sentito parlare del romanzo Ali e Nino è stato dal mio amico Arta, in un fumoso caffè con narghilè filopalestinese di Bruxelles. La grande bandiera della causa di Gaza appesa all’ingresso per chi vuol salire al piano di sopra e fumare. Volti isolati di arabi contratti, sciarada di bellezze magrebine in gruppo, quando c’è un compleanno da celebrare.
Sono tutti riti che la civiltà occidentale ha perso. In qualche modo.
È anche per questo che ascolto Arta. Il nome è lo stesso di Artaserse: Arta è persiano, figlio dell’emigrazione, nato a Bruxelles e torna qui dagli Stati Uniti per lavoro. Anche la sua è una ricerca di radici, del luogo in cui si è – semplicemente – venuti a vivere, a domandare. Mi racconta Arta che il nonno, giurista poi costretto a fuggire ai tempi di Mossadeq, nelle notti di Bruxelles gli diceva Regardez la lune puntando l’indice verso l’astro. Gesto semplice quanti altri mai, espressione di civiltà colta.
Oggi siamo invece alla civiltà elaborata. È quella che ci fa star bene, che non ci fa chiedere due volte la ragione di una cosa perché al massimo cambiamo la app o ne scarichiamo la nuova versione. Anche per questo ho sentito la frattura tra il nostro mondo e quello altro, prima di leggere Ali e Nino, romanzo semidimenticato ma ora tornato a sfolgorare grazie a Mondadori e alla nuova traduzione allestita.

La curatrice Enrica Fei, che qui risponderà alle ultime due domande, nella sua efficacissima introduzione narra la vita dell’autore, Kurban Said, emigrato dall’Azerbajan a Berlino dopo l’invasione sovietica. Ci spiega del suo coté artistico condiviso con Nabokov e altri emigrati russi che poi si sarebbero trasferiti in blocco, tendenzialmente, a Parigi.
Ma chi sono Ali e Nino nella finzione romanzesca? Suona banale, ma siamo a Romeo e Giulietta del Medio Oriente. Anzi di più, perché i soggetti non appartengono alla stessa città in quanto Ali è azero e musulmano, Nino georgiana e ortodossa. Questo mi aveva detto in origine Arta nel suggerirmi il romanzo, mentre intessevo una vana apologia sull’incomprensione reciproca anche quando ci si amava a Rimini con una iraniana di Teheran che, poi, scoprii di origine curda. Ma questo allora non lo sapevo… qui ho rivolto le prime due domande alle traduttrici di Ali e Nino… Stella Sacchini e Ilaria Mazzaferro e le ultime due alla curatrice Enrica Fei. (Andrea Bianchi)

Che difficoltà si incontrano in fase di traduzione?
Ali e Nino rientra senza ombra di dubbio fra i romanzi a cui aspira chiunque lavori nel campo della traduzione; sì, perché si tratta di una scrittura di alta qualità che permette alla traduttrice, al traduttore di seguire un sentiero ben preciso, dove non ci si sente mai smarriti e, al contrario, si ha la netta sensazione di camminare accanto all’autore in una direzione chiara e definita. Casi come questo sono un grande privilegio perché ci si gode appieno il viaggio ed è possibile calarsi nella storia per cercare di restituirla al meglio nella lingua di arrivo. Da un punto di vista tecnico, una difficoltà oggettiva ha riguardato la traslitterazione dei nomi (azeri, arabi ecc.) di luoghi e personaggi che si avvicendano nel romanzo e, a questo proposito, è stato preziosissimo il contributo di un’esperta in materia come Enrica Fei, a dimostrazione di come la traduzione non sia mai un atto solitario bensì collettivo, in un’ottica di confronto continuo e arricchimento reciproco che si riflettono poi sul lavoro di trasposizione di un’opera dalla lingua e cultura di partenza a quelle di arrivo.
Ci dite qualcosa in più sulla ricezione in Italia di questo gioiello? Come è possibile che un autore che ha vissuto gli ultimi anni in questo Paese sia stato letteralmente dimenticato nonostante la sua alta tenuta stilistica?
Quella edita da Mondadori non è la prima edizione italiana di Ali e Nino. La prima traduzione risale addirittura al 1944, per l’editore di stampo fascista I.T.L.O., col titolo di Ali Khan. A questa prima edizione, sono seguite le edizioni più recenti del Saggiatore (2000), Net (2003) e Imprimatur (2013). Purtroppo però finora Ali e Nino non ha mai ricevuto l’accoglienza che merita e il romanzo, pur potendosi iscrivere a buon diritto fra i classici della letteratura, è sempre rimasto confinato perlopiù a una nicchia di lettori vicini alla cultura orientale, per motivi professionali o di interesse personale. Pertanto la nostra speranza è che questa edizione, giunta sugli scaffali delle librerie in un momento storico particolarmente significativo nei rapporti fra Oriente e Occidente, spinga il lettore ad avvicinarsi al mondo di Ali e Nino, al mondo di Kurban Said, affinché questo romanzo possa finalmente avere il riconoscimento che merita, sia per il valore letterario sia per la capacità di tratteggiare con pennellate rapide e lievi una realtà estremamente complessa e sfaccettata, tutt’altro che relegata al passato.
Qual è l’aspetto più vivo oggi del messaggio lasciato da Kurban Said?
Ali e Nino è un classico moderno e, come tale, i suoi messaggi non sono solo universali ma anche articolati attorno a quelli che definirei “prismi tematici”: nodi concettuali in cui confluiscono temi distinti ma interconnessi. Direi che il prisma tematico che offre più risposte a interrogativi attuali è quello che riguarda l’identità. In particolar modo, trovo di grande rilevanza l’analisi delle dinamiche sociologiche che regolano i conflitti etnico-religiosi; non solo fra macro-aree distinte (mondo musulmano e Occidente di eredità cristiana) ma anche all’interno di una medesima comunità (nell’Azerbaigian alle porte della Prima Guerra Mondiale così come nell’Europa di oggi, ferita da paura dello straniero, islamofobia, politiche anti-migratorie e movimenti sovranisti che ne minano l’unità).
È nell’incertezza – i colpi di Stato, le guerre, le rivoluzioni, competizione economica e precarietà – che le tensioni intra-comunitarie emergono e l’appartenenza attorno a elementi identitari etnico-religiosi si rafforza e mobilita contro un presunto “altro” e a difesa di un presunto “sé”. Sebbene la diversità identitaria occupi uno spazio centrale nel discorso politico delle parti coinvolte, è errato identificarla come il motore profondo del conflitto.
Ali e Nino è un brillante ritratto di come gli stravolgimenti novecenteschi abbiano giocato un ruolo fondamentale nello sfaldamento della convivenza pacifica fra le diverse comunità etnico-religiose dell’Azerbaigian. Prima dei grandi cambiamenti del Secolo Breve, la società azera era stata caratterizzata per secoli dall’incontro e lo sguardo reciproco tra questi gruppi: «diversi eppure uguali, nati sotto lo stesso cielo». La Rivoluzione Bolscevica e il coinvolgimento dell’Impero Russo nella Prima Guerra Mondiale (sotto la cui influenza ricadeva l’Azerbaigian) determinarono uno stato di pericolo e incertezza che non poteva che avere importanti ripercussioni. Quando si verificano cambiamenti politici percepiti dalla popolazione come minacciosi e incontrollabili, come è avvenuto nelle province degli imperi centrali con la Grande Guerra, il senso di appartenenza a elementi identitari etnici e/o religiosi si fortifica. I membri del proprio gruppo diventano potenziali alleati in caso di minaccia, l’“altro” un potenziale nemico, la mobilitazione del discorso identitario uno strumento di coesione e difesa potenzialmente belligerante. Come ci provano le ultime elezioni del Parlamento Europeo, viviamo in un tempo di forte revival identitario: i movimenti sovranisti sono in forte ascesa, il sentimento islamofobico è diffuso, le politiche anti-immigrazione sono sostenute dai governi dei paesi membri dell’Unione Europa e tendenzialmente appoggiate dalla cittadinanza.
Kurban Said, Essad Bey, Lev Nussimbaum, con i suoi tre nomi, la sua straordinaria esperienza di vita e il capolavoro Ali e Nino, ci invita a interrogarci sulle ragioni di incertezza che stanno dietro l’ascesa di questi sentimenti identitari così costruiti intorno alla difesa di un presunto “altro”. Ci indica, inoltre, dove scoprirci: l’identità è uno spazio sempre cangiante di incontro, interazione con l’“altro”, con il “diverso”, è un luogo costantemente rinegoziato e ridefinito di osservazione e scoperta.

Cos’era l’esotismo prima di Kurban Said? Ricordiamo ai lettori che un trentenne, Pierre Loti, incanta la Francia letteraria nel 1879 con l’intreccio amoroso della turca Aziyadé e del marinaio ‘europeo’ che alla fine si converte all’islam. Cosa succede tra Loti e la Prima guerra mondiale? Kurban Said come fa a estraniarsi rispetto ai luoghi d’origine consegnandoci un ritratto di un paese Altro che in fondo non è più suo (dopo i sovietici)? Come riesce a rielaborare in pubblico la serie di ricordi giovanili privati?
Loti ha ricevuto molte accuse di orientalismo e, a ben vedere, non a torto: il mondo dell’“altro” è rappresentato con forte romanticismo e ambiguità e il punto di vista del colonizzatore europeo non è in alcun modo decostruito e problematicizzato. Il caso di Kurban Said e del suo romanzo Ali e Nino è molto diverso. È vero che Said ha abbandonato l’Azerbaigian a soli 12 anni (fuggì con il padre nel 1917 a seguito della Rivoluzione Bolscevica) ma, grazie all’incredibile lavoro del giornalista Tom Reiss che ha scoperto l’identità di Said a più di sessant’anni dalla sua morte (rivelandoci che il nome Kurban Said era uno pseudonimo per Essad Bey che a sua volta era un nom de plûme per Lev Nussimbaum, ebreo ashkenazita di origine russa), sappiamo che i cinque anni di viaggio attraverso il deserto persiano per raggiungere Berlino (dove padre e figlio sarebbero rimasti fino alla metà degli anni ’30, quando fuggirono dalla persecuzione nazista a Vienna e poi in Italia) hanno avuto un grande impatto sulla sua formazione spirituale e intellettuale. Poco dopo essere giunto a Berlino, ancora ragazzo, Said si convertì all’Islam. Dal memoir inedito che scrisse negli ultimi mesi di vita – L’uomo che non sapeva nulla dell’amore –, sappiamo che fu proprio in quegli anni di viaggio che sviluppò la convinzione che civiltà asiatica e occidentale possedessero una qualche radice comune. Quando divenne un intellettuale di riferimento per lo studio del Medio Oriente, del Caucaso, dell’intero mondo musulmano, è nella tradizione greco-persiana antica che Said individuò questo punto di incontro, questa comune origine. È su queste premesse intellettuali che Said ha scritto Ali e Nino. L’analisi delle contraddizioni ideologiche che emersero in Azerbaigian a seguito della Rivoluzione Bolscevica e della Prima Guerra Mondiale – incarnate nei vari personaggi, ciascuno dei quali è portatore di differenti risposte a questi cambiamenti – ci mostrano come abbia studiato a fondo e con acume le implicazioni della Grande Guerra sulle province degli Imperi. L’esotismo di Loti è quanto mai lontano.
*L’intervista è a cura di Andrea Bianchi
*In copertina: Henri Rousseau, La Bohémienne endormie, 1897