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Troppo facile giocare a calcio. Il 1999 che cambiò la storia della pallacanestro italiana. Tifavamo Carlton Myers, ma Alessandro Abbio era il nostro fratello maggiore. Ovvero: in preparazione dei prossimi mondiali

Troppo facile guardare la Nba. Quell’anno vinsero gli ‘Spurs’ di San Antonio, guidati dall’invalicabile Tim Duncan. Schiacciarono New York in finale – tifavo per Patrick Ewing, torchiato dal male, nelle ultime partite. 4 a 1. Secca. Per chi ha memoria, quelli sono gli anni di Reggie ‘Killer’ Miller, micidiale guardia degli Indiana Pacers, mentre a Los Angeles tentano la quadra Shaquille O’Neal e Kobe Bryant – dall’anno successivo, sbrodolando nel nuovo millennio, sarà egida Lakers. In ogni caso, quell’anno, era il 1999, c’era altro da guardare.

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Come tutti quelli della mia età, che bordeggiano gli ‘anta’, sono cresciuto nel mito cestistico di Carlton Myers, il nostro Michael Jordan. Segnava tanto e vinceva poco, dicevano – un po’ come Roberto Baggio. Il 26 gennaio del 1995, in A2, con la maglia del Rimini, stordì Udine con 87 tacche, record di punti mai segnati in una gara. Quell’anno, era il 1999, era in Fortitudo. Il campionato andò a Varese, la Varese dell’atomico Pozzecco e del miliare Andrea Meneghin ‘figlio di Dino’. Miglior marcatore, il formidabile ‘Vincenzino’ Esposito. Semplicemente. Myers ci faceva credere che la Nba fosse dietro l’angolo di casa e sotto al cuscino, che giocare a basket fosse angelologia.

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Ancora una volta, dico, l’etica della mano. La mano è tutto. Chi piglia a pedate una palla – i veri geni del calcio sono quelli che del piede fanno una mano – è vile. La palla va accarezzata, presa con audacia e toccata con dolcezza. La pallacanestro è un trattato d’amore, un manuale di estetica erotica. Ogni spicchio della palla va sfiorato come le labbra di un amato: tieni con te la palla il tempo adatto per lanciarla. Gioco delicato di polso, di dita, falange per falange. Il suono della retina, un sibilo, ciuf. Come la pietra che entra perfetta nel lago. Come lei che si slaccia il reggicalze.

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Per altro, amavo gli assist. Chi con viziata vanità ti consegna la palla e non puoi fare altro che segnare, se sbagli sei un cretino. Senza di me, sei nulla, sibila l’assist man al ‘finalizzatore’. Come se, dopo averla fatta innamorare, ti concedessi la bella per un ballo. Quel punto, in realtà, è mio: ma te lo cedo, perché alla cifra preferisco la resa scenica, al trofeo il trionfo.

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Nel 1999 l’Italia della pallacanestro diventa campione d’Europa, in Francia; l’anno prima, in Francia, ai Mondiali di calcio, l’Italia esce ai quarti contro i ‘galletti’, squagliandosi nel tiro di Baggio che flirta con l’incrocio dei pali e il rigore fallito di Di Biagio. I cestisti annientarono il disonore: in finale l’Italia ‘mata’ la Spagna, 64 a 56, con immenso Myers (18 punti). Per paradosso, le partite decisive si compiono nella prima fase a gironi: l’Italia batte di misura Bosnia-Erzegovina (64 a 59; 22 punti di Myers) e Turchia (64 a 61; 20 punti di Myers). La fiducia levita. Nell’ultima fase giganteggia Gregor Fučka (poi eletto miglior giocatore del torneo), con 17 punti nella semifinale contro la Jugoslavia di Bodiroga (71 a 62) e 10 rimbalzi in finale. Fu l’apogeo.

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Per questo, mi commuove il progetto “Parigi 1999. 20 anni dopo”, che potete vedere su sito e su video. Quella, dice chi sa, fu la squadra di pallacanestro più completa di sempre, l’Italia più bella, in cui coincidevano genio e sostegno, istinto e solidità, rapacità e senso del dovere. Se giochi a pallacanestro sai che del gesto puoi gloriarti per un attimo – devi avere fermezza mentale da ghepardo, senso della strategia da von Clausewitz, una disciplina da esegeta dell’Hagakure. Il progetto filmico che rievoca i fasti di allora serve a introdurre le partite di oggi: l’Italia, infatti, debutterà al Fiba Basketball World Cup, la coppa del mondo di basket, il 31 agosto, contro le Filippine. Le partite ufficiali e le amichevoli di preparazioni saranno in onda su Sky Sport e io sono felice come una Pasqua.

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Banale amarcord. Myers era il dio, Alessandro ‘Ale’ Abbio il semidio. Ho giocato a basket con la casacca del Liceo scientifico ‘Majorana’. Eravamo bravi. Merito di un allenatore allucinato, che ci reclamava a scuola, a giostrare schemi e mani, quasi tutti i pomeriggi. Per tre anni consecutivi abbiamo vinto il campionato scolastico provinciale e regionale. Un anno – azzardo: il 1997 –, a Livorno, siamo arrivati alla finale nazionale. Schiantati da Bologna. Il mio liceo era in un paese periferico, Orbassano. Nel tempo libero, giocavo a calcio e praticavo atletica. Ero molto veloce. Molto tenace in difesa. Assai impreciso nel tiro. Abbio era il nostro eroe. Veniva anche lui dalla periferia, da Racconigi. Era l’astro della Auxilium Torino. Fu grande nella Virtus, con cui vinse di tutto: tre campionati e quattro coppe Italia e due Eurolega. C’era anche lui, casacca blu, in Francia, nel 1999. Le finali regionali del torneo scolastico venivano disputate nel bellissimo palazzetto torinese dove giocava Abbio. Ce lo ripetevamo. Qui ha giocato Abbio, ti rendi conto? Era come il fratello grande, che ce l’aveva fatta. Non siamo stati indegni del suo nome, anche a noi la retina, fluttuando, ha dato gioia. (d.b.)

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