“Vorrei essere ricordato per questo: sono un uomo di parola”. Gianluca Barbera dialoga con Massimo Maugeri, l’ideatore di “Letteratitudine”

Posted on giugno 17, 2018, 9:26 am
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Giornalista della carta stampata, del web e radiofonico, scrittore, ideatore di Letteratitudine, bollettino di informazione e cultura letteraria di successo e blog letterario d’autore del gruppo L’Espresso, Massimo Maugeri è da poco in libreria con il romanzo Cetti Curfino, edito da La nave di Teseo. Siciliano, uomo intelligente, gran bella penna, persona dai modi gentili, della sua produzione letteraria ricordiamo i racconti Viaggio all’alba del millennio (Perdisa, 2011) e Trinacria Park (e/o, 2013). Ma ne saprete di più dalla sua viva voce.

libro maugeriCaro Massimo, a quanto pare tutto è nato da una voce. “Ogni storia” hai dichiarato “nasce a modo suo e non sempre è facile risalirne alle origini; ma in questo caso andò proprio così: prima di ogni altra cosa giunse la voce, poi il resto. E la voce era quella di una donna che pronunciava questa frase: «Intanto per incominciare è meglio che chiariamo un punto»”. Puoi raccontarci cosa è accaduto poi? Come è venuto tutto il resto? Puoi raccontarci la genesi del romanzo. So che tutto parte da un racconto poi diventato pièce teatrale…

Accadde che mi misi all’ascolto di questa voce. Era la voce di una donna che aveva qualcosa di importante e di urgente da raccontare. Una voce che proveniva dagli abissi della reclusione. Mentre parlava la visualizzavo con gli occhi della mente. Era una bella quarantenne con le mani aggrappate alle sbarre di una cella. Cosa aveva da dire? Cosa le era capitato? Pensai che volesse raccontare la sua storia a qualcuno, ma non a una persona qualunque. Immaginai dunque che questa donna, bella ma ignorante, stesse scrivendo una lettera proprio al commissario di polizia che l’aveva arrestata. Cominciai a scrivere cercando di captare la tonalità espressiva di questa voce, caratterizzata dal fatto che il personaggio si sforzava di riportare in lingua italiana espressioni dialettali e modi di dire comuni che aveva appreso in maniera strampalata. Venne fuori un racconto dotato di un linguaggio particolare che finì all’interno della mia raccolta Viaggio all’alba del millennio (Perdisa Pop, 2011). Qualche anno dopo fui contattato dal regista teatrale e cinematografico Manuel Giliberti. Aveva letto il racconto ed era rimasto molto colpito. Aveva il desiderio di trarne una trasposizione teatrale. Aveva in mente anche l’attrice giusta per interpretare questo personaggio: Carmelinda Gentile, la Beba del commissario Montalbano televisivo. Quando lo spettacolo andò in scena, rimasi così emotivamente travolto dall’interpretazione di Carmelinda che continuai a pensare a questo personaggio, alla mia Cetti Curfino, per mesi e mesi. Voleva altro spazio. Così, mentre lo spettacolo teatrale andava in giro per l’Italia, travalicando i confini nazionali fino a raggiungere Amsterdam, mi buttai a capofitto nella scrittura di un romanzo dove la storia di Cetti proseguiva. È stata un’esperienza bellissima. Quasi unica, direi.

Il romanzo è venuto proprio come volevi o qualcosa ti è sfuggito di mano, come spesso accade, e storia e personaggi hanno preso il sopravvento? Prima di iniziare a scrivere avevi già tutto chiaro in mente, hai definito una scaletta, o hai proceduto a briglia sciolta?

Non avevo alcuna scaletta. Né quando ho iniziato a scrivere il racconto, né quando ho iniziato a lavorare al romanzo. Cetti Curfino è il personaggio letterario più potente in cui, nella mia esperienza di scrittura, mi sono mai imbattuto finora. È sempre stata lei a condurre le danze.

Molto bello l’incipit («Appena la vide, pensò due cose. La prima: il suo era uno di quegli sguardi capaci di bloccare il respiro. La seconda: la sua bellezza era dotata di un incanto ferale»). Come ti è venuto? Ricordi il momento esatto? E hai trovato subito la lingua con cui scrivere il romanzo o ci sei arrivato per aggiustamenti?

Lo ricordo perfettamente. È stato un incipit che è venuto fuori di getto… come tutto il resto, peraltro. Ho immaginato questo giovane giornalista che va a trovare la Curfino in carcere. Appena la vede pensa quelle due cose. Il linguaggio di Cetti era già ben chiaro nella mia mente (amo definirlo con l’appellativo di “cetticurfinese”). Quello di Andrea, il giovane giornalista, è formulato in terza persona ed è venuto da sé, in maniera automatica. È un linguaggio senz’altro più forbito, ma meno caratteristico… quasi a contrapporsi a quello di Cetti.

Come descriveresti Cetti Curfino? Che tipo di donna è? E soprattutto, senza svelarci troppo, cosa nasconde, nella vita e nell’animo?

È una bellissima quarantenne che ha sempre vissuto in un quartiere popolare e disagiato di una città meridionale, che potrebbe essere la mia Catania (ma non necessariamente). È una donna ignorante perché non ha mai avuto la possibilità di studiare. In un certo senso, la sua bellezza fa da contraltare alla sua ignoranza (e questo contrasto è uno degli elementi caratterizzanti del personaggio). Eppure, nonostante la sua ignoranza, Cetti è una narratrice eccezionale. Lo è naturalmente, come dimostra (al di là degli strafalcioni) con quella lettera che invia al commissario Ramotta. La sua vita è sempre stata infarcita di stenti. Eppure Cetti – nonostante le difficoltà – riesce a farcela. Ma quando si ritrova nella condizione di vedova (con il marito, lavoratore precario in nero, che muore in un incidente nel cantiere dove presta la sua attività) tutto comincia a cambiare. Non ha il becco di un quattrino e deve crescere un figlio quattordicenne. Rimane sola e disperata. Diventa quasi inesistente rispetto a una società che a volte sembra procedere con i paraocchi. E rimane invischiata all’interno di vergognosi meccanismi famigliari da cui non riesce a sfilarsi.

Ti sei ispirato a una persona in carne e ossa? A un fatto di cronaca ben preciso?

Questa è una domanda che mi pongono in tanti. E mi sembra un buon segno. No, il personaggio e la storia sono frutto della mia fantasia. Ma temo che la storia narrata presenti aderenze molto forti con la nostra realtà. Temo che tra i meandri dei quartieri più disagiati delle nostre città, potremmo ritrovare molte persone che hanno storie che ricordano quella di Cetti Curfino.

E il giovane giornalista che la intervista sei tu, magari agli inizi? E che tipo di rapporto si instaura tra lui e Cetti Curfino?

Be’, forse sì… per certi versi Andrea potrebbe essere un mio alter ego un po’ più giovane. Per altri decisamente no. Spero, per esempio, di essere un po’ meno impacciato di lui. In ogni caso gli ho prestato i miei sensi e il mio pensiero. E mi sono dovuto documentare io al posto suo. Andrea va a incontrare Cetti Curfino in carcere perché si è interessato al caso mediatico che si è sviluppato intorno a questa donna. Vorrebbe raccontarne la storia in un libro con l’intento di mettere in risalto alcuni aspetti che ritiene non siano emersi dalla realtà processuale e che in qualche modo potrebbero riscattare, almeno in parte, la donna agli occhi della pubblica opinione. In realtà è anche alla ricerca di una personale forma di riscatto che possa attenuare la sensazione di fallimento che lo attanaglia (perché è un giornalista precario che lavora “quasi gratis”, costretto a vivere con una zia ottantenne). Quindi Andrea incontra Cetti con questo stato d’animo e, in un certo senso, finisce quasi con l’invaghirsi di lei.

Oltre a Andrea Coriano e a Cetti Curfino nel tuo romanzo c’è molto altro: carcere, morti sul lavoro, politica, corruzione, disoccupazione, prostituzione, abusi, violenza sulle donne, dipendenza dal gioco… Puoi parlarcene?

Per evitare di raccontare troppo, mi limito a dirti in maniera sintetica che questo romanzo affronta trasversalmente tutte le tematiche che hai accennato, sia attraverso la storia di Cetti Curfino, sia attraverso quella di Andrea Coriano. E dunque è fortemente aderente alla nostra contemporaneità. È un romanzo duro, dolente… ma a tratti fa sorridere (attraverso gli strafalcioni della lettera di Cetti) e a volte fa persino ridere (soprattutto con riferimento a certe scenette che hanno per protagonisti Andrea e sua zia Miriam).

In conclusione, che cosa ci racconta, dell’Italia e di noi, “Cetti Curfino”?

Quella di Cetti Curfino è senz’altro una storia siciliana. E in quanto tale, le problematiche affrontate sembrano ingigantite come se fossero state passate sotto una lente d’ingrandimento. Ma, come diceva Sciascia, la Sicilia è metafora del mondo. Credo, e spero, che questo romanzo possa mettere in risalto molte contraddizioni e distorsioni con cui – in maniera più o meno diretta – ci ritroviamo a fare i conti. Tra le altre cose racconta un’Italia in cui la mentalità clientelare è così diffusa da essere considerata come condizione normale.

Allargando il discorso, chiunque, in date condizioni, può commettere i peggiori crimini, o solo alcuni? Nelle scelte che facciamo e nelle azioni che compiamo, specie in quelle criminali o comunque moralmente condannabili, pesano più le circostanze o i fattori personali?

Credo che possano incidere (magari con percentuali diverse, a seconda dei casi) sia le circostanze, sia i fattori personali. A volte la vita ci mette con le spalle al muro, altre volte ci ritroviamo in contesti complicati da situazioni imprevedibili. Cetti Curfino, tornando al romanzo, non ha un’indole criminale. Tutt’altro. Eppure si ritrova dietro le sbarre per aver commesso un crimine gravissimo.

C’è sempre la possibilità di riscattarci da una vita “sbagliata”? Anche dalle più atroci azioni? Ti invito a immaginare le peggiori cose…

Se provo a immaginarmi le cose peggiori, mi verrebbe istintivamente di rispondere di no. Tuttavia mi viene da pensare che una possibilità di riscatto possa sempre esserci per tutti. Chi sono io per poter negare una possibilità del genere? D’altra parte si parla anche di aspetto riabilitativo della pena. È una speranza a cui credo non si debba mai rinunciare. Anche Cetti Curfino fa un’esperienza di riabilitazione, sebbene – nel corso della detenzione – dovrà fare i conti con ulteriori situazioni dolorose e difficilissime.

letteratitudineDa molti la scrittura viene vista anche come un modo per fare i conti con la propria vita, col proprio passato, e magari anche come una via per redimersi. Una sorta di esperienza catartica. Tu credi nella scrittura come personale forma di riscatto o come catarsi? In che modo può riscattarci? Concretamente, intendo…

Credo che, in generale, la scrittura possa favorire una relazione più profonda con la nostra interiorità. È un’esperienza che può essere vissuta da tutti, a prescindere dal fatto di scrivere testi destinati alla pubblicazione. Nel romanzo, sia Cetti sia Andrea (e per motivi diversi) trovano nella scrittura una personale forma di riscatto.

Che tipo di persona sei? Cosa conta di più nella vita? Cosa metti al primo posto, come valori o anche come disvalori? Cosa ami e cosa non ami?

Faccio del mio meglio per essere una persona corretta e molto rispettosa degli altri (e delle opinioni degli altri). Credo molto nel valore della condivisione. Detesto l’arroganza, la prepotenza e ogni forma di prevaricazione.

Sei una persona tollerante (nelle parole e nei fatti) o ci sono cose alle quali ti opponi in modo deciso fino quasi all’aggressività o peggio?

Mi sforzo di essere una persona molto tollerante e paziente. E lo sono quasi sempre. Essendo un essere umano anche a me capita, sebbene di rado, di perdere le staffe. Se però mi accorgo di aver sbagliato sono pronto a chiedere scusa.

I tuoi cinque libri capitali?

La Commedia di Dante. Furore di John Steinbeck. Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj. La trilogia “I nostri antenati” di Calvino (anche se sono tre libri).

Preferisci scrivere o leggere? E che altro ti appassiona nella vita?

Amo la scrittura e la lettura allo stesso modo. Se fossi costretto a scegliere, però, opterei per la lettura. Quel che potrei scrivere io non è nemmeno lontanamente paragonabile a quel che posso leggere. Amo l’arte in generale e la musica in particolare (peraltro sono uno strimpellatore di chitarra di vecchia data). Mi appassiona lo sport: le emozioni che puoi ricevere da certe imprese sportive sono impagabili.

Parliamo della tua attività di giornalista culturale. Tu hai fondato un marchio culturale di successo: “Letteratitudine”. Puoi raccontarci come è nata questa idea, questa esperienza, e come si è sviluppata e ha preso piede?

Letteratitudine nasce nel settembre del 2006, quasi per caso. Ho aperto il blog senza particolari ambizioni, ma con un’idea ben precisa. Non volevo parlare di me o proporre miei scritti. Desideravo creare (come è indicato nel sottotitolo) un luogo d’incontro tra lettori, scrittori, giornalisti e operatori culturali, librai, editori, ecc. All’epoca, peraltro, non erano ancora esplosi i social network che oggi vanno per la maggiore (Facebook, Twitter, Instagram). Cominciai a inviare una newsletter informativa a una trentina di indirizzi mail di amici che erano potenzialmente interessati. Da quel momento, grazie al passaparola, Letteratitudine crebbe in maniera impressionante. Ho alle spalle centinaia di dibattiti online incentrati sui libri e sulle tematiche da essi trattati (con il coinvolgimento diretto degli autori e l’animazione di una fittissima rete di lettori e di addetti ai lavori), giochi di gruppo sulla lettura e sulla scrittura, una sfilza lunghissima di recensioni e interviste. Adesso punto soprattutto sui contributi tematici e su una serie di rubriche animate con la collaborazione di amici scrittori, sul programma radiofonico da me curato e condotto, omonimo del blog e a esso integrato (nato nel 2009 e oggi in onda su Radio Polis e in podcast su Letteratitudine), il progetto LetteratitudineNews (una sorta di quotidiano letterario online), gli “Autoracconti” d’autore, il canale video su YouTube e tanto altro ancora. Il tutto potenziato dalle pagine e dai profili su Facebook e Twitter. Mi avvio a raggiungere il traguardo del dodicesimo anno di vita di Letteratitudine e ho in mente vari nuovi progetti. Ne approfitto, infine, per segnalare che – in occasione del decennale di vita del blog – ho pubblicato (con il contributo di decine di amici scrittori) un libro che mi sta molto al cuore e che considero come un vero e proprio laboratorio dedicato alla lettura e alla scrittura: Letteratitudine 3: letture, scritture e metanarrazioni (LiberAria, 2017).

Un’ultima domanda, che non tralascio mai. Come vorresti essere ricordato come scrittore e come uomo? Magari con una sola frase, quasi un epitaffio…

Massimo Maugeri: uno di parola.

Siamo alla fine. Con lui la macchina della verità non serviva. Sapevamo che si sarebbe sbottonato senza bisogno di artifici. E siccome anche noi siamo abbastanza di parola vi promettiamo che la prossima volta saremo più cattivi. Ma con uno come Massimo Maugeri proprio non si poteva. Sono le persone a improntare i comportamenti e non viceversa.

Gianluca Barbera

 

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