“La coscienza è un inconveniente… forse farò impiccare Tom Sawyer”. Rudyark Kipling intervista Mark Twain

Posted on Maggio 25, 2020, 9:32 am
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I dati scarni: New York 1889. Kipling vi giunge dall’India, non ha nemmeno 24 anni. Il signore che va a intervistare di anni ne ha più del doppio, potrebbe essere suo padre ed è Mark Twain.

L’unica differenza sostanziala tra i due è che Kipling fa gavetta nei giornali e deve saltare addosso alla bestia sacra, Robert Louis Stevenson, che da par suo sghignazzerà davanti ai primi successi di letteratura esotizzante di Kipling: questo deve ancora accadere ma l’imprinting è già lì.

Per ora Kipling sta covando il romanzo choc La luce che si spense, pubblico di lì a due anni: storia rimuginata tra Marble Arch e Kensington Garden a Londra, stessi luoghi dell’autore di Peter Pan pressoché negli stessi anni. Romanzo che è un’incapacità alla vita con finale spezzacuore.

La belle époque è così. Sembra non possa accadere nulla ma è tutto un fermento.

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“Rudyard Kipling ha attraversato mezzo mondo per far visita a Mark Twain”

Invece Twain in quel 1889 è un gran signore: Huckleberry Finn è di cinque anni addietro e ora si è un po’ intoppato. Proprio nel 1889 esce un libro scadente dal titolo folgorante, un viaggio alla Voltaire ma senza il sostegno del distacco british: Un americano del Connecticut alla corte di re Artù (una volta a catalogo Mondadori, ora viaggia nelle collane di fantascienza sotto copertine boreali e insignificanti).

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Con questi presupposti vediamo come Kipling l’ha raccontata, nel 1889. Il pezzo si è intrufolato nella raccolta Da mare a mare 1887-1889; poi chiaramente smarrito editorialmente e recentemente riagganciato da Mattioli 1885: ma è subito sgusciato nella nudità del mare, di nuovo. In inglese qui.

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Una serie di visioni allineate:

– la biblioteca di Pembroke college a Oxford con tutti i libri di viaggio e i pezzi giornalistici di Kipling, in edizione tascabile rosso tappeto usurato – libretti da mettere nel giaccone prima di dare un’ultima occhiata al sartiame e salpare

– quattro bambini che sulla spiaggia ruzzolano dalla duna più alta e fanno le loro capriole, come figli prodighi di Mar Twain ma senza saperlo

– Kipling che torna a Londra dall’America nel 1889 e trova semidisperato sotto Marble Arch un ignaro Barrie che ha la sfiga di sempre, in compenso ha 29 anni e sulle spalle il peso ignobile della tradizione inglese: i due si incrociano, Barrie presta un fiammifero a Kipling, i due si salutano. Primo piano di una suffragetta che guarda implacabile quei due ragazzi a zonzo, senza impegno sociale. (Andrea Bianchi)

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Kipling, Un’intervista con Mark Twain

Fu nello spazio che seguì tra il campanello suonato dal cognato e l’arrivo di una risposta che mi capitò di pensare “forse Mark Twain potrebbe avere altri impegni che non siano intrattenersi con un Indiano lunatico quale sono io, e tutto entusiasta di lui per giunta”. E in casa di un altro uomo poi – che dovevo fare o dire? Bastava che l’ingresso fosse affollato di gente, che un bambino fosse malato, e come avrei spiegato che volevo solo stringerli la mano? Poi le cose in qualche modo si misero in ordine. Un soggiorno grande e scuro; una sedia enorme; un uomo coi suoi occhi, una criniera di capelli ingrigiti, baffi castani a ricoprire una bocca delicata come quella di una donna e una mano forte e massiccia che strinse la mia e poi la voce più lenta, calma e costante per tono che ci fosse al mondo. Disse: “Bene, lei pensa di dovermi qualcosa ed è venuto qui a dirmelo. Ecco quel che chiamo saldare un debito in modo carino”.

Poi un piff da una pipa di forma classica (lo sapevo che le Meerschaum del Missouri sono le migliori) e attenzione! Mark Twain si era subito spalmato nella sua sedia e io avevo iniziato a fumare con reverenza come si richiede in presenza di un superiore.

Quel che mi colpì fu la sua età avanzata: pure dopo averci pensato su un minuto notai che non era più l’età che avevo pensato e ancora cinque minuti dopo mentre mi fissavano quegli occhi grigi mi accorsi che il colore dei capelli di Twain era un accidente irrilevante. Era abbastanza giovane. Gli avevo dato la mano. Stavo fumando uno dei suoi sigari mentre lo ascoltavo parlare – lui, l’uomo che avevo preso ad ammirare a più di quattordicimila miglia di distanza.

Leggendo i suoi libri cercavo sempre di farmi un’idea della sua personalità e tutte le mie nozioni a tavolino erano sbagliate e più in basso rispetto alla realtà. Fortunato colui che non deve disilludersi quando si trova davanti al volto dell’autore idolatrato. Momento memorabile; trovare spiaggiato un salmone di dodici libbre era nulla al confronto. E io avevo fiocinato Mark Twain e ora lui mi trattava come se per certi rispetti fossimo uguali.

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“Il copyright? Certi uomini hanno una morale, altri hanno… altre cose. Suppongo che un editore sia un uomo. Manco così bravo. È una creatura delle circostanze. Alcuni editori hanno una morale. Il mio almeno ce l’ha. Mi pagano per la produzione inglese di libri. Se ti capita di trovare un mio libro o magari uno di Bret Harte in edizione pirata, informati con gli editori. Penso si accorgeranno che qualcuno ha pagato quei pirati. È sempre andata così”.

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“Non ho ancora deciso se Tom Sawyer sposerà quella fanciulla o se lo impiccheranno. Ma è reale. È tutti i ragazzi che ho conosciuto o raccolto. Chissà in che modo deve finire la sua storia. Quando ci pensi un attimo, né la sua religione né la sua istruzione né il suo addestramento ci dice nulla sulle circostanze che spingono un uomo in una certa direzione. Ora prendi i successivi quattro o venti anni della vita di Tom Sawyer e da’ una spintarella alle circostanze che l’hanno controllato. A seconda della spintarella, logicamente diventerà un pugnalatore o un angelo”.

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“Non è umano scrivere la verità su se stessi. Nondimeno il lettore ha un’impressione generale dall’autobiografia se il suo uomo è un falso o per davvero un uomo buono. Il lettore non sa darsi una spiegazione di ciò più di quanto un uomo possa spiegare perché una donna l’abbia colpito e sia per lui oggetto d’amare anche se non ne ricorda capelli, occhi, denti, profilo. E l’impressione che il lettore ricava per sé è quella giusta”.

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“La tua coscienza è un inconveniente. È come un bambino. Tu lo vezzeggi e ci giochi insieme e gli dai tutto quel che vuole e allora si vizia e si intrufola in tutti i tuoi divertimenti e quasi in tutti i tuoi dolori. Tratta la tua coscienza come tutto il resto. Se si ribella tu le dai un nocchino, sii severo con lei, litigaci, evita che giochi con te a ogni ora e sarai sicuro di lei. Sarà addestrata. Penso di aver riportato la mia all’ordine. Quantomeno è un da un pezzo che non la sento. Forse l’ho uccisa con tutta la mia severità. Credo sia sbagliato uccidere un bambino ma a dispetto di quanto detto prima la coscienza è molto diversa da un bambino. Forse è meglio da morta”.

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Come mi sarebbe piaciuto sentire la versione di Twain sulla sua vita con certe storie dal suo passato gioiosamente variegato. Era stato stampatore inaffidabile (in quei giorni andava da una banca all’altra tra Missouri e Philadelphia), apprendista e poi pilota di nave, soldato al Sud (ma solo per tre settimane), segretario privato di un sottotenente governatore del Nevada (pessimi ricordi), minatore, editore, corrispondente dalle isole Sandwich e Dio solo sa cos’altro. Se è possibile far ubriacare un uomo così maturato dall’esperienza, sarebbe cosa gloriosa portargli dei liquori assortiti e lasciarlo andare all’indietro coi ricordi. Ma i nostri occhi non vedranno mai quell’orgia divina!

Rudyard Kipling

*traduzione Andrea Bianchi