David Maria Turoldo, il poeta fondamentale. Leggerlo vuol dire perdersi, con entusiasmo

Posted on Dicembre 06, 2019, 7:26 am
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Di David Maria Turoldo, quasi subito, mi affascinò la scelta più che il poeta, l’abisso prima del verbo. L’impeto di DMT – questo quotidiano assottigliare la grammatica in chiodi – distrugge ogni giudizio sull’esito. L’esattezza del compito è superiore alla suggestione retorica.

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Che egli, dico, scardinando il proprio nome – si chiamava Giuseppe – decida di vivere da David, da salmista a cui è chiara l’inquietudine, che sganghera nel nulla. Proprio dov’è la contraddizione, insanabile, e Dio si mostra come buco, come ferita, come assurdo, che il Salmista concentra la lira. Dio va eletto al dubbio, non carezzato di certezze.

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Turoldo muore a Milano il 6 febbraio 1992, due giorni dopo ne avrei fatti 13. Fino a pochi istanti prima dell’ultimo – così testimonia il numero di “Servitium” 84, novembre-dicembre 1992, che lo onora, con nota di Giorgio Luzzi – Turoldo raffina la sua vita ai Salmi. Alcune Meditazioni liriche “Super Psalmos” sono affascinanti per vigore d’urgenza, scassinano la lingua sacra con il carisma di uno Iacopone da Todi.

Fino a quando, Signore?
Di anfratto in anfratto il grido si propaga
Dai silenzi dell’anima.

Fino a quando continuerà
a ingoiarmi la Notte?
E tu a nasconderti: perché?

Forse anche a te è negato svelarti,
e resterai sconosciuto anche sotto
la coltre di morte?

Ma il canto ci salverà,
e splenderanno gli occhi
anche dell’oscura tua Notte.

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Finché un frate dell’ordine di Turoldo – e che aveva conosciuto Turoldo –, fra’ Antonio, un autentico maestro spirituale, mi portò quel libro – e capii. Capii, intendo, cosa significa che “il canto ci salverà”. Era il Salterio corale “della Liturgia delle ore, nella proposta poetica di David M. Turoldo”. Intendo dire. Turoldo veniva pregato. Le sue traduzioni dei Salmi e dei canti liturgici accompagnavano la vita dei frati. Appena svegli, durante la Messa, prima di mangiare, a tavola. Verbo di cui fare pasto, verbo che sopraffà ogni ragionamento e s’impone come codice ai gesti, come preparazione all’intimità con Dio. Poesia che va in litania ed ipnosi, disancorata dal ‘giudizio’, al di là del pensare, confitta al mistero, all’ambiguo, nelle narici del tremendo. Tremai, intendo.

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Pregare recitando un salmo è diverso da leggere una poesia. Quando fra’ Antonio – un rigoroso rivoluzionario – scelse, a mia insaputa, di costruire una liturgia su alcuni Salmi che avevo tradotto, fui tramortito udendoli ripetere dall’assemblea. Quei versetti, indubbiamente, non erano miei – ma erano pur sempre miei. Con che spudoratezza pensai alla loro efficacia… Insomma, io parlavo alla comune dei poeti, traducevo consegnandomi, per evento, alla storia letteraria: quei versetti, verticali, avvinti alla codardia, avrebbero disancorato Dio dal rancore? Tremai, ripeto.

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“Sempre storia dell’uomo che diventa canto; memoria che si compone in musica. Nella sostanza nulla di diverso dai salmi, solo testimonianza di creatività e di improvvisazione: segno che il cuore è pieno e trabocca”, scrive Turoldo introducendo il Salterio corale, con una esortazione “cantare tutti; e cantare per tutti”. Frate Antonio mi diceva che accordarsi nel canto comune è sigillare l’armonia tra gli uomini, dissimili – il vero patto è consonanza, anzi, consuonare, cantare.

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Qui Turoldo traduce il profeta Isaia:

Chi nella mano raccoglie gli oceani
e con il palmo misura gli spazi?
C’è forse un altro che mai ha raccolto
come in un’anfora tutta la terra?

O c’è qualcuno che possa pesare
sulla bilancia montagne e colline?
Chi mai diresse la mente di Dio,
o consigliere gli fu nello spirito?

Gocce d’un secchio per lui le genti
appena polvere sulla bilancia:
i continenti sono come granelli
pesano le isole quale pulviscolo.

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Gabriel Del Sarto, poeta notevole – ricordo I viali, per Atelier, 2003; Il grande innocente, Aragno, 2017 – pubblica per Lamantica un “Saggio sulla poesia di David Maria Turoldo”. Si intitola Raccontare la verità – e dice già l’attitudine di Turoldo: ancorarsi al vero più che presunto per retorica, dare pregio al fatto che forma è rivelazione. “Turoldo, nel suo complesso, non è un grande poeta, ma è un poeta fondamentale”, scrive Del Sarto, penetrando uno scarto.

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Quando frate Antonio mi disse che la mano di Turoldo era nella traduzione delle “Costituzioni” dei Servi di Maria, in effetti affascinanti (“Secondo l’ispirazione mendicante del nostro Ordine, viviamo i valori evangelici della provvisorietà, della insicurezza e della disponibilità ad andare dove urge il nostro servizio”), pensai che un poeta è proprio quello: rompe ogni regola per scrivere la regola. Adempierla è abitare poeticamente. (d.b.)

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Per gentile concessione pubblichiamo un brano da: Gabriel Del Sarto, “Raccontare la verità. Saggio sulla poesia di David Maria Turoldo”, Lamantica, 2019

Turoldo nel considerare la sua poesia come una necessaria attualizzazione e amplificazione dello spazio poetico della Sacra Scrittura, si è assunto il compito di tendersi sul presente. La sua poesia è quindi funzionale: i versi sono uno strumento di preghiera, di riflessione, di messa in contatto col divino, sono una porta accessibile. Per questo assegna alla poesia un compito alto, che la nostra sensibilità catalogherebbe forse come ingenuo (ma, proprio per questo, libero): «Poesia/ è rifare il mondo, dopo/ il discorso devastatore/ del mercadante».

Per rifare il mondo serve il silenzio. Turoldo sa bene che per gli Israeliti il nome di Dio è fatto di quattro consonanti che non si dicono, che si tacciono. Il nome di Dio è silenzio, non perché è muto, ma perché contiene tutti i suoni e li sintetizza su una frequenza fuori banda. Il silenzio del nome di Dio è la perfezione di tutte le voci, di tutti i canti, che nessuno ascolta.

Il silenzio è amico di una delle verità più crude che il Vangelo tramanda: l’anima deve morire, perché l’uomo possa vivere in Cristo. In verità il nostro io non è che questo: una serie di comportamenti osservabili. Non siamo altro che rappresentazione, da questo punto di vista. In poesia l’io, quindi, si risolverà in una mera posa grammaticale. A meno che non sia svuotato di sé, kenoticamente. Se muore l’anima, quel piccolo mutevole io distinto dallo Spirito, anche Satana muore, e con lui le tenebre.

Satana è presente anche nel cuore di chi legge. La poesia di Turoldo chiede al suo lettore lo stesso impegno: essere disponibile a svuotarsi, a far morire l’anima. Non è poesia che diletta, non si vuol far leggere perché bella, ma è bella perché si deve far leggere. Essa si pone come strumento di ricerca della verità. Lettori diversi, attenti al grado di letterarietà di un testo e non alle sue motivazioni, in definitiva meno inquieti e più tiepidi, non sono contemplati. Per loro basta la condanna dell’Apocalisse di Giovanni.

Ogni poeta sceglie poche verità e decide su quelle di costruire, più o meno consapevolmente, la sua visione delle cose, e di imporla. La verità di Qohelet è necessaria perché sorga la verità di Giobbe: la prima è puramente riflessiva, speculativa, la seconda è una storia, dolorosa al massimo grado e cucita insieme da una speranza contraria ad ogni speranza, ad ogni logica. Per questo la prima è funzionale alla seconda. Per questo la seconda è più profonda e valida.

C’è stata un’epoca in cui i poeti erano degli entusiasti del pensiero. C’era una spinta in avanti e insieme una capacità di reggere la pressione del reale che permettevano l’immaginazione, l’illusione e, talvolta, anche la speranza. Turoldo sembra avere in mente poeti di questo spessore, ogni volta che riflette sulla poesia e sul suo destino.

 Wallace Stevens scrisse in Imagination as Value: «I grandi poemi del paradiso e dell’inferno sono già stati scritti, ma rimane da scrivere il grande poema della terra». È probabile che questo poema non sarà opera di uno solo, ma di diversi, semmai sarà scritto. Turoldo potrà, a mio avviso, essere annoverato fra costoro.

La poesia di David Maria Turoldo è il tentativo di amare e tenere tutto questo insieme: la polvere della terra, le infinite galassie, il nome di Dio. Perché se non manterremo vivo l’amore – quel costante colloquio fra noi – anche il suo nome luminoso andrà in frantumi.

Gabriel Del Sarto