Posted on ottobre 11, 2017, 3:50 pm
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Non facciamo pettegolezzi, please. Una polemica apparentemente banale dice tutto. L’edizione americana delle lettere di Sylvia Plath, la più feroce e importante e influente poetessa in lingua inglese del Novecento, ha in copertina una fotografia della bella bostoniana. Lei sorride, guarda verso destra, stretta in un giaccone. Quella stampata in Inghilterra da Faber & Faber, The Letters of Sylvia Plath. Volume I 1940-1956 (pp.1424, £ 35.00), raffigura la bionda che fissa il lettore, sulla spiaggia, in bikini. Apriti cielo. I cittadini d’Albione vogliono solo quello, ha urlato indispettita una lettrice sul Guardian: guardare cosa c’è sotto il costume, della poesia frega nulla, a loro. Rewind. Sylvia Plath, balda americana che soffriva di gravi crisi depressive e che voleva la gloria letteraria costi quel che costi, insieme a Ted Hughes, ‘poeta laureato’ d’Inghilterra dal 1984, ha formato la coppia più bella del mondo della poesia che conta, quella anglofona. La storia è nota: i due si conoscono a Cambridge, dove lei ha vinto una borsa di studio. Si piacciono, copulano, si sposano, nel 1956. Sono, davvero, la coppia più bella del mondo. Lei americana, sagace, visionaria, uno splendore biondo; lui inglese, alto, muscoloso, viso virile, pare un attore sgorgato da Hollywood. Tra l’altro – ed è questo, a conti fatti e pettegolezzi in cassetto, che conta – sono entrambi dei poeti eccezionali. Le hanno tutte. Tutte. Tranne la felicità. Di fatto, fanno ‘carriera’ assieme: Ted pubblica The Hawk in the Rain nel 1957, la sua prima raccolta; lei esce con The Colossus nel 1960. Siamo già al termine dell’idillio. Sylvia ha due figli da Hughes, Frieda e Nicholas. Nel 1961 abortisce. Ted fa il dongiovanni una volta di troppo, fedifrago compulsivo. Si lasciano. L’11 febbraio del 1963 Sylvia prepara la colazione ai figli. Sigilla con il nastro isolante porte e finestra della cucina. Corregge una poesia. Accende il gas. Ficca la testa nel forno. Muore. Da allora: ciak comincino i pettegolezzi. letters plathHughes è l’esecutore testamentario e pubblica i testi postumi della moglie, compresa la raccolta poetica più bella, Ariel. L’edizione dei diari, di visionaria violenza, è curata ancora dal bel marito. Un taccuino viene consapevolmente annientato da Ted, “l’ho distrutto perché non volevo che i suoi figli lo leggessero – in quei giorni l’oblio mi sembrava essenziale per la sopravvivenza”. Fiorirono polemiche. Nel 1998, Hughes se ne esce con Lettere di compleanno, il canzoniere in memoria di Sylvia, per molti il suo libro più bello. “Il mio libro è una raccolta delle occasioni – scritte senza progetto nel corso di circa 25 anni – in cui ho tentato di aprire un contatto diretto, privato e interiore con la mia prima moglie…”. Il libro è superbo, commosso, grandioso. Hughes muore in quello stesso anno. Ma i pettegolezzi continuano a ribollire. Nell’aprile di quest’anno vanno all’asta un fascio di lettere, scritte tra il 1960 e il 1963, in cui la Plath rivela a tale dottor Ruth Barnhouse che il marito la tradisce e che l’ha menata almeno due volte, durante gli anni dolenti della separazione. “Sylvia Plath è stata tante cose, per tante persone: figlia, nipote, sorella, studentessa, amica, poeta, fidanzata, moglie, scrittrice, giornalista, madre; ma probabilmente il suo carattere principale è il fatto di essere stata umana, troppo umana, e fragile”, attaccano, nell’introduzione, i curatori dell’epistolario, in duo, Peter K. Steinberg e Karen V. Kukil. La prima lettera, simbolicamente, è del febbraio 1940. Sylvia ha 7 anni, scrive al padre. Pochi mesi dopo, il padre morirà per complicazioni dovute al diabete, dopo aver subito l’amputazione di una gamba. Sono gli anni dello Smith College, i primi esperimenti con la poesia – compresa la scoperta, tra l’altro, di Dylan Thomas, che adora – gli attacchi feroci della depressione, che la portano al primo tentato suicidio, nel 1953, dieci anni prima della morte. Nel 1943 balugina il primissimo tentativo poetico, inviato alla mamma: “Il piccolo seme di una pianta/ superato l’acquazzone/ si eleva con l’apparire del sole/ e diventa un fiore”. Le lettere vanno lette sinotticamente ai Diari (in Italia li stampa Adelphi), che coprono lo stesso periodo cronologico. Spesso sono fioriture di frasi memorabili, da sottolineare: “Di nuovo non posso fare altro di meditare sulla prigionia dell’individuo nella cella dei suoi limiti”; “Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso, mentre il sangue insonne mi scorre stordito nelle vene, l’aria grigia pesante di pioggia e quei dannati uomini dall’altra parte della strada battono sul tetto con i picconi e le asce e gli scalpelli nell’acre puzzo infernale del catrame”; “…come se dovessi arrivare al fondo dell’inesistenza, della paura assoluta, prima di risalire”. L’epistolario registra i primi successi editoriali – “Poetry ha accettato sei poesie!!!!” – e termina, voluttuosamente, sulla soglia dell’incontro con Ted Hughes. Il 3 marzo del 1956 la poetessa scrive alla madre: “Ho incontrato un brillante studente di Cambridge, un poeta. Lui probabilmente neppure mi ha vista, ma gli manderò le mie poesie. Mi sembra l’unica persona, qui, sufficientemente strana da capirmi”. Sappiamo come è andata. Alle lettere è anteposta una dolcissima pagina di Frieda, la figlia di Sylvia e Ted. “Attraverso la pubblicazione delle sue poesie, delle prose, dei diari e ora delle lettere, mia madre continua a vivere; attraverso le sue parole capiamo il senso di un’era, la sua passione per la letteratura e per la vita – e per mio padre, Ted Hughes”. Lasciamo i pettegolezzi agli altri, anneghiamo nella poesia.

 

Federico Scardanelli