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“Non sei ben certo se vivi un’altra vita oppure sei la vittima prescelta di un perverso demonio un po’ incline al patetico”: sulla poesia di Loris Maria Marchetti

Latitudini fluttuanti (puntoacapo, 2019) è il titolo dell’antologia che raccoglie i pezzi migliori della quarantennale produzione poetica del piemontese Loris Maria Marchetti, che ha fatto della dubitanza una ragione di fede. Una fede dedita a quell’abbandono all’Essere (ovvero la temporalità) nel quale aleggiamo come dormienti su una nuvola, entro cui diluvia. Infatti, nella poesia Credevo che l’ora fosse giunta…, leggiamo: […] sia fatta la volontà del caso / o del fato o di Dio); il poeta, parrebbe, non si concede una sola via di salvezza, ma mantiene ben tre possibilità – riducendo ciascuna a un gioco di simboli, a un’intercambiabile «casa della speranza»; non priva di valore, beninteso: poiché la speranza affiora dall’impronta che il simbolo pone in noi.

Quella di Marchetti non è una poesia che si pone a guida delle genti, ma bensì è erede della supplica montaliana: Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe […] Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Alle volte Marchetti pare non saper dire neppure quest’ultima cosa, invero: il suo è un costante esercizio d’agnosticismo che dubita d’ogni cosa, pure di dubitare. Una sorta di «scetticismo debole» che si affaccia con insoddisfazione pure ai piaceri edonistici, poiché (essendo poeta) è uno straniero nel mondo: perennemente alla ricerca d’un luogo che lo contenga, perennemente conscio dell’inesistenza di questo. La serenità, nella sua poesia, si palesa nel viaggio: una sorta di distrazione dall’irrequietezza, galeotta la mobilitazione del corpo. Nelle sue città ideali trova l’immagine d’assumere per il futuro, ma tornando nell’austera Torino ogni caratterizzazione rosata si ridipinge di grigia quotidianità.

Marchetti, fondamentalmente, è un fiero abitatore della sua città: infatti, durante tutta la sua opera, cerca d’immortalarla quale dignitoso sfondo d’un’esistenza che ricerca la soluzione a un mistero mai fondato. La vita stessa è questo mistero, e noi tutti lo rincorriamo senza accorgerci del suo non essere; ché nulla è la vita se non casualità imbellettata d’arte e paranoie. È in questa neutralità che Marchetti appare coerente: perché sforzarsi di magnificare la norma? Semmai – della norma – potremmo inquietarci, comprendendoci «una povera cosa» di fronte al suo assoluto; nella poesia Momenti di debolezza scrive: Non sei ben certo se vivi un’altra vita / oppure sei la vittima prescelta / di un perverso demonio / un po’ incline al patetico. Nella mia visione, il detto demonio è la nostra stessa «presenza terrestre», che stordiamo per dichiararci impossibilitati a proseguire la risalita verso il nulla (che forse è Dio). In Marchetti, v’è come un pericolo nel porre definitivamente un accenno di compiutezza: tutto è lasciato in quell’accogliente epoché, che pare la definitività stessa. Nel saggio critico Il sacrificio delle nuvole (in La difficile amicizia delle parole. Cronache di poesia, Achille e La Tartaruga Edizioni, 2019), Mario Marchisio, sostiene (cerco di parafrasarlo) che, in Marchetti, la sospensione del giudizio sia un ammortizzatore della visione immanentista; altresì tendo a evidenziarne il carattere «propulsorio», giacché il suo punto di partenza è già l’incertezza, e quello d’arrivo lo sarà a sua volta. Trovo questa visione positivamente (e motivatamente) rassegnata all’impossibilità d’assoluto: rendendosene dunque testimone militante, nelle forme d’un diarismo che (ponendo anzitutto confidenza a sé stesso) si mostra in tutta la sua umana fragilità quale figlio d’un Novecento traballante, e dunque saggissimo. (Paolo Pera)

***

Momenti di debolezza
da Il prisma e la fenice (1977)

In una notte di dicembre
prossima a Natale
può darsi il caso di visite
improvvise, di ritorni sopiti
sotto cumuli di anni.
Da un accordo imprevisto rampollano
i temi della tua giovinezza.
Eppure tu sai bene
che non sei più elegiaco,
il viaggio che hai compiuto
ti ha aperto gli occhi,
le cose (almeno credi) le conosci:
sai che non resta spazio per sognare,
che il bene e il male sono impercettibili,
il tramonto ti lascia indifferente
e le care ragazze di quel tempo
fanno i notai o aprono boutiques.
Dal passato non nascono che ceneri…
Ma tu provasti un dolce struggimento
quella notte per gli inattesi ospiti
e quasi eri turbato.
Non sei ben certo se vivi un’altra vita
oppure sei la vittima prescelta
di un perverso demonio
un po’ incline al patetico.

*

“Credevo che l’ora fosse giunta…”
da Il Paradiso in Terra (1998)

Credevo che l’ora fosse giunta
(«forse è un po’ presto» mi venne di pensare
«ma sia fatta la volontà del caso
o del fato o di Dio»)
quella mattina su un sedile di pietra
di Palais de Chaillot dalla parte dell’ombra…
Fu soltanto uno scherzo del caldo,
della stanchezza. Fosse pur stato
altro, in fondo avrebbe avuto un volto
meno inglorioso, meno amaro, forse
meno probabile a Parigi – lembo
della mia vita (l’unico, forse)
impermeabile all’angoscia.

Loris Maria Marchetti

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