La Sardegna è una balla colossale, praticamente una “pigara po culu”: per fortuna c’è Salvatore Niffoi con il suo Decamerone alla sarda

Posted on gennaio 13, 2018, 10:59 am
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La Sardegna non esiste. La Sardegna è la messa in scena di una tradizione, tra ricette per fare la pasta in casa studiate in fretta e furia su YouTube e pane carasau prodotto su scala industriale. La Sardegna è un lavoro al call center di Tiscali, dove vigono le stesse penose regole di qualunque call center sparso nel resto d’Italia. La Sardegna è un ricordo di pochi vecchi in un paese sperduto, in cui nessuno parla più il sardo, ma ci sono i cartelli con la traduzione in lingua inglese. La Sardegna è una balla colossale: la salsiccia locale è prodotta con la carne di maiale rumeno e il salame che trovi al supermercato è la stessa merda che vendono in un qualunque centro commerciale di Milano. La Sardegna sono quattro turisti morti di fame arrivati con un volo Ryanair da venti euro, o camperisti che si sono portati tutto da casa. La Sardegna è la birra Ichnusa che è prodotta ad Assemini, in provincia di Cagliari, ma appartiene alla Heineken, praticamente una pigara po culu (una presa per il culo). Ciò non toglie che, in questa minuscola isola, abitata da quattro gatti e obbrobriosamente deturpata da decine di pale eoliche, qualche buon scrittore lo si sia avuto. Al di là della Deledda vincitrice del Nobel – lasciateci almeno un premio, questo – a oggi, qualche nome ancora esiste. Non si tratta propriamente di giovinetti, ma a quanto pare funzionano, forse addirittura meglio della marmaglia di imberbi. Quello più internazionale, nel senso di diffuso in Italia e tradotto nel resto d’Europa, è certo Salvatore Niffoi. Inutile ripercorrerne la biografia. Non ha bisogno di presentazioni, né di encomi sperticati – ha già vinto premi ben più che rinomati. Bisognerebbe casomai dirne male, come si fa per tutti gli autori di successo, spesso immeritevoli dei riconoscimenti ricevuti. Il fatto è che sarebbe impossibile, a meno di non essere profondamente ingiusti. Niffoi merita ogni singola parola di elogio che gli è stata rivolta, non fosse altro perché, a ogni pubblicazione, riconferma la sua abilità come narratore. libro NiffoiIl venditore di metafore, il suo ultimo romanzo, uscito per Giunti qualche mese fa, ne è l’ennesima riprova. Per chi non lo conoscesse, Niffoi è, insieme a Savina Dolores Massa, uno dei massimi rappresentanti a livello regionale del cosiddetto realismo magico, o fantastico che dir si voglia, in letteratura. Lo è da tutti i punti di vista, ovvero nella forma e nelle tematiche. La sua Sardegna è un luogo sospeso fuori dal tempo. Gli strumenti della modernità, quali cellulari, computer e via dicendo non vi compaiono praticamente mai. Si tratta piuttosto dell’Isola per come ci è stata raccontata dai nonni e bisnonni – siamo in un paese di ultracentenari. È una terra di miseria economica, pettegolezzi di paese, magia e superstizione, in cui il popolo è animato da un’idea di dignità campagnola del tutto diversa da quella che appartiene ai costumi degli inurbati. Lo è a livello stilistico. Pur descrivendo un qualcosa di vero, o almeno che è stato vero, egli lo fa avvalendosi di figure retoriche facenti capo a un immaginario surreale. Basti leggere anche solo le prime pagine: “Nacque in un lividoso pomeriggio d’aprile, quando il vento sapeva di rabbia e sale e tirava calci alle porte, graffiando i vetri con artigli d’astore”.

Al di là, comunque, delle considerazioni sulle appartenenze letterarie, che di solito tutti gli scrittori respingono rabbiosamente, una cosa è certa: Niffoi sa raccontare, tiene incollati alla sedia. E, aspetto per niente marginale, sa anche divertire. Non cavalca l’onda della tragedia a tutti i costi. Certo, le vite che descrive sono più che altro dolorose, ma proprio per questo l’autore non può evitare di ritrovarsi sovente con una farsa tra le mani. Queste oscillazioni emotive hanno il grande pregio di rendere la narrazione e, soprattutto le descrizioni, molto umane, di farle sentire vicine. Il venditore di metafore è un romanzo, in tal senso, estremamente strutturato nella sua semplicità. Un uomo originario di un piccolo paese della Sardegna decide, a seguito di una grande carestia che porta fame e miseria nella zona, di lasciare il centro dove vive per andare a peregrinare di villaggio in villaggio. Come conta di procacciarsi da vivere? Follia delle follie, decide di guadagnarsi il pane raccontando le tante storie che conosce e che, a detta di tutti, sarebbe particolarmente abile nel presentare al pubblico. Praticamente un Omero, o aedo, della Barbagia. Ecco la cornice del romanzo. È così che andiamo a conoscere Agapitu Vasoleddu, noto Matoforu. La descrizione del suo vagabondaggio introduce di volta in volta a una nuova storia, che costituisce anche un capitolo indipendente e un racconto nel racconto di questo Decamerone in salsa sarda.

Inutile nascondere che Niffoi non risulterà facilmente digeribile a chi sia digiuno della lingua della terra d’oltre mare. A fronte delle poche espressioni scritte nel suo idioma (ma fortunatamente tradotte a piè di pagina in apposite note), è spesso proprio la frase, per come è concepita nella prosa dell’autore, a essere una commistione tra l’italiano che conosciamo e la struttura del parlato dialettale sardo. Qui la sua forza e il suo limite. Varrà comunque la pena. Un romanzo corale – tante esistenze che prendono vita attraverso un’unica voce – per conoscere una Sardegna scomparsa e che, per Niffoi, rappresenta certamente un microcosmo del resto, nella logica ben nota a chi sia cresciuto al Sud secondo cui “tutto il mondo è paese”.

Matteo Fais