La più grande scrittrice italiana non è Elena Ferrante, si chiama Cleide, è plurisettantenne, ed è un talento totale, la vera novità in un mercato letterario mortificante. Ora ve la faccio conoscere: è lei il dono di Natale!

Posted on Dicembre 20, 2018, 1:35 pm
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Ovviamente, lasciate in cantina il titolo dell’articolo: quando il talento è solido, ogni esagerazione è lecita.

La storia di Natale (definiamola così) ha un nome antico. Cleide – che forse, maneggiando l’etimologia, significa ‘gloria’ – è il nome della mamma di Saffo, e della figlia (“Io però per te, Cleide, non ho/ la mitra ornata – come potrei?” canta la poetessa nel frammento 98 V. del canzoniere della grande poetessa). Cleide, oggi, mi è incontro con un sorriso che ha candore, con una serenità che non cela, nel fondo, una vita di dolori, di privazioni. La vita – accade a tanti – ha ammutolito il talento di Cleide; ma, si sa, si è scrittori per sempre, anche quando non si scrive, nel modo di costellare le dita sopra il canino dei decenni, nella forma dello sguardo. Cleide è nata nel 1940 e i suoi occhi sono covi di fiamme: esordisce tardi, nel 1999, con Camionabile Scutari e il suo talento appare immediatamente lucido, risolto. Il suo libro più vasto, per concezione storica e strategia narrativa, è il romanzo dedicato alla vita di Dolcino, il predicatore mandato al rogo e citato da Dante, Di’ a Fra Dolcin che s’armi (2012), che divenne un piccolo caso letterario.

CleideQuando l’ho incontrata, dico, mi è stato chiaro che Cleide scrive mentre ti guarda. Il suo talento è la pazienza – arte antica nel tessere le storie mentre trascolora il fuoco, mescolando pietre, stelle, forgiando alfabeti radi – e una perizia narrativa aliena al vortice dell’era presente, mi ricorda Eliana Bouchard, per dire una scrittrice di oggi, e con dovuto rispetto le memorie smaliziate di Marguerite Yourcenar. Insomma, da quando ho incontrato Cleide, che di cognome fa Bartolotti, è nata a Domodossola ma ha vissuto – e vive – a Modena, mi sono detto, questa signora è tra i grandi narratori di oggi. Che pochi lo sappiano, è il sigillo della sua grandezza. Dopo aver pubblicato, con Guaraldi, un romanzo sulla Seconda guerra, La valigetta blu (2015), Cleide è tornata all’affabulazione, con raffinata strategia. Ne L’uovo di legno (Il Vicolo, 2018) Cleide lega quattro storie, ambientate in epoche diverse (Bernadette in Normandia, nel 1770; Margareta in Svizzera, nel 1833; Mary in Ohio, nel 1939; Marina a Modena, nel 2008), con l’idea che alcuni eventi, certi volti, sono rosari che vincono la geometria temporale. A La Stampa, recentemente, Cleide ha dichiarato che L’uovo di legno trae ispirazione da un brano della Lettera scarlatta (“Ho letto una frase del libro La lettera scarlatta di Hawthorne in cui il rivale dice al marito che forse in un’altra vita si sarebbero incontrati, ma in modo diverso, senza odio. Da allora non ho smesso di pensare a questo concetto, che ho elaborato, scavando nella memoria e dando vita a personaggi che vivono da sempre nel mio inconscio”): il titolo del libro rimanda, simbolicamente, ai Templari, per cui l’uovo di legno “simboleggiava la morte e il passaggio a un’altra vita”. Letteratura e mistero, amore e reincarnazione si mescolano nella narrativa di Cleide. A me sembra che una signora oltre i settanta sia oggi la novità più fragrante della letteratura recente. E il suo ultimo libro una specie di regale dono. (d.b.)

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Per gentile concessione si pubblica la postfazione di Davide Brullo a “L’uovo di legno” di Cleide (Il Vicolo, 2018).

CleideUn labirinto di spago

La letteratura è un labirinto, una forma artificiale, protetta dal Minotauro. All’interno del labirinto di Cleide c’è un uovo di legno. Nel “medioevo aveva un significato ben preciso per i Templari. L’uovo è il simbolo della vita, di legno simboleggiava la morte e il passaggio a un’altra vita”.

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Il cuore di un’opera letteraria è il ‘mostro’, la creatura per metà bestia che si nutre degli innocenti – i lettori. Una lettrice particolarmente attenta mi ha scritto che il labirinto, creazione finita con cui l’uomo cerca di vincere il caos con un caos definito, definitivo, è il luogo del giudizio – per questo, mi scrive, bisogna percorrere i boschi, dove non esistono mostri. In realtà, si entra nel labirinto perché si è convinti che il mostro, in fondo, sia l’emblema dell’innocenza.

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“Probabilmente la ferita è tutt’uno con le bende e più non sai dove inizi il tuo dolore e da che punto cominci la cura”, mi ha scritto una amica cercando di capire quanta finzione, quanta vita, che cifra di morte sia nei miei libri. In Cleide non c’è traccia di malizia, non c’è trama imbevuta nel veleno, a soffocare gli occhi e la lingua, che si muovono come ragni. Con la grazia di chi sa l’epopea dell’uncinetto – riprodurre volti nel vuoto, atti raffinati nel vento, nella voluttà del tessuto – Cleide salda una storia ambientata nel 1770, un’altra nel 1833 e la terza nel 1939, che si sciolgono durante una seduta psicoanalitica nel 2008. Ricorda l’abilità aliena di Marguerite Yourcenar. Intendo: di scrittori che costruiscono un labirinto di aiuole, per sé. Tra giardino e labirinto, tra Dio e Minotauro, in fondo, la differenza è una maceria d’iride, uno sbaglio di luminosità. La concretezza narrativa è tale che non c’è necessità di lettori, di sacrifici. La delicatezza narrativa di Cleide, ‘da camera’, quasi marziana, è per accoliti – va bisbigliata.

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“Ero una bambina di quattro anni… mi svegliavo in piena notte… iniziavo a piangere, a vivere storie estranee alla mia vita di tutti i giorni”. Lo scrittore non è Dedalo né Teseo, non edifica né uccide – attende. Come Arianna, sa che il labirinto, prima o poi, si sfilerà, lasciando alla storia uomini prepotenti e vigliacchi, e un mostro ucciso per gioco, a mostrare una mostruosità più grande. Si dice che Arianna abbia accarezzato a lungo il cranio del fratellastro trucidato, più grande del suo torso – e che dalle corna abbia estratto flauti, e suoni capaci di snidare e spaventare gli dèi. Cleide sa che lo scrittore sacrifica la propria vita per vivere le vite altrui, con infantile violenza e felicità d’incubo. Ripetutamente è moda discettare della ‘morte dell’arte’. Che imperiale cretinata: l’arte nasce dalla morte, non può morire perché è una interrogazione integrale sulla morte. La morte esiste perché qualcuno faccia rivivere i morti, più belli, aggiogati alla gioia.

Davide Brullo