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La morte di un artista non è la sua fine. Per Danni Antonello

1.

La prima immagine che ho di Danni è perfettamente chiara (di una chiarezza prossima alla trasparenza). È la sera del 30 novembre 2005 e siamo entrambi a Macerata, anche se nessuno di noi vive ancora lì. Danni ha ventisette anni e cammina con passo trafelato lungo una via del centro. Ha un lungo cappotto scuro, da avventore dʼaltri tempi, il basco bretone, le gote rosate da unʼatavica timidezza e il sorriso appena annunciato di fanciullezza nostalgica. Me lo indica Filippo Davoli, che è lʼorganizzatore della serata: “Ecco Danni Antonello, ora possiamo iniziare”.

Io ho appena compiuto ventiquattro anni e vengo da Perugia, dove studio Lettere e ho da poco fondato con alcuni amici un foglio di poesia di nome “La Gru”. Danni invece si è appena laureato a Padova con una tesi di traduzione dal francese sulla poesia di Guy Goffette (che diverrà nel 2006 il libro I canti del pescatore dʼacqua edito da Carte di fumo/Ciminiera) e viene da Cittadella in Veneto. Lʼevento a cui partecipiamo ha per titolo “Il corpo insepolto” ed è dedicato alla poesia di Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre quellʼanno il trentennale della morte.

Ho già letto alcune poesie di Danni in una strana antologia dai toni pirateschi e anarco-spiritualisti curata lʼanno precedente da Gian Ruggero Manzoni, dal titolo Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia. Oltre a Danni sono lì raccolte alcune voci della più recente poesia italiana che, secondo la linea dettata dal curatore, rispondono a esigenze di scrittura sostanzialmente neo-sublimi o, in ogni caso, decise a riattivare quel codice simbolico proprio della tradizione sacra, dalle antiche scritture al modernismo europeo del primo Novecento. Io vengo da una formazione diametralmente opposta a questo approccio (o perlomeno la penso così, ai tempi), battezzato alla poesia della materia nellʼisolamento della provincia marchigiana amo piuttosto il teppismo contadino di Esenin, la carta sporca dellʼultimo Pasolini, la lirica randagia e impura degli irregolari reduci da Rimbaud e Dino Campana.

Danni Antonello è il primo poeta che appare nella selezione antologica, subito dopo lʼintroduzione di Manzoni. Osservo disteso sul mio letto di Ascoli, la cui finestra si affaccia su un campetto di calcio inconcluso ricavato da una piana di cemento, il suo aspetto coetaneo nella fotografia in bianco e nero che apre a tutta pagina il paragrafo a lui dedicato. Ha gli occhi rivolti verso il basso, poco più di ventʼanni, un tatuaggio sul polso della mano destra, una ghirlanda mi pare, o forse un fiore, la rosa mistica dei trovatori persiani. Ho lʼimpressione che stia camminando ai bordi di una ferrovia ma non ricordo se questo sia vero o se me lo sono solo immaginato. (Ho ripreso lʼantologia in mano per averne conferma e sì, è vero.)

Ad esergo della sua premessa ai testi, una sorta di autopresentazione che ha per titolo Lʼingratitudine della scrittura, ha posto due versi in inglese di Dylan Thomas: “Dead men naked they shall be one / with the man in the wind and the west moon” (“E i morti nudi saranno uno / con lʼuomo nel vento e la luna occidentale.”). Sono tratti dalla poesia And death shall have no dominion (E la morte non avrà dominio), la stessa poesia che mi avrebbe recitato a memoria, sempre in inglese, durante il nostro ultimo incontro, pochi giorni prima di intraprendere il suo più lungo viaggio.

*

2.

Ne Lʼingratitudine della scrittura Danni deposita parole di brace che lentamente si accendono e ardono lʼintero libro. Attorno a questo fuoco siedono le anime convocate al suo battesimo di tamburo e liuto (è sempre Dylan Thomas, in uno scritto autobiografico di Giuliano Scabia dal titolo Una signora impressionante, a dire al giovanissimo poeta italiano giunto in Galles per incontrarlo: “Poetry must be music.”. E poi: “Batti il tamburo.”).

Danni le elenca, le chiama per nome. Sono le anime di creature un tempo umane, che tanto intensamente portarono allʼeccesso il proprio compito di visione poetica da caderne a terra folgorati, traditi come Icaro da quella maledizione che Artaud descrive nel suo Van Gogh come una sorta di infezione depressiva prodotta dalla società, una possessione autolesionistica che ogni organismo politico opera sugli elementi non integrabili al canone estetico normativo della storia. Le poesie che seguono sono brevi, di gusto ermetico ma elementare, lucide e aguzze come piccole schegge di torrente. Mi ricordano René Char per quel loro surrealismo attiguo al primo mattino, quando il mondo riappare nella sua lingua primordiale (la lingua dellʼiride, cui la poesia anela). Ne trascrivo due, due meraviglie:

Verrò solo, ramo corroso
dal mare, sotto la tua luna.
Ora per ora me ne vado
via da te, a dimenticare
l’odore della paglia nella stalla.

*

Temo le tenebre bambine
quando calano a novembre
qui tra l’erba alta
sto nascosto.

La sera del 30 novembre 2005 io e Danni siamo seduti alle due estremità della fila degli ospiti (tra di noi Giancarlo Sissa e Gian Ruggero Manzoni), ma anche alle due estremità delle poetiche che in quel momento vengono espresse. Io sostengo la priorità dellʼultimo Pasolini, lo sperimentalismo caldo e spericolato di Petrolio e di Trasumanar e organizzar, mentre Danni sostiene esattamente il contrario e recita infatti alcune brevi liriche da Poesie a Casarsa, il primo splendido libro di ermetismo friulano dellʼautore. Ci ascoltiamo, eppure, ci lanciamo sguardi di attenzione. Io perlomeno lo ascolto ammirato, tanto disarmante è la dolcezza del suo argomentare. E il suo argomentare non è altro che la condivisione di uno stupore. E il suo stupore è un abbandono alla malìa di un suono che pare provenire da un altro mondo, da una dimensione nascosta della realtà: “Fontana di aga dal me paìs. / A no è aga pì frescia che tal me paìs. / Fontana di rustic amòur. [Fontana dʼacqua del mio paese. / Non cʼè acqua più fresca che nel mio paese. / Fontana di rustico amore]” (Pasolini, Poesie a Casarsa). A cena ci sediamo vicini, ci scambiamo qualche prima parola e in pochi minuti è chiaro che la conversazione si compie da sé come un evento naturale, defluendo spontaneamente verso il mare aperto di una nuova amicizia.

*

3.

In quegli anni Danni gestisce, in maniera sostanzialmente autoprodotta e non commerciale, le piccole edizioni de “La spina editrice” con cui pubblica i poeti che ama (Guy Goffette, Jacques Rèda, Philip Morre) e alcune presenze fraterne come Andrea Ponso, Alessandro Berton e Sebastiano Gatto.

Suite marocchina di Andrea Ponso, plaquette edita nel febbraio del 2005, ha la natura dello scambio epistolare e i versi di Ponso sono infatti in risposta a una lettera, riprodotta a illustrazione del testo, in cui Danni scrive queste parole: “Caro il mio Eusebio, ripenso al tempo ormai remoto in cui ci siamo conosciuti. Quasi sette anni fa. E penso a come cambino i gusti e le idee di chi ama cambiare gusti ed idee. Mi sento come una banderuola chʼera stendardo di grande armata e che ora si lascia godere sommersa da una montagna di sabbia. Sei rimasto come ti ho visto il primo giorno. Sono rimasto come ti ho visto il giorno dopo. La dispersione era tanta allora come tanta è rimasta. So che non abbandonerai la fedeltà in mano ai carcerieri, e mi basta. Ricorda che il boia non è meno colpevole di chi lo paga. Chiunque si ostini a volerti dare una forma che ti fissi appartiene alla casta dei carcerieri. I profeti hanno il solo dovere di aprire le galere. Poesia senza profezia è amorale. Amorali sono solo i cani e i carcerieri. Vien da pensare che ogni forma data sia un verdetto di chi paga il boia. E che la via di fuga sia nelle mille braccia del caso. Lʼislam lo chiama creatore. Così sia, restiamo come figli suoi a dondolare. Si scordi la forma, si scordi il nome, infine, si uccida il boia. Tuo, Danni.”.

Al netto del rapporto amicale credo che quello con Ponso sia stato un incontro fondamentale per la prima poesia di Danni, se non altro come occasione di sviluppo e passaggio da unʼispirazione lirica giovanile, testimoniata dalla plaquette La spina dorsale del 2001 edita dalle Edizioni del Bradipo (a cui segue il poemetto civile Italia del 2005, che è però un tipico testo dʼoccasione), alla costruzione più matura e consapevole dellʼopera che, dopo diverse stesure, titolerà esattamente come il suo esordio, dandolo in stampa in una manciata di copie autoprodotte nel 2011.

La Giometti&Antonello di Macerata, casa editrice da lui fondata assieme al sodale e alleato Gino Giometti, già fondatore e direttore per due decenni di Quodlibet, raccoglie oggi (in La spina dorsale, Giometti&Antonello 2021) questo canzoniere sostanzialmente postumo, assieme a una selezione di scritti precedenti, collocabili tra il 2002 e il 2009 e raccolti sotto il titolo Le rughe, e altre due sezioni che comprendono invece composizioni successive: Galgüt a corona (2013-2016) e Ultimi testi e frammenti (2017). Si tratta alla fonte di cicli brulli, contenenti diverse versioni di testi successivamente riscritti o interpolati anche radicalmente, e su cui lʼeditore opera una necessaria selezione ma che in una eventuale opera completa futura meriterebbero di apparire integralmente, poiché la variante in una ricostruzione postuma assume un significato estetico più rilevante di qualsiasi rischio di ripetitività. Sarà questo un lavoro destinato alle prossime generazioni, quando le bolle sociali saranno esplose e gli schermi neutralizzati dal sole appariranno più simili a specchi.

Lo scambio di formazione con Ponso credo che accompagni la poesia di Danni dai versi giovanili del 2001 allʼinizio del ponte compositivo de Le rughe, dopodiché Danni procede da solo, senza fratelli né maestri ma in un fitto dialogo con gli spiriti dei defunti affini. Tra questi, come detto, è Dylan Thomas il suo primo Virgilio, mentre lʼultimo dei suoi spiriti guida sarà, come vedremo, Osip Mandelʼstam.

Un nutrimento erudizionale a parte è fornito dalle lezioni di Gianroberto Scarcia, orientalista e traduttore di poesia persiana a cui Danni dedica una memorabile lettera aperta dal titolo Il vizio della libertà, apparsa nel volume LʼOnagro Maestro del 2004, a cura dellʼamico veneto Rudy Favaro. Il simbolismo esotico che pervade La spina dorsale, di oscura decifrazione attraverso la legenda provenzale e stilnovista italiana, credo abbia una derivazione più antica di quella dei Fedeli dʼamore di scuola siciliana e tosco-emiliana del Duecento. È alla poesia mistica persiana, prima della sua fuga in terra di Provenza, che il lettore di Danni Antonello dovrà guardare.

La rosa qui anelata è infatti un dio inteso quale excessus menti esperienziale più che intelletto attivo neo-platonico come per Cavalcanti e gli altri. Acqua, non dottrina. Dissetarsi, non teorizzare. La fedeltà poetica persiana, tra mistica sufi e pratica degli Upanisad, è un desiderio dissolutivo dellʼio nella marea montante della vita stessa. Una sete di esperienza totale dai tratti decisamente più taoistici che confessionali, sovrapposti in Danni alla conoscenza, ormai ovvia, della tradizione greca antica e dionisiaca filtrata da Nietzsche e Giorgio Colli. Il paradosso di anelare alla vita attraverso il tentativo o la tentazione di un superamento della vita stessa, come se la vita in sé non potesse bastare per fare di essa esperienza. Ma nulla di mortifero in questa cerca del Graal di cui Danni si fa erede, al contrario quanto di più vitale e anelante lʼimmediatezza di unʼazione (anche di scrittura) illuminativa. Mortifera è semmai la vita ordinaria (e ordinata) dello spazio-tempo destinato e per Danni terribilmente non bastante: “A noi la tragedia dʼun tempo senza tragedia” (Galgüt a corona, 2016).

*

4.

Dei miei incontri con Danni ricorderò sempre la fanciullezza poetica inesausta. Coperti di neve per le vie di Ascoli o distesi su una spiaggia illuminata dalle luci della città distante o sui gradini di un bar della vallata del Tronto oppure a Macerata, dopo il 2015, la nostra piccola amicizia è sempre stata una condivisione di parole a margine del giorno.

Una sera al bancone di una delle cantinette di Macerata, Danni mi disse più o meno queste parole: “Preferirei non pubblicare le mie poesie in vita. Chi le troverà ne farà ciò che vuole. Io non voglio sapere che fine faranno”. La sua intenzione, profondamente radicata (basti pensare al titolo della sua tesi di ricerca per il dottorato: Il poeta postumo; parzialmente pubblicata come Appunti sul concetto di postumo in Le spigolature dellʼOnagro, Venezia 2013), era realmente quella di affidare, in un futuro ai tempi oscuro e indeterminabile, la propria opera al fato, agli eredi o ai posteri investiti della carica quasi di “alfieri del caso”, non volendo sapere se il proprio lavoro sarebbe stato dimenticato o ritenuto degno di attenzione.

Cʼera in tutto questo forse una forma di pudore e anche un inconfessabile timore nei confronti dei grossolani addetti al giudizio della poesia contemporanea, della diffusa inimicizia nei confronti della cifra mitologemica della sua poesia. Ma cʼera anche la consapevolezza di stare facendo sul serio, di trattare la poesia non come unʼoccasione mondana di esibizione ma come una modalità di percezione, una irriducibilità della vita interiore.

Ponso nella premessa allʼedizione Giometti&Antonello offre una bellissima immagine, quella del nido di tordi incistato ai ruderi del palazzo antico. Io la declino in questo modo, anche: le forme del classico in rovina riflesse negli occhi del volatile. Un istante di fissità imprendibile e poi, al primo rumore di avvicinamento umano, un frullo dʼali. Da un punto di vista radicalmente elementare e prossimo al volo del tordo, che i suoi testi fossero infine smarriti o pubblicati postumi, che differenza cʼera? Lʼevento principale si era comunque compiuto e il solo pubblico a cui fosse destinato era stato terribilmente attento.

*

5.

Nel 2009 Danni mi mandò un brano da pubblicare per “La Gru”. Aveva già partecipato alle nostre attività con alcune poesie e un intervento politico, di natura teppistica, contro il progressismo dal titolo Une gauche assez sinistre e che è attualmente da me irreperibile in quanto pubblicato ai tempi solo sul sito (chi ha la disponibilità del computer di Danni potrà forse trovarlo). Il secondo intervento si chiamava invece Bebuquin contro Canova ed è apparso sul n.6 della rivista (giugno 2009). Avevo completamente rimosso questo brano. Quando ho collaborato allʼedizione del Bebuquin o i dilettanti del miracolo di Carl Einstein, edito da Giometti&Antonello nel 2019, avevo in mente solo la saggistica di Ferruccio Masini, studiata nei primi anni del duemila allʼuniversità, mentre avevo completamente dimenticato questo meraviglioso testo di Danni che merita di essere riproposto integralmente.

«Bebuquin contro Canova (di Danni Antonello)

Non rimanga delle vostre verità che il ricordo sbiadito di un re senza discendenza. Non rimanga di noi che l’immagine terrifica di chi ha avuto l’ardore d’uccidere figli di re per aprire il castello alla prole sghemba del giullare.

Il cercatore del miracolo è un individuo, magari non è un umano-umano ma è sicuramente uno, qualunque, e con precisa vocazione. Sdoppiato, sfrangiato, moltiplicato, disfatto e stratificato, frantumato, scorporato, di nuovo incorporato, ma uno. Non umano, iper. Perché ha una missione il cercatore, il miracolo, ritrovare il suo umano perduto. Per farlo vedere al mondo come si diventa umani sfrangiandosi e moltiplicandosi.

*

“Non mi maltratti, per piacere – risuonò l’esile voce di Bebuquin nello specchio –, non si aggrappi così agli oggetti, è solo un rapporto di causaeffetto, niente di nuovo. Non se la prenda con dei mezzi fessi fuori posto; ma dov’è dunque lei? Non possiamo appollaiarci accanto alla nostra pelle. Tutta la faccenda è rigorosamente causale. Già, se la logica non ci tenesse costretti, in quale luogo la si potrebbe inserire; questo noi due non lo sappiamo. Qui sta il busillis, amico mio. Lei stava per diventare quasi originale, quand’era lì sul punto d’impazzire. Cantiamo la canzone della comune solitudine. La sua ricerca dell’originalità sfocia in un vuoto da far vergogna, la mia anche. Mi sottraggo senz’altro a lei. Si specchi allora in se stesso. Vede questo è un punto. Ma gli oggetti non ci portano certo più lontano.” (Bebuquin o i dilettanti del miracolo di Carl Einstein, De Donato, Bari, 1972)

È il 1909, la ridda danzante del tonitruante dilettante del miracolo è la prima scena, nello scenario tutto ninnoli e pizzi, in cui il disfatto monologante Uno mette in mostra i suoi sparsi pezzi di intero-non-più-intero nuovo uomo, nuova maschera del nuovo Ventesimo. Il fantasma di Ubu, sotterrato la notte prima dell’esposizione della futura appena iniziata caccia al miracolo, aggrappato alla corda del sipario veglia che lo spettacolo delle viventi spoglie dell’assassino venga ben visto dalle signore ghepardo in platea: le rivoltelle sono cariche, i cervelli già strisciano sul palcoscenico, Renoir è finalmente morto e il cavallo di Troia inesorabilmente dentro le mura. Non resta che accendere gli artifici e le mezze luci del Cabaret: che entrino gli scheletri.

Per il popolo, con il popolo, davanti al popolo, così pensa un esiliato russo a Zurigo mentre scuote la testa a benedire DaDa, Vladimiro Ilich da lì a poco lascerà il pubblico del Voltaire Cabaret per un treno ferratissimo e blindato, un missile sparato bolscevico in direzione Inverno, per un Palazzo rosso di novembre. Non ci può essere rigenerazione senza il martello, se qualcosa dovrà nascere si nutrirà della poca spersa vita rimasta tra le macerie.

A New York si festeggiano le Pasque, il grande Sperimento ha i colori luminosi che sfumano nel bianco del redento, Blaise il promesso monco guarda e riguarda la lucente carrozzeria del Transatlantico appena arrivato dal vecchio Mondo, sì, fischia Sifflet, Maintenant, è qui Cravan, Paris-New York, la città-cosmo, je veux t’habiter, ma non so dove, so solo chi non sono, il resto è ciò che accade

Difficile accontentarsi di una causa quando ancora non si è capito il fenomeno, l’Uno, questo, indecifrato e restio alle cifre. Come il disegno che sbiadisce sulla parete della caverna, un cacciatore insegue la vacca cornuta, così il soggetto insegue il suo vero, e piano piano sbiadisce, sfuma, s’infuma per il camino del suo sbandato raziocinio. Un cervello ai raggi X mostra la confusa mappa dei suoi canali, e si fa CERVELLI, all’obitorio come al gala del Savio Estinto. Basta preposizioni, basta attributi, basta gli articoli, che resti il nome, Uno, e a ciascuno il suo – durante, comunque.

“Non mi ha ancora mai interessato ciò di cui sto godendo, bensì il fatto di godere questo ha avuto sempre per me una grandissima importanza.” (Bebuquin)

Che sia nel mentre, che venendo avvenga, una furia che spiani l’enorme statua del soggetto-predicato-complemento, la chiara frase di marmo del prete scalpellino. Con le unghie devi scolpire, e non sul marmo freddo, ma sulla lava quando ancora è incandescente e brucia. Tutto quello che mostriamo brucia perché noi lo abbiamo toccato, così ha detto Roger Gilbert-Lecomte il gran giocatore prima di gettarsi novello Empedocle tra le fiamme del suo tetano.

Non tornerà dalle prime linee lo sposo del vento, marionetta e manovratore Barbablu Trakl ha deciso per il taglio netto, si tronchi il filo, io non combatterò per la trincea del mio padrone. Anche morire è affermazione, purché lo si faccia senza tremare, negando la morte del servo con l’atto supremo del domatore. Veglia il vivente Elis ragazzo, in morte vivo pare che dorma sul letto postumo della sparizione. Riempie a quest’ora gli occhi dell’ammirante / l’oro delle sue stelle.

Tinteltangel è una Stube, un’osteria di fumo. Qui gli sproloqui di Karl Valentin – gamba lunga naso fino – vanno ad affogare in incrostati boccali di spuma. Al sassofono lo accompagna Bertold Brecht, suona la marcia dello stecco che non sa il passo, non è mai ora e il naso spadaccino dello sproloquiatore si allunga e affina ad aspettare, qui qualcosa non si muove, o va troppo veloce e non si vede, il ’10 è diventato ’20 e i figli di Spartaco saranno a breve morti tutti. Una Rosa spetalata sul marciapiede, una Rosa assassinata, una tentata rivoluzione, suonano insieme gli strumenti, a far da coro per un lutto fresco fresco di restaurata Conservazione.

Sono due i momenti che siglano la fine dell’Espressionismo, e delle avanguardie europee in genere, il rogo dei libri a Berlino (10 maggio 1933) e la famigerata esposizione a Monaco dell’entartete Kunst (1937). La révolution surréaliste si trasforma in Le surréalisme au service de la révolution, René Crevel apre il gas, il gas si prepara allo sterminio.

*

Lʼuno, sfrangiato, moltiplicato, infranto, promesso soltanto, il miracolo dell’Espressione, e che costi la vita.»

*

6.

Danni stava lavorando a un romanzo. Una mattina che da Roma ero giunto a Macerata per una fiera dellʼeditoria, nella primavera del 2013, andai a trovarlo e me ne fece leggere alcuni estratti al computer della Scaramouche (di sottofondo mise Rock bottom di Robert Wyatt, ricordo esattamente lʼattacco di Sea song). I frammenti erano ancora troppo abbozzati per poterne discutere, rimandammo quindi il discorso a un incontro venturo come sempre deciso dal caso.

Più tardi venne a trovarmi al banchetto della fiera e comprò alcuni libri della Sigismundus, tra cui La casa del filo di paglia di Stefano Sanchini, poeta di Pesaro politico e sanguigno, dalla musicalità aberrante. Danni aveva già collaborato alla casa editrice firmando la prefazione al secondo libro di Augusto Amabili, poeta autodidatta di Spinetoli, che considerava una sorta di nuovo Di Ruscio. Nel testo per Amabili così scriveva: “Ci sono poeti ai quali non si confanno prefazioni o note critiche di sorta, per la stessa ragione che li vuole alieni alle regole codificate della letteratura. Questi poeti vestono male qualsiasi discorso critico che si voglia loro cucire addosso, e ad esso rispondono come la carne viva risponde alla camicia di forza. In qualche modo è la poesia stessa che si ribella al proprio commento e chiede al contrario che lʼunico ascolto sia rivolto ad essa, sola fonte di verità, annullando nel suo esporsi ogni artificio che si sovrapponga alla sua forza di “persuasione”. È il carattere di scrittura che fa dellʼautenticità il suo valore primario, e della necessità lʼestrema ragione di esistenza”.

In serata mi chiamò, il libro di Sanchini lo aveva stregato e voleva assolutamente il suo numero di telefono. Così lo invitò per un pranzo a Macerata dove fecero amicizia. Sono felice che due anime come le loro, puramente poetiche, si siano incontrate. Danni mi disse di Stefano, qualche anno più tardi, che lo trovava affine perché era unʼanima a cui mancava una storia degna di un sacrificio. La mancanza della storia è uno dei temi fondamentali dellʼintera opera di Danni, a partire dal memorabile distico di Galgüt a corona: “Anche senza più storia qualcosa brucia, / vedete voi dove”.

Nel 2015, quando mi sono trasferito a Macerata, andai a trovarlo, senza preavviso, appena sceso alla stazione. Ci siamo subito dati appuntamento per la sera e abbiamo passato diversi momenti assieme. Danni era inebriato dalle attività editoriali avviate con Gino Giometti e che stavano finalmente prendendo il via dopo due anni di lavorazione. Un anno più tardi, era un freddo dopocena di marzo, ci demmo appuntamento al Cabaret di Macerata e bevendo in strada dei caldi punch al mandarino gli chiesi novità sul romanzo, che mi era tornato a mente. Lui mi rispose che aveva alzato da tempo bandiera bianca. Non si sentiva adatto a una stesura di tipo narrativo e i frammenti appuntati sfumavano tutti nel flusso lirico e soggettivo.

Io non ne vedevo il problema. Dʼaltronde, oggettivo o soggettivo cosa cambiava? Un testo è un testo, mai e sempre soggettivo. Danni mi rispose che aveva iniziato per la prima volta a farsi degli scrupoli nei confronti di quello che Mandelʼštam chiama il lettore immaginario. Il lavoro di editore gli stava insegnando diverse cose. Soprattutto, mi disse, la mancanza di umiltà che può avere un autore che non sappia tenere in piedi un dialogo anche linguistico con un altro da sé.

Di fronte a questa incapacità comunicativa si era quindi arreso. Lʼinversione dei punti di vista era paradossale perché tra i due ero io che avrei dovuto, in teoria, difendere la scrittura di contenuto. Fatto sta che la discussione andò avanti, io polemizzai dicendo che era un atteggiamento in realtà arrogante questo voler indirizzare la voce e che sarebbe bastato lasciare delle tracce come nelle grotte di Lascaux (ero ai tempi in pieno studio di Bataille). Danni non era dʼaccordo. Poi cambiammo discorso, la sera divenne notte e infine alba. Per me la discussione però non era terminata, cʼera ancora molto da dire e infatti il giorno dopo gli scrissi una email.

Il giorno 11 marzo 2016 17:30, Davide Nota ha scritto:

Cosa intendevo definendo “un atteggiamento arrogante” quello che, a tutti gli effetti, è invece un atteggiamento di umiltà di fronte alla pagina, cioè quel “non sentirsi in grado” di dare qualcosa al lettore di effettivamente “comunicante” di cui mi parlavi? Intendo questo, in altre parole: io credo, sono convinto, che noi (che non siamo narratori, che possiamo abitare la narrativa, la saggistica, il teatro, qualsiasi genere, anche il cinema per chi può, come i paguri che animano la conchiglia morta per necessità di sopravvivenza, da infiltrati) dovremmo non fingere di essere altro da quello che siamo e rassegnarci (con gioia, immersi nel sole) al fatto che la nostra vocazione, la missione che ci è chiesta sin da quando un giorno molto lontano un dio pagano ci chiamò a sé, non è quella della comunicazione ma quella dellʼevocazione musicale.

Lʼoracolo apollineo entra in estasi e traccia delle parole di cui non sa intendere assolutamente nulla, perché non è suo compito capire ma è suo compito consegnare (la comprensione è per il ricevente). Negli Orfani, se ricordi, scrivo che non bisogna comprendere ma essere compresi, nel senso spaziale del termine (immersi nel paesaggio e cantare come elementi naturali, il fiore sboccia, il lupo ulula, Orfeo canta). La Sibilla della leggenda addirittura scrive parole su foglie, che poi il vento mischia dando al caso lʼordine degli elementi semantici. Il folle dionisiaco non riceve messaggi per gli altri ma per sé, invece, il dio eleusino non ha intermediari ma abita direttamente il votato che riceverà, nel rito delle notti febbrili, la visione (ma questa visione è incomunicabile a meno che non si condensi in un simbolo, che non comunica concetti ma enigmi da meditare, essendo lʼincomunicabile non trasmissibile se non nelle forme di un enigma). In entrambi i casi, che sono i due estremi della poesia, non si pone il problema di una comunicazione a priori ma di una interpretazione. Voler guidare le parole e non essere guidato da esse, è un volersi “servire” della visione, è un crocifiggere il sacro alla croce dellʼutile, è dunque un paradosso a priori, perché il sacro esiste solo quando lʼuomo si libera dalle catene dellʼutilità.

Questo è certamente un discorso astratto, io dico anche molto semplicemente che più tu ti dimentichi di te, e svolgi la tua funzione di medium con umiltà, senza neppure preoccuparti se quanto stai facendo resterà o se lo leggerà qualcuno oppure se sarà bruciato dopodomani, o se sarà considerato sterco o diamante, più tu completamente ti lasci in balia, e doni le tue “tecniche” a un dio che in te chiama ad azioni di cui non hai padronanza alcuna, più – paradossalmente – quel testo mi parlerà e mi risulterà chiarissimo. Perché più dellʼopera io percepisco lʼenergia che abita lʼopera, e questo enunciato è indimostrabile e alogico, è puramente percettivo. Ma io so che è così perché ne faccio esperienza come anche tu ne hai fatta.

Dunque il mio invito da fratello e amico, conoscendo e sapendo i vasti moti che ti abitano, perché tu sei un infinito, è quello di tenere ben distanti, ben distanti, il tuo ruolo (il tuo mestiere) di editore e libraio e quello di poeta. Considerali anzi come potenziali nemici, falli agire separatamente e segretamente, che lʼuno non sappia quello che fa lʼaltro. E quando scrivi non ti preoccupare di nulla che non sia servire le parole e non servirsi delle parole.

Un abbraccio,

davide

Il giorno 12 marzo 2016 16:49, Danni Antonello ha scritto:

caro davide, concordo con te, tuttavia vorrei che tu non dimenticassi che proprio il fatto di “non poter fare altrimenti”, di lasciare insomma lavorare quello che non si controlla, probabilmente non solo permette ma anzi richiede che si tenti un controllo su quel fare, per quanto possibile. capisco poi bene il discorso dellʼeditore, azzecchatissimo, con la h e con la zecca. mi pare, nonostante tutto, che il problema rimanga aperto, nel senso che siamo comunque destinati a non sapere e non potere, ma allo stesso modo, anche senza grandi teorie, ci viene chiesto di prendere posizione contro lʼumiltà.

chiudo con questa poesia che ho completato oggi, scritta per quel ragazzo che si è suicidato un mese fa in piazza mazzini, abbandonato da tutto e da tutti, in una notte che il vento faceva male.

I.

Il mare ha due bocche:
non andare aldilà delle sabbie infrante
dove si sveglia la forma dalle catene
e insorge la notte insuonata
dei gorghi promiscui.

II.

È per paura, il ritornello ad U del vento,
il vento ha paura del digiuno di uno
che ha il passo veloce rasente le schiume
e schegge di mitili come pupille;
teme il fluoro del camminamento
e la legge delle alghe,
lʼevidenza di un corpo che pende
dove sta spoglia lʼalta bandiera.

III.

Lʼincontro si fece comunque.
Lʼinsorta portava unʼarmatura di cera
e una lanterna.

Segna sirena un altro enrico ragazzo.

*

7.

Danni voleva rimettersi in viaggio. Da tempo ripeteva che prima o poi avrebbe lasciato le Marche e sarebbe tornato alla sua vita nomade, da mercante dʼarte. Un antiquario in movimento per le città dʼEuropa. A qualcuno si sarebbe dichiarato poeta. Ad altri un viaggiatore solitario. Sono convinto che lo avrebbe fatto, quando sua figlia sarebbe stata più grande. La staticità del piccolo borgo lo tediava ed era percepibile una certa urgenza di riprendere il cammino. Io credo che la notte, da lui molto amata e attraversata, fosse una compensazione di questa sete di avventura. La fantasia nottambula era per lui un ritrovarsi (un immaginare di trovarsi) in una tappa occasionale di un misterioso tragitto fitto di imprevisti, percepire il futuro di nuovo aperto, pieno di bivi e antri sconosciuti, nelle cui ombre far danzare le forze dellʼimmaginazione e della speranza.

Ma è possibile che mi sbagli e che queste siano solo fascinazioni. Occorre sempre tornare alla lettera inserita nella Suite marocchina di Ponso per tenere il punto e ricordare come la prigionia nel ruolo (vale a dire, quindi, anche in unʼidentità psicologica) fosse stata da lui arcaicamente individuata come la maledizione originaria contro cui erigere la propria vita in rivolta. Il diritto assoluto allʼinsondabile.

Danni Antonello, il poeta, il libraio antiquario, lʼeditore, lʼamico, il ragazzo, il figlio, il padre, il fedele dʼamore, la canaglia anarchica, il viaggiatore, il classicista, il selvaggio, il surrealista, è stato così tante cose, e tutte assieme, non nelle forme della scissione ma di una superiore complessità armonica, che vale maggiormente per lui il principio di Nietzsche secondo cui la verità è irraggiungibile ma è in qualche modo avvicinabile nella sovrapposizione del maggior numero di punti di vista contraddittori e divergenti. A ciascun incontro Danni ha donato un tassello del proprio mosaico da custodire. Nessuno dei pezzi rappresenta in sé la verità ma tutti i pezzi dicono il vero.

*

8.

Lunedì 23 ottobre 2017

Quindi è vero. Non è servita una notte di tempesta per farlo diventare un sogno. Ci siamo svegliati ed era ancora vero. Ha grandinato fino allʼalba sulle zolle marchigiane. Ma non è servito a niente. Ho aperto tutte le mail per tutta la giornata. Ho aperto tutti i file. Gli sms. I fogli intarsiati di versi. Alla ricerca di un filo dʼArianna per riavvolgere lʼevento. Mi dicevi lascerò le mie poesie in una stanza. Deciderà chi resta cosa farne. Io non posso occuparmene. Poi qualche giorno fa cambiasti idea. Chissà per quale urgenza, mi chiedo. Avevi deciso di raccogliere tutto. Di certo avevi solo un titolo, La spina dorsale. Come quella prima plaquette, giovanile, dei ventʼanni, che ne sarebbe stata esclusa. Il canzoniere, mi dicesti, è pronto. Mi aiuterai a ordinarlo? Per me è impossibile trovare un filo. Certo, come Ginsberg e Burroughs, ho risposto. Ne abbiamo riso. Poi abbiamo parlato di Dylan Thomas. Mi hai recitato una poesia a memoria. Prima in inglese e poi in italiano. Mi hai detto stanotte ho scritto “rosa di saliva”. Secondo te è banale la parola “rosa”? Ti ho detto no, nessuna parola è banale. Banali sono solo le associazioni automatiche del linguaggio, le abitudini al pensiero che la poesia disordina. Ne concludemmo che la poesia è un atto di liberazione delle parole dal linguaggio. Mi hai salutato dicendomi è bello parlare di poesia con te. Che bel saluto ti ho detto, grazie. Ci vediamo la settimana prossima. Ieri ti ho scritto un sms, alle dieci del mattino. Ti dicevo che Mandelʼštam era passato in radio. Stavo aspettando che ti svegliassi. Ciao amico, prima che poeta. E ciao poeta, prima che amico. In entrambi i casi inchinandomi al tuo passaggio.

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9.

In una delle ultime email Danni mi ha inviato questo testo, firmato con un eteronimo. Avrei dovuto editarlo e cercargli una collocazione in qualche portale di letteratura. Non lʼho mai fatto, eccolo qui.

«Mandelʼštam lʼincivile (di Danni Antonello)

La morte di un artista non è la sua fine, ma il suo ultimo atto creativo. O. Mandel’štam

Tutto preannunciava una rapida fine e M. cercava di utilizzare al massimo i suoi ultimi giorni. Era ossessionato dallʼidea che bisognava fare in fretta per non lasciarsi interrompere da chi gli avrebbe impedito di dire fino in fondo qualcosa di importante. N. Mandelʼštam

 

Lʼinteresse sempre crescente, in Italia e fuori, attorno alla figura di Osip Mandelʼštam non è prodotto solo dallʼevidente constatazione della statura dei suoi versi, esso è parimenti legato al valore che la sua figura ha acquisito lentamente nella storia di un secolo, di unʼepoca, per usare un termine cardine della sua poesia. Poeta rinnegato e ostracizzato, per quasi mezzo secolo non è stato possibile leggerlo in unʼedizione sovietica compiuta e accettata; non deve dunque stupire se nel momento in cui si comincia seriamente a fare i conti con “il secolo canelupo”, la sua figura diventi quanto mai centrale, e le edizioni della sua opera, così come i commenti ad essa relativi, assumano le dimensioni del florilegio.

Su questa scia, la pubblicazione del Primo quaderno di Voronež (cura di Maurizia Calusio) da parte della casa editrice Giometti & Antonello – che di Mandel’štam ha in previsione di stampare, oltre al secondo e terzo quaderno di Voronež, anche lʼepistolario e unʼampia Opera in versi – ci permette di affrontare un aspetto della poesia di Mandelʼštam di cui i suoi ultimi scritti, quelli appunto nati durante lʼesilio di Voronež, sembrano confermare lʼevidenza. Si tratta di un concetto difficilmente riassumibile in una parola; riprendendo un verso di Čerzonëm, – nel punto in cui si parla dellʼattesa prima che cominci lʼaratura della terra nera di Voronež, “e disarmato in lei riposa il lavoro” –, introduciamo lʼidea di “lavoro disarmato”. A suo modo la definizione è ossimorica: unʼazione si compie senza che vi siano degli strumenti atti a compierla, o meglio, si compie negando quegli strumenti.

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Nella storia della letteratura sono rari i momenti in cui il contrasto tra la necessità della poesia e la poliedrica onniscienza dellʼintellettuale letterato risalti nettamente come nel caso di Osip Mandelʼštam. Nel saggio Dellʼinterlocutore, apparso nella rivista “Apollon” nel 1913, il giovane poeta evidenziava: “Il letterato si rivolge sempre a un ascoltatore concreto, a un rappresentante vivo della sua epoca.[…] Lʼammaestramento, ecco il nerbo della letteratura… La poesia è altra cosa. Il poeta è legato solo a un interlocutore fornitogli dalla provvidenza. Non è obbligatorio per lui essere superiore alla propria epoca e alla propria società…”. Ora, proprio in virtù di tale non sudditanza alla propria epoca, il discorso che il poeta Mandelʼštam instaura con essa è quanto mai privo di retorica, e, paradossalmente, ne fa il testimone privilegiato, il figlio prediletto. Colui che si libera dalla relatività cogente del proprio presente è libero di darsi tutto a tale presente, senza infingimenti né ammaestramenti. Come scrisse Brodskij, Mandelʼštam è il figlio della civiltà, della sua propria e, si dovrebbe aggiungere, della civiltà quale prerogativa dellʼhomo in quanto tale, oltre ogni manipolazione politica o culturale. I problemi sorgono quando tanta libertà dal presente entra in relazione diretta con i gangli strutturali dellʼimpero che qualsiasi civiltà, anche le migliori, anche le cosiddette “democratiche”, pare non riescano a non erigere. Pensare di partecipare a una qualunque realtà sociale senza dover rendere conto a coloro che ne dirigono il traffico, di stare nel presente come se esso non avesse una fine e un inizio è una follia essenziale ai poeti, spesso inconsapevoli o incapaci di gestire lo iato esistente tra la modalità onnicomprensiva del tempo della lingua e la meccanica da domatore del tempo della politica. Così la poesia si fa tanto più «civile» quanto più si presenta come «incivile», in ragione di quella non superiorità rispetto alla propria epoca e a coloro che la abitano che distingue il poeta dal letterato, e che Mandelʼštam, fuori da ogni retorismo, ribadisce affermando: «poesia è coscienza della propria ragione». Il poeta è quindi un persuaso, e la sua ragione è interdipendente al suo essere poeta, è una sua derivazione, in un etimo esploso che vuole la coscienza essere unʼazione di deriva dettata dalla poesia stessa. Perciò, mentre rimane una figura morale – con la propria vita e la propria opera chiamato ad essere uomo tra gli uomini del proprio tempo –, contemporaneamente deve rifuggire dalla tentazione didattica, da qualsiasi dottrina. La poesia è civile soltanto e necessariamente perché partecipa per sua stessa natura della costruzione di una comune civiltà, di un tempo condiviso, mai perché si arroga il diritto di insegnare quale via vada percorsa, o peggio, quale regime vada incensato. Pare che Mandelʼštam avesse dei problemi di natura quasi fisica allʼavvicinarsi degli uomini politici, semplicemente si volatilizzava; o che dovendo passare di fronte a una caserma preferisse cambiare lato del marciapiede, quasi a evitare unʼeventuale persecuzione, o scomodi “arruolamenti”, volto anche più subdolo della medesima persecuzione. Se si esclude il rapporto con Bucharin, suo ammiratore e difensore – nella Russia sovietica l’importanza di un autore era direttamente proporzionale al grado del suo politico di riferimento –, Mandelʼštam non ebbe vita facile con le gerarchie. Non è un caso che dopo la messa a morte di Bucharin anchʼegli abbia subito un analogo trattamento. Formatosi sugli scritti di Herzen, sostenitore, almeno inizialmente, della rivoluzione del ʼ17, giovane seguace del socialismo rivoluzionario, Mandel’štam è un perfetto esempio della generazione dei poeti assassinati di cui scrisse Jakobson. Ognuno di loro era “disarmato”.

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Nadežda rintraccia nella personalità del marito uno dei fattori che ne determinò il destino: “[…] lʼatteggiamento nei confronti dellʼepoca era divenuto la forza motrice principale della sua vita e della sua poesia, mentre per le particolarità del suo carattere – non era certo unʼindole lineare la sua – Mandelʼštam non smussava, ma tendeva piuttosto a inasprire i contrasti e ad affrontare le questioni nella maniera più perentoria e radicale”.

Il ritratto di Mandelʼštam è ormai indissolubile da quello tratteggiato dalla moglie, nel bene e nel male. Va però sottolineato come il ritratto che viene delineandosi leggendo le memorie della moglie sembri contrastare marcatamente con altre testimonianze sullʼuomo e sul poeta portate da quanto mai illustri autori che a lui furono vicini, quando non sodali. Ehrenburg, Šklovskij, Chodasevič, parlano di un uomo spaventato, una sorta di “spirito”. In realtà, i due aspetti sono la risultante del medesimo movimento: tanto più la legge si insinua nella sfera di sangue del poeta, tanto più egli se ne allontana (ai fini di questo ragionamento poco importa se per farlo finisce per isolarsi o al contrario per rivoltarsi). Dunque una profonda estraneità di Mandelʼštam alla legge, estraneità che cercò volta per volta di livellare o al contrario di rendere più ampia, quando paradossalmente non fece entrambe le cose al contempo. È stata lʼautonomia del suo pensiero e di conseguenza della sua poesia a porre lʼautore in un limbo vissuto e scontato contro le direttive generali, letterarie e politiche, letterarie perché politiche, dellʼintellighenzia sovietica. Ma il suo non fu soltanto uno schiaffo al potere costituito, come dimostra il noto epigramma contro Stalin (un singolo atto per quanto di portata esemplare e devastante); a venir messa sotto accusa è la stessa esistenza in quanto scelta, dellʼindividuo e collettiva, che Mandelʼštam non manca mai di interrogare, di corrodere con lʼacido del dubbio, di portare in una dimensione altra: la sfera instabile e trasparente della poesia, della lingua della poesia. E in questʼazione blasfema e sconcertante va individuata la grandezza e la peculiarità della sua opera. Un homme à même la poésie, dove la poesia non è più nobile delle altre attività, ma è piuttosto la traduzione diretta dellʼagire come prerogativa dellʼessere in vita, dove non si racconta un mondo, o lo si contempla, lo si sublima o simili, ma dove un mondo esiste seguendo delle leggi proprie, forse immutabili, sicuramente aliene a unʼidea del presente come progresso secondo una legge. Certo, Mandelʼštam è morto da qualche parte vicino a Vladivostock, Unione Sovietica, in pieno ʼ900, piena epoca dei Tiranni, ma in qualche modo è morto ovunque, e non smette di farlo.

Naturale che qualunque “lavoro” condotto in una simile direzione sia “disarmato”, dʼaltronde Mandelʼštam lo dice benissimo ne La Quarta prosa: “Il lavoro vero è come la trina di Bruxelles, nella quale lʼessenziale è ciò su cui si regge il disegno: aria, traforo, assenza ingiustificata”.

Dunque lavorare in poesia comporta unʼassenza ingiustificata. Ingiustificata di fronte alla legge, certo, ma in virtù del suo lavoro, continuo, sotterraneo, levigato, balbettato, tanto simile alla terra nera di Voronež. Creatore di una delle opere poetiche meno narcisiste, capace della più alta liricità pur non smettendo mai di rivolgersi al fuori, Mandelʼštam ci riporta a una strana, imprendibile forma di modestia, intesa come “misura”, da modus, limite di una forma e anche di un atteggiamento, misura del verso, temperatura del lavoro, temperatura del verso: è la modestia che va di pari passo con la “coscienza della propria ragione”, ed è il peccato originale del poeta.

“Mandel’štam continuava a ripetere: Se uccidono in nome della poesia, vuol dire che le tributano l’onore e il rispetto che merita, vuol dire che la temono, e quindi la poesia è il potere” (Nadežda Mandelʼštam). Potere, sì, ma anchʼesso senza giustificazione, un potere disarmato che non teme nessuna legge e nessun presente, che va aldilà di Stalin e di chi volta per volta prende il suo posto, aldilà del giudizio dei contemporanei, dei letterati e degli intellettuali, un potere a riposo, “neroeloquente”, che può soltanto aspettare di venire arato, senza clamori né aspettative, la cui unica ragion dʼessere è la coscienza di avere una ragione.

io posso risponderne e non ci perdo:
ha infiniti fondi, la vita, fuori della legge.

Ebbene, “il cane abbaia, il vento disperde”

(con queste parole si chiude La quarta prosa).»

Davide Nota

 

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