“La bellezza può essere raccapricciante?”: muore Gianni Fucci, l’ultimo dei grandi poeti neodialettali, il confidente di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini. Ho avuto il pregio di essere un suo “carissimo amico”

Posted on Febbraio 16, 2019, 11:57 am
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…e ormai tutto è calibrato alla leggenda, i fatti, ora, dopo la piena della vita, ritornano nell’alveo, come fanno i fiumi dopo essersi sbizzarriti, si saldano nel destino e nel meraviglioso. Quando parlavo di lui, roteando il nome sulla lingua, mi veniva in mente Dante: Vanni Fucci, il vile violento conficcato nel XXIV dell’Inferno, “vita bestial mi piacque e non umana…”. Con cura, lo prendevo in giro. Gianni Fucci, al contrario della canaglia pistoiese, era un uomo buono, rasserenato nella gentilezza, un uomo di rude onestà, di sincera obbedienza al genio: se c’è uno che penso in Paradiso è lui.

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Con Gianni Fucci, che ha fatto a tempo a compiere i 90, il 3 ottobre scorso, non muore la poesia – la divina bestia ora se ne starà zitta per un po’, a rintanare le fauci in lacrime, poi tornerà a mordere, a scattare, immemore e immortale. La morte di Gianni Fucci, però, scomparso nell’oscurità di San Valentino, lui, innamorato alla poesia, sigilla la fine di un tempo. Proprio così. Fucci è di quelli, i pazienti, i rari, che prima fanno accomodare tutti, sistemano la brocca e danno acqua alle piante, curano l’arredo, frugale, e che la mensa per gli ospiti sia chiara – poi, chiude il cancello del giardino, mette la chiave nella gola di un falco, si unisce alla compagnia, agli amici.

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Finito è il tempo, dico, in cui si viveva sull’onda dell’intenzione e dell’amare, in cui vivere era avventurarsi, in cui l’amicizia era un avvento, in cui la letteratura era vento, vanto, e i poeti potevano cambiare il viso del mondo, potevano prendere una città intera. Ormai, dopo la morte di Fucci, ripeto, tutto questo è lutto e leggenda. Santarcangelo, quel rubino di Romagna, tra l’aspro della terra, l’utopia marina e cieli di un azzurro folle. L’epopea di “E circa de’ giudéizi” e di quella “razza d’oro”, come dice il mio amico Nicola, di cui Gianni era l’ultimo, il più giovane. Tonino Guerra, che con la poesia ha cambiato il cinema italiano, Raffaello Baldini, che ha cambiato la poesia italiana, Nino Pedretti, il talento selvaggio e indomabile, Flavio Nicolini, il fascinoso intellettuale, e mettiamoci Rina Macrelli, l’eccellente cineasta che si è battuta per far scoprire al mondo gli amici ‘neodialettali’. Mentre tutti partivano, a far fortuna a Roma, a Milano, Gianni Fucci, nato un po’ per caso in Francia, a Monbeliard, nel 1928, da padre toscano – da cui il cognome ‘dantesco’ – e mamma romagnola, è rimasto, dopo qualche parentesi infelice con Elio Petri (leggi sotto), a Santarcangelo. Mentre tutti i suoi amici poeti sono morti, da Nino Pedretti (nel 1981) a ‘Lello’ Baldini (nel 2005), da Tonino Guerra (nel 2012) a Flavio Nicolini (nel 2015), lui è rimasto, per farli accomodare tutti nel regno dei giusti. Che talento nell’attesa, che delicatezza nell’amare.

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La lettera che mi ha scritto Gianni Fucci il 22 settembre 2016

Quando mi ha scritto “Carissimo amico”, mi sono commosso. I poeti, oggi, sono ambigui e ambiziosi, non hanno tempo che non sia dedicato ad annaffiare il proprio ego. Nel 2015 Ennio Grassi mi avvisò che in una raccolta di poesie in italiano, Sigilli del tempo, pubblicata dal riminese Raffaelli, Gianni Fucci mi aveva dedicato una poesia. La poesia s’intitola Laboratorio e ha la dedica in esergo, “A Davide Brullo”. Fucci leggeva i miei articoli su La Voce di Romagna. Per me quella poesia è il fischio dell’angelo, una medaglia – è questa:

La fucina sulfurea
sfavilla parole esacerbate
in una realtà che attinge al visionario.

La voce è schietta e frequenta
sublimi immagini dell’anima.

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Andai a trovare Fucci a casa sua, a Santarcangelo – lo andai a trovare anche all’Ospedale di Rimini, dove era ricoverato per un piccolo incidente domestico, qualche tempo dopo. Tutti lo chiamavano il poeta, e quella definizione, che oggi vale per cretino, apolide, sfigato, in lui risplendeva come un’aura – Gianni Fucci poteva indossare con merito e orgoglio quel nome, poeta, che molti si calcano addosso con scaltrezza, cupidigia, stortura.

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Una amicizia tra un poeta e un vago, dalla distanza di 50 anni uno dall’altro. Sono stato marchiato dal previlegio e dal pregio: Gianni Fucci è stato uno dei rarissimi poeti – quelli veri – che posso dire amico.

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Ci sono un paio di lettere di Gianni Fucci che conservo come qualcosa che mi dà respiro e calore. Una è questa, del 22 settembre 2016:

“…voglio comunicarLe le emozioni procuratemi dalla lettura del suo folgorante poemetto L’Impotente, d’un fascino quasi diabolico. Lo sconcerto è stato grande, la lettura irta come la scalata invernale della parete Nord del Cervino; ma l’emozione è stata intensa; come in una sorta di ipnosi mi ha accompagnato fino all’ultima parola… Il cataclisma cosmico è in atto, penetra dai pori, permeando ogni anfratto dell’anima: la bellezza può essere raccapricciante?”.

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Nella lettera precedente Fucci concludeva, “con grande stima e, spero, amicizia”. Mi sembrava paradossale: un grande poeta, un poeta che ha tartassato il volto di tigre della Storia con le sue poesie, spera nella mia amicizia! Per me era una benedizione avere la sua attenzione…

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La lettera di Gianni Fucci dell’11 dicembre 2016

L’altra lettera è datata 11 dicembre 2016. A Natale, come abitudine, Fucci invia un sonetto, firmato “Da Mafalda e Gianni Fucci”. Il sonetto Mènda al Cuntrêdi (“Dalle contrade”) ha sulla soglia, in esergo, un verso da una mia raccolta antica, Annali. La lettera ancora mi imbarazza, la ricalco per testimoniare la generosità e la spudorata apertura al nuovo di un grande poeta.

“Carissimo amico, la sua genialità di poeta mi vede, ancora una volta, costretto ad importunarla. Questa volta è il poemetto Annali, dal quale ho estrapolato un verso che ho inserito nella dedica. Quel verso ha ispirato il “Sonetto natalizio” che ho scritto quest’anno (una consuetudine più che quarantennale). Infatti da “La luce venne che noi dormivamo” è nato Mènda al Cuntrêdi (“Dalle contrade”), che troverà in allegato. Cordialmente suo”.

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Con l’“epica familiare in dialetto santarcangiolese” Rumànz (Il Vicolo, 2011), come si sa, Gianni Fucci ha portato il dialetto di Santarcangelo in luoghi inauditi, addirittura nel poema ariostesco – anzi, azzardo, ‘puskiniano’ –, in ottave. Fucci aveva il carisma della malinconia e nell’ultimo capitolo del poema, che s’intitola Stória, destêin… o ché?, scrive versi che porto in me come memorabili (li cito nel suo italiano):

Chi sa se saprò dire – sono disperso,
nell’alba chiara di giglio brinato! –
l’Immenso o il Nulla: come l’Universo?
La vita non mi esalta – disturbato
da pregi e da difetti – nel mio verso
brucio il ricordo d’un tempo mutato.
Mettendo insieme il cuore con il pensiero
troverò, della vita, il filo intero?

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Certo, sono un disadatto, uno che disdora gli amori, un disadorno all’amare. Avevo pattuito con Fucci una intervista per un giornale importante – gli avrei scritto – sarei passato a trovarlo. Quando muore qualcuno di amato si sente sempre l’ago della colpa. Lo pensavo immortale. (Davide Brullo)

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“Alla faccia del comunista Elio Petri!”: un dialogo con Gianni Fucci

Lui è quello a cui si rivolge Tonino Guerra, in uno degli spot più celebri e sfottuti della storia della tivù. “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Era il 2001, e Gianni era, è, Gianni Fucci, che il 3 ottobre prossimo di anni ne fa 88, cifra mistica, il doppio infinito a rovescio. Per il suo compleanno, si è fatto stampare un libro di poesie, “Legrimi ad luce” (Il Vicolo, Cesena), che significa lacrime di luce. Ci sono un tot di poesie per l’amico Tonino Guerra, che vuole “capire il luogo dove nascono i sogni”, ma anche per Nino Pedretti, poeta stralunato e riposto, per Flavio Nicolini, grande sceneggiatore per la Rai, per Raffaello Baldini, che è “uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia” del secondo Novecento (lo dice Pier Vincenzo Mengaldo). Abitavano tutti nel piccolo borgo romagnolo di Santarcangelo, questi artisti straordinari, sospesi tra il cielo abbacinante e gli orizzonti leonardeschi, che in modo diverso (dobbiamo ricordare il sodalizio tra Guerra e Fellini?) hanno cambiato la cultura italiana, e nessuno ha ancora scoperto il segreto di questa estrema vitalità. Ora resta solo lui, Fucci, corpo di pietra e occhi grevi di oceaniche malinconie, uno che si è tradotto in dialetto i suoi autori amatissimi, Rimbaud, Baudelaire, Nietzsche, a testimoniare quel bel tempo perduto.

Canonizzato tra i grandi dialettali dal 1976 (è in tutte le antologie che contano, Garzanti, Einaudi, Utet), autore di un’opera disseminata in una decina di libri, tra cui un arrostisco “Rumanz” (2011) che narra, in ottave, la sua vita, Fucci, che è stato bracciante e muratore, ristoratore e bibliotecario, sembra il più sfigato tra i santarcangiolesi. In realtà, più che stare all’ombra del successo dei suoi amici ne è stato l’ombra grigia. Baldini gli telefonava da Milano “per sapere come scrivere alcune parole in dialetto”, Guerra lo voleva con sé a Roma. Ma lui, che «giocavo a bocce con Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, da Tonino», preferì un’altra vita. Fin da subito.

Fin dagli esordi come aiuto regista di Elio Petri, Oscar e Premio speciale di Cannes nel 1971 per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e Palma d’oro l’anno dopo con “La classe operaia va in paradiso”. «Petri all’epoca lavorava per “l’Unità”, passava da Santarcangelo per incontrare il suo amico, il pittore e scenografo Renzo Vespignani. Fu Tonino Guerra a presentarci. Voleva fare un corto, che narrasse la storia del garzone di un panettiere che fa le consegne in bicicletta da Rimini, Bellaria, Santarcangelo. E che diventa un talento del ciclismo». Il “corto” s’intitola “Nasce un campione”, ha un certo successo, esce nel 1954 ed è censita come l’opera prima di Petri. Il quale vuole Fucci con sé anche nel secondo “corto”, “I sette contadini”, dedicato alla storia dei fratelli Cervi, su sceneggiatura di Cesare Zavattini, che esce nel 1957. «Sa, Petri era un uomo dalla vita disordinata…». Che vuol dire? «Che ogni notte andava al casino, a donne». E lei? «Io stavo a guardare. E lui mi diceva, “ma che sei frocio?”». Arzillo il Petri… «è che io ero innamorato di quella che sarebbe diventata mia moglie. Per questo non sono voluto andare a Roma».

Dopo il secondo “corto” girato insieme, Petri, che di lì a poco avrebbe girato il primo film, “L’assassino”, su soggetto di Tonino Guerra, con Marcello Mastroianni, pretende Fucci come suo aiutante a Roma. «Eravamo in viaggio da Reggio Emilia a Roma, sul treno. “Non fare lo str***o, vieni a Roma”, continuava a ripetermi Petri. Ma io a Santarcangelo scendo, mi siedo sulla panchina. Lui mi osserva dal finestrino, sporgendosi, con le braccia incrociate, e sussurra, freddo, “sei proprio uno str***o”, “sei proprio uno str***o”, e va avanti così, finché il treno non sparisce all’orizzonte, con una intensità che ancora adesso mi risuona nelle orecchie. Non me l’ha mai perdonata. Ogni volta che lo incontravo, insieme a Flavio Nicolini, mi diceva, “se fossi venuto a Roma… avresti fatto carriera”». Fucci, da parte sua, non perdona a Petri, «un uomo generosissimo», la beata «vita borghese». «Beh, mi ricordo la sua casa romana, piena di quadri di Zavattini e di altri artisti importanti, e le cene, servite da una cameriera con i guanti lunghi, perfettamente agghindata. Alla faccia del comunista Elio Petri!, mi veniva da dirgli». Fucci, che oggi non legge quasi più nulla, la letteratura contemporanea lo urta, naviga in un mondo altro, in una palude in perpetuo contatto con i morti, ha amato «Vittorio Sereni e soprattutto Andrea Zanzotto, che ho ospitato in casa, a Santarcangelo. E anche Mario Luzi, mi piace moltissimo». Ha incontrato anche Mario Luzi, Fucci. «A Sant’Agata Feltria, era ospite per una lettura poetica. Ero seduto al suo fianco. Ma non gli ho detto che ero un poeta, non me la sono sentita, mi vergognavo». In questa vergogna, purissima, è il gergo di un grande poeta. (Davide Brullo)

*Si ripubblica qui un articolo comparso su “il Giornale Off” il 2 ottobre 2016 con il titolo originario: “Col dialetto cambiò la cultura italiana. Gianni Fucci fa 88”