“Anche nell’atto d’amore c’è violenza… San Francesco e Hitler sono agli antipodi, ma lo sono come lo sono due lottatori sullo stesso terreno”: Bruno Giurato dialoga con Emanuele Severino

Posted on Giugno 17, 2019, 8:34 am
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E «a cosa debbo la sua telefonata, dottore?», e «potremmo fare il giorno x a casa mia, dottore», e «prego si accomodi dottore». Emanuele Severino è gentilissimo, quasi cerimonioso. Si scusa lui se l’intervistatore vuole solo un bicchier d’acqua, e sta ad ascoltare bene, seduto sul divano, prima di rispondere puntuale, completo. Ha una bella voce dolce, un po’ impostata. Energica. Ride. A 90 anni fa lezione, all’Università Vita e Salute di Milano, assicura che i suoi esami sono facili, e dice di non essersi mai arrabbiato con un allievo ignorante in vita sua perché «bisogna incoraggiare i giovani», e in questo non assomiglia a Kant, convinto che bisognasse aiutare gli studenti di medio livello, perché “per i cretini non c’è speranza, e i geni si aiutano da sé”.

Poi alla domanda qual è la tesi di laurea che l’ha colpita di più sta per rispondere: «Goggi». Poi si ferma: «Sa ho tanti allievi, parecchi sono diventati ordinari, anche se molti di essi sono in pensione, e la cosa mi rammarica un po’. Comunque non vorrei fare nomi, sa, non vorrei si offendesse qualcuno».

Emanuele Severino nella stanza ha un pianoforte a coda marrone, ma non suona da dieci anni: da quando se n’è andata la moglie Esterina: Ester Violetta Mascialino. Lei un’enfant prodige, oltre che la ragazza più bella del liceo “Arnaldo” di Brescia, lui uno studente brillante, di padre siciliano, di Mineomadre bresciana («una vichinga», e fa la voce più profonda).
Una sera di primavera, tra i vari ragazzi che arrivarono in gruppo sotto la finestra, Esterina salì sulla canna della bicicletta di Emanuele. “Mi scelse perché la incuriosivo”. 60 anni insieme, due figli. Di lei mi mancano gli sbuffi -ha raccontato in un’intervista a Panorama- Non erano sbuffi di fastidio, erano smorfie giocose, come quelle di una micia. Una gatta”. A volte, mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”.

Severino racconta: «Il mio primo libro è intitolato La coscienza. Pensieri per un’anti filosofia, dove l’antifilosofia è la musica. C’è Schopenhauer, c’è Nietzsche. E non era neanche malaccio. L’ho scritto nelle vacanze di terza liceo». Il secondo è Note sul problematicismo italiano, scritto negli anni universitari, il terzo la sua tesi di laurea (con Gustavo Bontadini) intitolata Heidegger e la metafisica, scritto a 21 anni, nel 1950, è diventato un “caso” filosofico. Lo fecero avere ad Heidegger, ed è notizia recente che Heidegger avesse nei suoi appunti, scritto a proposito della tesi di Severino. Nei giorni scorsi a Brescia si è sviluppato un convegno internazionale Heidegger, nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, con la partecipazione di numerosissimi studiosi italiani e internazionali. Un omaggio a Severino da parte di tutto il mondo intellettuale, e un dialogo tra due giganti della filosofia contemporanea.
Da qualche parte Severino ha scritto che Heidegger è il più grande pensatore del Novecento.Chiedo conferma: «Non mi sono mai posto una domanda di questo genere -risponde pacato-. Insieme ad Heidegger mi interessai al neopositivismo, che mi sembrava una filosofia molto seria. A me interessava il panorama della filosofia contemporanea, non tanto vedere chi fosse l’emergente. Ma devo aver scritto da qualche parte che Heidegger è il maggiore filosofo del Novecento». Ride.

E a proposito delle accuse di antisemitismo fatte ad Heidegger? Nei Quaderni neri si trovano note in cui gli Ebrei sono definiti popolo sradicato, “metafisico” per eccellenza. Donatella Di Cesare, studiosa di Heidegger, ha definito la filosofia del maestro di Turingia: “ontologicamente nazista”.

«Non sono d’accordo – risponde Severino – Le critiche di Heidegger al semitismo rientrano alle critiche che Heidegger rivolge all’intero Occidente. È la stessa critica che Heidegger rivolge al Cristianesimo, alla Metafisca, alla Tecnica. E che rivolge al nazionalsocialismo. Quando parla di vicinanza tra camere a gas e sistema di produzione industriale è chiaro che include anche il nazionalsocialismo. Oh intendiamoci, che lui abbia avuto queste attrazioni non fa meraviglia. Se pensiamo che a quel tempo Churchill ammirava Hitler, la Chiesa in Germania pure. Perfino il partito socialista tedesco era favorevole a Hitler. Allora, se ci portiamo a quel tempo, che uno possa vedere nel movimento Nazionalsocialista, in una Germania ridotta in quei termini, una forma di riscatto, non è che sia così terrificante e sorprendente».

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Severino filosoficamente dice il contrario di Heidegger. La cosa strana è che alcuni tendono a vedere molte similtudini tra i due pensatori, Heidegger e Severino, che invece sono precisamente all’opposto. Heidegger ritiene che l’Essere sia temporale, storico, che il Nulla insidi ogni istante una verità che si rivela solo a tratti, in alcuni momenti storici di epifania. Per Heidegger la verità è “a-letheia”, non-nascondimento di un essere che si svela come “evento” non preannunciato, e poi si dimentica. Pensa che tutta la filosofia occidentale, la metafisica, con la sua pretesa di trovare verità universali e valide fuori dal tempo sia una “dimenticanza” dell’essere.

Severino pensa invece che tutto sia nell’eterno. Che un’ombra di un secondo o un’unghia caduta abbiano una consistenza inscalfibile. Che tutte le cose, anche le più labili e apparenti abbiano una super-sostanzialità che le consegna, ipso facto, all’eterno. E allora com’è che, per esempio il filosofo Giacomo Marramao ha scritto che Severino è una sorta di “heideggeriano in Italia”? «Si vede che Marramao non ha letto quello che ho scritto. In una telefonata mi ha anche detto che è perfettamente d’accordo con me. Non capisco come possa accadere, e non so come mai ebbe a scrivere questa cosa». Ridacchia gentilmente, e precisa: «poi Marramao è bravo eh». […]

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Severino sostiene che la vera globalizzazione è quella tecnica, non economica. Siamo già nell’epoca della dominazione tecnica? «Siamo soltanto ai primissimi inizi di questo tempo. Ci saremo pienamente quando la tecnica guidata dalla scienza moderna riuscirà ad essere una potenza di diritto e non solo di fatto. Quindi non una semplice prepotenza. E ci riuscirà solo se ascolta la voce del sottosuolo filosofico del nostro tempo. Cosa dice questa voce del sottosuolo? Mostra l’impossibilità dell’esistenza degli immutabili, che stanno al centro della tradizione culturale e filosofica dell’occidente. Questa voce dice: “la storicità del mondo rende impossibile Dio”. La voce del sottosuolo filosofico dice alla tecnica: “Guarda che davanti a te non esiste alcun limite che tu non possa superare”. Oggi questa voce non è sentita ancora. La tecnica si trova come una prepotenza che ha accanto a sé gli ammonimenti della tradizione. Si trova essa stessa in una posizione instabile. È una tecnica al servizio del sistema capitalistico. Oppure, e questa è una variante interessante, pensiamo alla Cina. Lì c’è un capitalismo alle dipendenze di un sistema ideologico. Fin tanto che la tecnica è di servizio a qualcosa non ha quello strapotere che oggi viene paventato. Occorre che la tecnica ascolti queste voci, e poi che si metta in moto un meccanismo in cui la tecnica, da servitrice, diventi il padrone che si serve magari anche del capitalismo, e della democrazia. E lo scopo della tecnica non è uno scopo specifico, come quello di realizzare un mondo capitalista, un mondo comunista, un mondo cristiano. Lo scopo della tecnica è quello di aumentare all’infinito la capacità di realizzare scopi. Quando questa volontà di incremento indefinito di realizzare scopi diventerà lo scopo allora sì, quello sarà il momento di dominazione autentica della tecnica».

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Mi viene in mente il caso di Noa Pothoven, sul quale ha aleggiato la notizia -poi rivelatasi falsa- di eutanasia. Notevole che di fronte a questa parola associata a una diciassettenne malata di depressione i media mondiali non avessero una chiave intrerpretativa forte, né di condanna, né di giustificazione. Sembra un non-luogo a procedere della cultura contemporanea: «È uno dei tanti fenomeni che accadono in un’epoca di grande transizione. Un’ epoca di estremo interesse, dove la stessa superficialità delle masse ha delle ragioni profonde. Epoca dovuta al fatto che c’è stato l’addio alla tradizione. Il sottosuolo filosofico mostra l’impossibilità dei valori assoluti, dei limiti assoluti. Da un lato si sta abbandonando la dimensione della tradizione Occidentale, dall’altro non si è ancora fatta avanti la dominazione autentica della tecnica. Tutto questo spiega i comportamenti di sbandamento, e anche di imbecilimento, delle masse». E gli domando a bruciapelo: lei si è mai sentito depresso? «No. Nemmeno adesso, nonostante l’età».

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Severino sostiene che la volontà, tutta la volontà, anche la volontà più buona, ha in sé una componente di violenza. Non si salvano l’amore per il prossimo, il pacifismo, l’ambientalismo. Tutto è sottoposto a questa legge, o meglio convinzione: «Ritorniamo alla definizione platonica di “poiesis”, anzi ritorniamo a quella fede nel diventar altro da parte delle cose del mondo. Siamo convinti che la realtà sia un continuo diventar altro. Quell’oggetto non è più quello che era prima. L’esempio che mi piace fare è la legna che diventa cenere. Quando qualcosa diventa altro non dobbiamo forse dire che si strappa da se stesso? Non c’è la quiete dello stare in sé, c’è lo strappo. E lo strappo allude alla violenza? Il diventar altro non è forse una invasione dell’altro? È la legna che ha invaso la cenere identificandosi all’esser cenere. E anche questa un’invasione. Nel diventar altro in quanto tale c’è quella violenza che noi crediamo di trovare solo negli atti feroci. Anche nell’atto d’amore c’è violenza, perché c’è il voler far diventare altro. San Francesco e Hitler sono agli antipodi, ma lo sono come lo sono due lottatori sullo stesso terreno. Io non intendo identificare San Francesco e Hitler, ma intendo dire: e nell’uno e nell’altro c’è quel terreno senza il quale non potrebbe nemmeno prodursi il loro scontro».

Bruno Giurato

*Il servizio esteso, con il titolo “Emanuele Severino, quattro eterne risate con un pensatore Terribile”, lo leggete su Linkiesta, qui