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“Per tutto il turbamento che mi ha instillato nell’anima”. Gli scritti di Nae Ionescu, il maestro di Cioran e di Eliade

Protagonista di un “pensiero in movimento”, così Pierfrancesco Stagi definisce il rumeno Nae Ionescu (1890-1940). Filosofo, certamente, oltre che matematico e giornalista, ma senza alcun lascito filosofico scritto, perché la sua riflessione ha avuto “un andamento esclusivamente orale” (ancora Stagi).

Se fino ad oggi il suo nome era noto a qualche lettore italiano solo per essere stato, negli anni Venti e Trenta, Maestro o comunque punto di riferimento per un’intera generazione di grandi rumeni come Constantin Noica, Mirea Eliade, Emil Cioran (“Al mio professore, Nea Ionescu”, scrisse il 20 dicembre 1936, come dedica, su una copia del suo libro La trasfigurazione della Romania, “per tutto il turbamento che mi ha instillato nell’anima”), Haig Acterian, Jeni Acterian, Mihail Sebastian, Mircea Vulcănescu e Petre Țuțea, oggi, grazie a Edizioni Stamen e all’ottima curatela di Igor Tavilla (Nae Ionescu, Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa, 2020) è possibile leggere finalmente suoi scritti: il Corso di filosofia della religione (1924-1925) e il Corso di metafisica: il problema della salvezza nel “Faust” di Goethe (1925-1926).

Dopo aver conseguito nel 1912 la laurea in Lettere all’Università di Bucarest e aver insegnato nella stessa capitale, allo scoppio della prima guerra mondiale Ionescu si recò in Germania per continuare gli studi all’Università di Gottinga. L’entrata in guerra della Romania dalla parte dell’Intesa gli impedì di tornare in patria, ma nel 1919 ottenne un dottorato in filosofia presso l’Università di Monaco. La sua tesi si intitolava Die Logistik als Versuch einer neuen Begründung der Mathematik (“La logica formale come tentativo di una nuova fondazione della matematica”).

Tornato infine in Romania, dopo un breve periodo di insegnamento, Ionescu venne nominato assistente di Constantin Rădulescu-Motru presso il dipartimento di logica e teoria della conoscenza dell’Università di Bucarest.

Particolarmente lungo, complesso e fecondo (così lo definisce Horia Corneliu Cicortaş nella preziosa Postfazione a questo volume) fu il rapporto tra Ionescu e Mircea Eliade (dal 1925 al 1940), che lo ebbe come professore. Una significativa descrizione fisica del Professore l’ha tramandata proprio Eliade nel suo romanzo giovanile autobiografico Gaudeamus (Editura Minerva 1989) scritto nel 1928: Il professore era un giovane dal viso olivastro, solcato di rughe, dallo sguardo cupo e strano, dal profilo legnoso, dalle pupille azzurre circondate da occhiaie profonde.  Entrava sorridendo, con le spalle un po’ curve. Si sedeva comodamente sulla sedia, con un atteggiamento privo di sussiego accademico e iniziava a parlare con disinvoltura e con chiarezza, muovendo la testa a destra e a sinistra”.

A distanza di decenni, sarà ancora Eliade, nelle sue Memorie, a tentarne un’ulteriore descrizione, quando andò a ripescare nel pozzo abissale della propria memoria la lezione inaugurale del corso dedicato al Faust goethiano. Era il 28 novembre 1925 e Eliade era studente al primo anno di filosofia: “L’anfiteatro Titu Maiorescu era strapieno e a fatica riuscii a trovare un posto libero in fondo all’aula, proprio nell’ultimo banco. Vidi entrare un uomo bruno, pallido, con le tempie scoperte, le sopracciglia nere, folte e arcuate, che gli davano una certa aria mefistofelica, e grandi occhi di un azzurro intenso e metallico, straordinariamente brillanti. Quando volgeva lo sguardo improvvisamente da una parte all’altra dell’aula era come se l’aria fosse attraversata da lampi. Magro, abbastanza alto, vestiva sobriamente, ma con elegante trascuratezza. Le sue mani dalle dita lunghe, affusolate e nervose, erano le più belle e le più espressive che io abbia mai visto e, quando parlava, sembrava che plasmassero il suo pensiero, sottolineando le sfumature, anticipando le difficoltà e le incertezze”.

E sono proprio le pagine che riproducono il corso sul Faust, raccolte nel volume edito da Stamen, ad essere di grande interesse: per chi non le conosceva, una sorpresa mirabile. Ionescu prese allora a pretesto una rappresentazione della pièce goethiana andata in scena al Teatro Nazionale di Bucarest, di un livello così basso da far arrossire le guance, e tuttavia, a suo dire, “la migliore possibile” in quel momento in Romania. Rimarcata l’esigenza metafisica come una costante dell’uomo (“la scienza non è fallita, e tuttavia l’esigenza metafisica esiste anche oggi, più che nel 1870”), il Professore introduceva i propri studenti alla sua lettura del capolavoro di Goetherimarcando come allora “nell’attualità scientifica europea” vi fosse “un problema faustiano” più attuale rispetto ai decenni precedenti. E quel “problema” non è altro che la ricerca di una risposta al desiderio umano di redenzione: “Nel momento in cui il problema metafisico della redenzione è più attuale”, scriveva Ionescu, “è evidente che Faust, cioè la soluzione a questo problema, viene alla ribalta dell’interesse”.  

Primo punto delle lezioni faustiane del Professore: per l’uomo non c’è possibilità di redenzione senza “consapevolezza della caduta, della sua inferiorità rispetto a ciò che potrebbe essere”. Da qui un opportuno excursus sulla concezione del peccato nel cristianesimo e nell’ebraismo, per giungere al tentativo di “redenzione dell’uomo da se stesso”. Ed è da qui che Ionescu inizia la sua interpretazione del Faust (che evidentemente poteva leggere in lingua originale), puntando anzitutto l’indice su quanti, soprattutto tra i germanisti tedeschi, sostenevano non esservi unità nell’opera. Il rumeno, analizzando le varie fasi di scrittura della Tragödie, non aveva dubbi: “c’è sempre stata l’intenzione da parte di Goethe di costruire unitariamente l’opera Faust, e c’è, anche tematizzato, questo principio dell’unità della creazione, che egli raffigura nel Prologo a teatro”.

A seguire Ionescu guida in particolare la lettura, oltre che del citato Prologo in teatro, dei primi due monologhi di Faust. Una lettura che sarebbe inutile tentare di sintetizzare qui e piuttosto merita di essere goduta, riga dopo riga. Fino alle conclusioni che il rumeno tira sull’uomo Goethe: Goethe è eroico, ma anche umile. Goethe è un UOMO del Rinascimento, e come tale farà tutto ciò che è suo dovere e suo potere. Nemmeno l’audacia di affrontare Dio o diventare egli Dio, così tipica di questa struttura spirituale, gli è estranea (Prometeo). Ma Goethe, che conosce i limiti dell’uomo, diventa una specie di ministro alla corte di un Gran Duca, e Faust – cioè Goethe – finisce redento da ‘das ewig Weiblche’ (l’eternamente femminino, ndr.), la santa parola rivolta a Dio. Cent’anni fa Goethe ha dischiuso un cancello di cui solo oggi siamo invitati a varcare la soglia”.

Vito Punzi

*In copertina: Ilja Repin, “Ritratto di Nikolaj Ivanovič Pirogov”, 1881

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